11a Serie A: Juventus Napoli 2-1

di Davide Terruzzi


Una gara bloccata tatticamente, ben interpretata difensivamente dai giocatori è decisa dagli episodi e dalle qualità dei singoli.


Senti i cori. Provi la tensione. Avverti l’emozione. Vedi le immagini dei grandi del passato. Leggi delle frasi. Ogni volta che i giocatori si trovano nel tunnel dello Stadium che porta dagli spogliatoi al campo gli occhi cadono sulla storica considerazione bonipertiana: “Alla Juventus vincere non è importante. È l’unica cosa che conta”. Lo sanno tutti. Lo conosce bene Massimiliano Allegri, un allenatore che bada molto alla sostanza più che all’estetica, ben consapevole della necessità, nonostante una conferenza stampa di vigilia in cui ha smorzato attese,  della vittoria per i bianconeri. Per avere la meglio del Napoli il tecnico livornese sceglie un undici fisico, difensivo: le grafiche disegnano il classico 3-5-2 con la BBC dietro, Hernanes mediano, Lichtsteiner sulla destra. Sarri non abbandona il 4-3-3 con il falso nove, compie qualche scelta non prevista dalle varie redazioni: dietro c’è Chiriches, in mezzo c’è Diawara al posto di uno spento Jorginho.

Che i due allenatori si conoscano da tempo non è un mistero. Il primo scontro diretto tra i due avvenne nel novembre del 2003. Fu una partita scialba, avara d’emozioni, senza alcuna conclusione verso lo specchio della porta. Tredici anni rappresentano però ere geologiche nel calcio e questo Juventus-Napoli non può essere paragonato neppure al match scudetto dello scorso febbraio. È stata infatti una gara diversa, dovuta a interpreti con caratteristiche differenti che richiedono anche cambiamenti di strategia. Entrambe le squadre vogliono restare alte, corte, imporre un pressing avanzato per disturbare l’avvio di manovra avversario, occupare gli spazi, sporcare le linee di passaggio. Immediatamente ci si accorge che il giro palla della Juventus non è quello classico della difesa a 3, ma prevede Barzagli nella posizione di terzino destro: l’intento, riuscito, di Allegri è quello di prendere in mezzo Mertens coi due difensori centrali e costringere Callejon e Insigne a scegliere se uscire su uno dei centrali o se disturbare la ricezione degli esterni.

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Barzagli nella posizione di terzino sin da inizio gara. Così come Khedira, o Pjanic, hanno avuto il compito di aiutare la difesa offrendo una linea di passaggio sicura. 

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Il baricentro azzurro è alto, gli uomini di Sarri mescolano una pressione sull’uomo e un lavoro posizionale per occupare gli spazi schermando le possibili ricezioni dei giocatori bianconeri. La Juventus riesce a mantenere il possesso palla basso (il 71 per cento avviene nella metà campo juventina), lo cerca anche volutamente per chiamare e superare il pressing con lanci da parte dei difensori o dei centrocampisti o improvvise accelerazioni: è una squadra, quella di Allegri, che di fronte a un problema risponde con diverse soluzioni all’insegna del calcio anti-dogmatico e schematico del proprio allenatore. Si può abbassare uno degli interni sulla stessa linea di Hernanes, oppure si può vedere il classico centrocampo su più linee sfalsate: sono i giocatori a dover leggere la situazione interpretando correttamente l’atteggiamento degli avversari. Il buon lavoro difensivo del Napoli, come testimoniato dal dato del possesso palla, limita al minimo salariale le possibilità di servire in verticale le punte, lasciare spazi alle spalle o ai fianchi dei centrocampisti. Un rischio perché basta poco, un’uscita in ritardo o una linea di passaggio lasciata libera, per mandare in tilt l’intero meccanismo.

Anche la Juventus pressa ed è molto più alta rispetto alla partita dello scorso febbraio (baricentro avanzato di 3 metri: 50.23 contro 47.23). Il pressing bianconero è come sempre solitamente basato su una forte pressione individuale alternata alla difesa posizionale quando attaccata nella propria trequarti.

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Pjanic spesso si alzava su Diawara per poi defilarsi sulla sinistra una volta superato il primo pressing. La Juventus ha preferito limitare le avanzate di Ghoulam invitando il Napoli a sfogarsi sulla propria destra.

