14a Serie A Genoa-Juventus 3-1

di Andrea Lapegna


Contro il Genoa, i peggiori 30 minuti della Juventus di Agnelli offrono un pretesto per stilare il compendio di tutto quello che non si dovrebbe fare in una partita di pallone.


Every cloud has a silver lining è un un proverbio anglosassone, che propone di cercare il “contorno argentato” delle “nuvole nere”. Significa semplicemente saper cogliere quel che c’è di bello e positivo nelle cose negative. Io provo a fare lo stesso. Ho il privilegio di poter commentare quella che passa alla storia come la peggior prestazione della Juventus nell’ultimo quinquennio e spicci; così spiccatamente non-Juve da risultare estraniante, specialmente per chi la guarda. Figurarsi per chi l’ha vissuta.

Ring

In conferenza stampa, Allegri ha dato prova di quella sottile arte sospesa tra imperscrutabilità, genuina onestà, e troll. È riuscito ad offrire moltissimi spunti per la formazione della partita domenicale, pur lasciando spazio all’interpretazione dei singoli giornalisti, e a ben vedere fornendo più di una formazione verosimile. “Se Higuaín gioca, sarà accanto a Mandžukić”, “Cuadrado può fare tutti i ruoli dell’attacco”, “Marchisio può fare due partite di fila e sa ancora fare la mezz’ala”. Così, i giornali hanno scritto del 3-5-2 con la coppia di attaccanti pesanti, del 4-3-3 mutuato dalla partita di Champions, e c’è chi ha ipotizzato Cuadrado seconda punta. Il tutto, ancora una volta, al netto degli infortuni che – mettiamola così – condizionano la fantasia dei cronisti.

Alla fine, la Juventus scende in campo a Marassi con la calda coperta del 3-5-2, ma con le carte mischiate. Le grafiche di inizio partita danno Lichtsteiner tra i tre dietro, con Benatia a sinistra. Marchisio riposa, e accanto a Mandžukić c’è Cuadrado. Jurić risponde con il suo caro 3-4-3, con Simeone jr al centro dell’attacco. In realtà sin dalle prime battute è chiaro che Lichtsteiner farà il quinto di centrocampo e non il terzo di difesa, dal momento che Khedira ha ampiamento dimostrato di trovarsi più a suo agio con un esterno tradizionale accanto. La vera novità però è che a Cuadrado viene data in consegna la fascia sinistra.

Destro…

Non c’è nemmeno il tempo di prendere le misure televisive dell’avversario, che già siamo saltati sul divano. Il colpo di tacco di Bonucci è quel gesto così superficiale, ancorché telefonato, che se l’avessimo visto su un campo di calcetto da parte di un nostro compagno di squadra, l’avremmo assalito. Quello che rende la situazione ancora più paradossale è che sia venuto dal giocatore bianconero che di solito è più concentrato e “sul pezzo”. Uno che è abituato a strigliare gli altri, e non ad essere strigliato. Desolante anche vedere il ritardo con cui i compagni si accorgono di dover correre all’indietro: il più reattivo (meno fermo) è Alex Sandro, che ha il mesto merito di contrare una conclusione (che intramezza due miracoli di Buffon).

Preludio in Si[meone] minore

La segnatura di Simeone non scompone il piano gara del Genoa, quando avrebbe dovuto quantomeno smuovere le coscienze dei giocatori zebrati. Jurić si è fatto portavoce di un calcio giocato sul recupero palla più alto possibile ed ha portato all’estremo, almeno in Italia, il concetto di verticalità. Seguendo le orme di Gasperini, il 3-4-3 si declina in dei duelli a tutto campo, accettando di lasciare semi-libero il solo Hernanes, ma guadagnando una preziosa superiorità numerica sulla propria trequarti contro i due attaccanti bianconeri. Il pressing squisitamente orientato sull’uomo ha messo in difficoltà il giropalla bianconero, con i difensori della Juventus che non si aspettavano di essere attaccati anche sulla prima circolazione. Una volta mosso il pallone e scatenato il pressing, la manovra veniva scientemente indirizzata sulle fasce, dove lo sciame ordinato di giocatori rossoblu prendeva la forma di una nuvola di piranha attorno al portatore.

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Pressing all’uomo e densità sui corridoi laterali per ingabbiare il malcapitato avversario.

In fase positiva, la tensione verticale del Genoa si sostanzia nelle transizioni che hanno origine dalla pressione portata. Come in occasione del primo gol, i giocatori rossoblu hanno sempre la fronte alla porta, e cercano sempre la giocata in diagonale (se non proprio in verticale). Poi se si perde il pallone si difende correndo in avanti, mai allungando il campo scappando all’indietro. È un atteggiamento encomiabile, che attinge a piene mani dallo stato dell’arte attuale in materia d’intensità e attenzione.

…sinistro…

La Juventus invece non è altrettanto reattiva né psicologicamente né fisicamente per poter intaccare questo meccanismo alla Fast and Furious. Per questo lo spettatore riceve la sensazione di una squadra in balia dell’avversario: le brevi fasi di possesso altro non erano che una preparazione ad una nuova scorribanda rossoblu. In particolare, Laxalt e Lazović hanno offerto una prestazione strabiliante, trovando un fertile terreno di ricezione alle spalle dei nostri esterni, incapaci di accorciare o di trovare le giuste distanze con il rispettivo difensore (preso dal diretto avversario).

Giocate in verticale e Lazovic che riesce a superare un imbelle Alex Sandro; sul cross, Benatia perde dilettantisticamente Simeone. I bianconeri sono delle belle statuine.

…KO

La Juventus è in bambola, non gira la testa e non girano le gambe. Il centrocampo manca di fosforo, mentre i grifoni sembrano posseduti. Se non trovano la profondità, riescono a trovare i cross e le imbeccate, anche perché Benatia sembra soffrire più di tutti l’assenza di una bussola, perdendo a ripetizione il proprio uomo in area.

Qui Alex Sandro deve staccarsi dal proprio uomo per andare a contrastare Rigoni; il suo disturbo è stato fondamentale per indurre l’avversario in errore.

Se si esclude lo schock mentale, il vero problema della Juventus è stato a livello fisico. Non si riusciva a star dietro ai loro movimenti, non offriva adeguata copertura ai loro tagli profondi, non si impedivano le giocate diagonali accorciando sul secondo uomo e si lasciava il terzo libero di ricevere nello spazio creatosi da uscite al rallentatore.
In una partita dalle connotazioni negative gargantuesche, non poteva mancare la frittata da calcio piazzato, come da triste tradizione. Il colpo del KO arriva da calcio d’angolo, quando Benatia corona una mezz’ora da neuro lasciandosi sovrastare di testa. La confusione che ne consegue porta all’autogol di Alex Sandro.

Al di là del preoccupante infortunio muscolare di Bonucci, il primo vero cambiamento Allegri lo attua intorno al 35’ minuto, quando la Juventus passa al 4-3-1-2. La mezz’ala a destra è Alves, Pjanić il trequartista. Se da un lato questa soluzione tampona con la disposizione in campo il problema delle ricezioni dei centrocampisti (ce n’è uno in più), dall’altro non risolve il cruccio di una buona circolazione palla, perché la densità sui corridoi interni è compensata dalle strette linee dei liguri. Le catene laterali sembrano letteralmente smontate, tanto che i bianconeri arriveranno al cross solo per le iniziative personali e solitarie degli esterni. E sono comunque cross infruttuosi.

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Nella ripresa la Juventus parte con buon piglio, trova anche dialoghi efficaci tra le linee; ma si vede che è una reazione drogata dall’orgoglio e/o dalla strigliata dell’allenatore dello spogliatoio. Intendiamoci, si sono create buone occasioni (Khedira, Rugani, due con Mandžukić e Sturaro), ma su tutte gravava l’enorme macigno psicologico di aver buttato al vento la partita con la prestazione della prima frazione.

C’è un dato, che più di tutti fotografa la differenza di approccio tra Genoa e Juventus. Nei primi 60 minuti, i grifoni hanno commesso 18 falli, contro i 3 fischiati ai bianconeri (a fine partita saranno 26 a 8). L’aggressività del Genoa non potrebbe sostanziarsi in modo diverso, e dall’altra parte la Juventus è molle, tanto molle da non saper nemmeno arrivare a commettere fallo. Da una delle punizioni concesse dal Genoa scaturisce l’unica rete bianconera, peraltro emblematicamente l’illuminazione di un singolo: non avremo mai saputo raggiungere la rete con giocate da squadra. A parere personale, partite così non si pareggiano nemmeno giocando per tre giorni.