Lo stile di gioco del Napoli è maggiormente fondato sul fraseggio nello spazio corto e sui triangoli che si devono disegnare: senza una punta di riferimento, Sarri ricerca le giocate alle spalle di Lichtsteiner o i tagli di Callejon. Il primo tempo è così bloccato, intenso, ben giocato tatticamente da parte delle due formazioni che interpretano correttamente le intenzioni dei propri allenatori.

L’infortunio di Chiellini costringe Allegri a schierare Cuadrado prima del previsto. La Juventus interpreta i vari momenti della partita giocando con più moduli. Dal 4-4-2 difensivo di partenza si passa facilmente e agevolmente a una linea di difensiva composta da 5 giocatori con l’abbassamento dell’esterno destro, oppure a una a tre pura quando Alex Sandro resta alto. In fase di possesso i bianconeri oscillano notevolmente sulla destra: l’esterno alto, che sia Lichtsteiner o Cuadrado, è chiamato a giocare a tutto campo, mentre sulla sinistra Pjanic taglia verso il centro per lasciare spazio alle avanzate di Alex Sandro. Sulla destra la Juventus è davvero multiforme: i terzini possono spingere sovrapponendosi all’esterno oppure possono restare più bloccati, interpretando i vari momenti della partita. Lo stesso fa l’esterno brasiliano sulla sinistra, che si alza o si abbassa sulla base dell’attimo.  A inizio secondo tempo, la Juventus spinge con entrambi i terzini alti e larghi, lasciando i due difensori a controllare il solo Mertens.

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Lo stesso atteggiamento viene mantenuto dopo il gol di Bonucci e consente al Napoli di pungere maggiormente in campo aperto. La rete del pareggio di Callejon arriva su una classica situazione della formazione di Sarri: la linea bianconera non riesce a mettere in fuorigioco lo spagnolo (Lichtsteiner si trova in quella posizione sugli sviluppi di un calcio d’angolo) mentre Alex Sandro non segue il taglio dell’esterno. È l’unica sbavatura difensiva su un’azione che per il resto della partita è stata ben letta mettendo in offside il giocatore o assorbendo il movimento.

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Il Napoli, raggiunto il pari, ha una buona occasione in campo aperto, nata da un pressing portato non nei tempi giusti e con un lavoro non preciso sulle linee di passaggio. La partita viene sbloccata da una giocata di un singolo (Higuain) che arriva al termine di una sbavatura difensiva azzurra: è infatti una delle poche occasioni in cui un giocatore bianconero può ricevere tra le linee. Il rinvio di Ghoulam è sì maldestro, ma come spesso capita alla formazione di Sarri i centrocampisti arrivano in ritardo sulle seconde palle lasciando agli avversari la possibilità di colpire. Non diversamente era arrivata la rete di Zaza che decise l’ultimo match.

Ci provano gli azzurri a riagguantare la partita. Lo fanno con diverse conclusioni dalla media distanza, con una Juventus che non rinuncia al pressing alto ma che anche quando è più bassa lascia talvolta spazio alle spalle dei centrocampisti. Lo spostamento al centro della mediana di Marchisio aiuta i bianconeri a proteggere meglio la difesa grazie alla notevole capacità del centrocampista nell’occupare gli spazi.

Si potrebbe discutere per giorni senza trovare un accordo sul significato di giocare bene a calcio. Juventus-Napoli è stata una partita intensa, corretta, ben giocata tatticamente da parte delle entrambe squadre. La differenza deriva anche dalle diverse qualità dei singoli: la forza difensiva bianconera è superiore a quella degli azzurri, la pericolosità di alcuni juventini (Cuadrado, Higuain, Alex Sandro) non trova rivali negli avversari. Lo scontro diretto così può non aver entusiasmato, ma rappresenta una gara controllata e complicata, tipica del nostro campionato. La Juventus può e deve sicuramente migliorare nella qualità del gioco, specialmente a centrocampo dove troppo spesso i bianconeri tendono a voler la palla sui piedi senza dettare movimento. Il Napoli ha compiuto passi in avanti rispetto le ultime uscite, molto probabilmente ha fatto la prestazione migliore possibile, ma il problema di Sarri è che tutto questo non è bastato.