Realtà vs fantasia

La sfida di ieri è stata irreale. Un po’ come quando nei cartoni animati il maldestro coyote taglia la rupe e a cadere è lui con tutta la montagna: anche da piccoli sapevamo che una situazione del genere non rispecchia la realtà fisica delle cose, ma ridevamo lo stesso. Così, a Marassi si è creato un cortocircuito dello spazio-tempo, per cui a scendere in campo non è stata la Juventus pentacampione d’Italia. E quindi di conseguenza, io non me la prendo per la prestazione. La cosa migliore del pomeriggio è stata la lucida risposta di Allegri ad una domanda sull’intervento su Mandžukić in area rossoblu: “ho detto all’arbitro che ha fatto bene a non darci il rigore perché partite così è meglio perderle”. Non c’è nemmeno bisogno di dire di voltare pagina, è talmente lampante che non c’è nulla da salvare dal rettangolo di gioco, che sarebbe ridondante. Noi tifosi invece dovremmo ricordarcela questa partita, perché non ne vedremo tante altre così.


di Davide Terruzzi


Commento sulla sconfitta col Genoa. Il black sunday bianconero e il black out mentale.


Qualsiasi partita di calcio è un mix di fattori. La tattica, la condizione atletica e la testa sono quegli ingredienti che determinano la prestazione di una squadra, variando l’incidenza e l’importanza da gara a gara. Chiaramente dentro la sconfitta col Genoa ci sono fattori tattici, ma sarebbe alquanto sbagliato ridursi a queste. La Juventus ha delle questione di campo aperte da tempo (il rebus dei centrocampisti, la posizione di Pjanić, le spaziature e i movimenti senza palla) delle quali abbiamo scritto e parlato in maniera ripetuta, ma nessuna di questa ha determinato quanto successo a Genova. La prestazione col Genoa è soprattutto figlia di un approccio mentale chiaramente insufficiente. Quando non si marca l’uomo in area, quando si fanno tacchi, quando si assiste a quello che fanno gli avversari significa essere spettatori e non protagonisti. Una Juventus che doveva sapere che per la formazione di Jurić la sfida con i bianconeri è una delle più attese e doveva aspettarsi una gara improntata sull’aggressività, sulla corsa e sull’intensità, sapendo che sarebbe stata una battaglia calcistica dalla quale si poteva uscire vincitori con le proprie qualità ma pareggiando la loro durezza mentale. Il Genoa si è autoalimentato vedendo le difficoltà iniziali juventini aumentando il proprio tasso di convinzione, entusiasmo ed energia; la Juventus si è semplicemente smarrita assomigliando tanto a un pugile incapace di reagire, perché quando una partita è approcciata male non è mai semplice rimettere le mani sul volante e prenderne il controllo. Dal primo minuto di gioco semplicemente gli uomini di Allegri erano completamente assenti. Tranne qualche eccezione (Buffon soprattutto), a dimostrazione che hanno steccato la partita tutti, la squadra quindi, e non solo qualche singolo. Mi pare sbagliato trovare quindi paragoni anche con le altre sconfitte. Vero che sono arrivate tutte e tre dopo un impegno di Champions, ma è altrettanto vero che queste sconfitte sono diverse tra di loro: con l’Inter esperimenti falliti, un po’ di mollezza mentale e una condizione fisica non ottimale; col Milan partita giocata sugli episodi (che è un limite della Juventus sia chiaro); col Genoa semplicemente non si è scesi in campo. I cinque giorni post Siviglia erano più che sufficienti per recuperare energie fisiche e mentali, contando anche su una rosa che resta comunque profonda. Allegri avrà certamente contribuito con una formazione con tutti gli esterni destri in campo, avrà capito che Cuadrado è un esterno e non può giocare a tutto campo perché è anarchico tatticamente e non riesce a muoversi tra le linee, ha probabilmente sbagliato a non inserire una seconda punta quando si è trovato sotto due a zero,ma le critiche feroci di parte dei tifosi, la minoranza netta, che vogliono la sua testa sono figlie dell’eccesso dei social in cui alcuni fanno il tifo per le proprie opinioni. La Juventus ha quindi problemi tattici, che non si sono nemmeno verificati col Genoa (mentre col Siviglia nel secondo tempo sì e lì si era giocato male perché movimenti e spaziature sono stati sotto la sufficienza), ma difetta anche di determinazione, concentrazione, intensità. Lo testimoniano i tanti, troppi, gol subiti su palle inattive; lo dimostrano alcune partite in cui la squadra gioca sotto ritmo per poi accendersi improvvisamente e nuovamente ritornare a spegnersi (Chievo ne è un esempio). La forza della Juventus di questi anni è stata anche mentale. Non tutte le partite si vincono perché semplicemente si è più forti e prima o poi arriva il gol. Col Genoa è stato evento raro, ma la durezza mentale è l’ingrediente fondamentale per qualsiasi vittoria. Più che giocare bene. E anche in questo la Juventus attuale non sta esprimendo tutto il proprio potenziale. Magari la non prestazione di Genova servirà a tutti ad esprimersi al massimo mentalmente nelle prossime cinque gare prima della sosta.