2a Serie A: Genoa-Juventus 2-4

di Andrea Lapegna


La Juve esce male nell’uragano di emozioni iniziali ma si riprende egregiamente imponendo il proprio contesto di gioco contro un Genoa sempre ostico. Favoloso Dybala, molto bene Bentancur e Matuidi.


Per la seconda gara di campionato, Allegri ha messo in campo la formazione routinaria, un undici i cui interpreti si conosco bene. L’allenatore livornese non è famoso per gettare i nuovi subito nella mischia, motivo per cui si sono alzati diversi sopraccigli all’ingresso in campo di Matuidi con il Cagliari (pur a risultato acquisito). Così, con buona pace di chi darebbe il campo ai cartellini del prezzo e non ai giocatori, la formazione anti-Genoa non è altro che quella ritenuta titolare l’anno scorso, al netto delle defezioni del calciomercato estivo. Buffon padrone dei pali, con Lichtsteiner, Rugani, Chiellini e Alex Sandro a formare la cerniera arretrata; Pjanić e Khedira in mezzo; la batteria di trequartisti con Cuadrado, Dybala e Mandžukić a supportare Higuaín.

Il Genoa dal canto suo è una delle squadre che hanno cambiato di meno rispetto allo scorso campionato, almeno nelle intenzioni. Jurić, nonostante il tribolato rapporto con il presidente Preziosi, è un allenatore che fa dell’identità tattica uno dei suoi punti migliori. Abbiamo tutti ancora negli occhi i 27 minuti peggiori della Serie A appena conclusa, quando un Genoa d’arrembaggio fece vedere i sorci verdi alla Juventus. Così, la formazione dei padroni di casa rimane sul 3-4-3 abituale del tecnico croato: Perin torna tra i pali dopo il secondo grave infortunio della carriera; Biraschi, Rossettini e Gentiletti in difesa; Lazović, Veloso, Bertolacci e Laxalt compongono il centrocampo in linea, mentre il redivido Pandev, Gălăbinov (in assenza dell’acciaccato Lapadula) e Taraabt chiudono la formazione. Il Genoa avrà pur cambiato interpreti, ma la consistenza dell’idea di gioco è un marchio di fabbrica totalizzante per il Grifone. Bertolacci sembra essere l’interno perfetto per il gioco di Jurić, mentre Taarabt garantisce alternative tattiche e nuova spinta anche nell’uno contro uno in fascia, in attesa del miglior Lapadula.

Così come nella partita di ritorno di campionato, dove Allegri batté il Genoa a modo suo, anche questa volta si affida ai princìpi di gioco consolidati durante la seconda parte della stagione scorsa e non snatura la squadra. In conferenza stampa aveva segnalato come la Juventus avesse l’obbligo di migliorare sensibilmente lo score dell’anno scorso, quando fu messa sotto subito. In realtà nei minuti iniziali stavolta succede anche di peggio. Pronti, partenza, via. Sulla prima verticalizzazione del Genoa, Chiellini sbaglia lo stop (di petto?) e recapita il pallone in fascia. Pandev scherza Alex Sandro, il traversone sbilenco sbatte goffamente sul piede di Chiellini e colpisce Pjanić prima di finire in rete.

Mani nei capelli dopo 28 secondi

Passano cinque minuti, durante i quali Perin comincia la sua strepitosa partita con un intervento da urlo su Chiellini, e il Genoa raddoppia. Stavolta è Rugani a peccare di concentrazione, scalciando Gălăbinov in area. Il VAR è una sentenza, così come il centravanti bulgaro che spedisce il pallone in fondo al sacco.

I minuti iniziali di caos hanno favorito chi del caos fa il proprio mantra. In realtà, la Juventus non ha replicato gli errori commessi l’anno scorso, quando il Genoa surclassò i bianconeri con ritmo, muscoli e testa. Questa volta il doppio svantaggio è frutto di infortuni – più o meno gravi – ma al di là di quegli sfortunati episodi la squadra non ha sbandato, non ha lasciato campo al Genoa, ed ha ripreso le redini della partita quasi immediatamente. Calmate le acque infatti, la Juventus ha potuto esporre il piano gara di Jurić, prendendogli le misure. Il 3-4-3 dei liguri applica una marcatura a uomo asfissiante quasi a tutto campo, con l’obiettivo di tagliare le gambe ai giocatori avversari. Gli anticipi in uscita dei difensori sono aggressivi, a palla alta la difesa è sempre in avanti, ed il pressing è portato scientificamente nelle situazioni statiche e in quelle di palla contesa.

Il Genoa pressa le situazioni statiche (rinvii, rimesse). Qui Dybala indica la via come Mosé nel Kriat Yam Suph.

Quando la Juve riesce a consolidare il possesso, i liguri si dispongono con un 5-4-1 dinamico, ma con la punta mai oltre la linea di centrocampo. In questa situazione, la prudenza prende il sopravvento, ma la Juve non riesce a muovere il pallone abbastanza velocemente per riuscire a scompaginare la struttura del Genoa. Non è inusuale vedere Pjanić scendere tra Rugani e Chiellini per ripulire l’uscita della palla (abituiamoci alla salida). Tuttavia questa particolare uscita ha senso se e solo se può garantire significativi vantaggi posizionali: in realtà i padroni di casa sono stati bravi a chiudere le linee di passaggio, lasciando a Pjanić le briciole di scolastici appoggi laterali, e così la salida finisce col regalare solo un altro uomo sotto palla. Quando viene forzato un passaggio in verticale (con gli attaccanti a venire incontro), il rispettivo marcatore invece si alza, per schermare la propria difesa e costringere a sterili appoggi all’indietro chi riceve il filtrante, senza trovare un terzo uomo lateralmente.

Fin qui la teoria. In realtà poi la marcatura di Bertolacci su Dybala è stata più lasciva del necessario, e l’argentino è riuscito spesso a sgusciargli alle spalle. In questo caso l’azzurro si prodigava in una corsa all’indietro non proprio nelle sue corde, col risultato di costringere i suoi difensori allo scontro frontale e/o a lasciare sguarnito spazio prezioso ai loro lati. L’argentino è stato un vero e proprio grimaldello: in quegli spazi sono stati bravi ad inserirsi lo stesso Dybala, Higuaín, Mandžukić e – solo inizialmente – Cuadrado. Il Genoa subisce così il trade-off delle marcature a uomo in linee difensive molto fluide, e ha sofferto proprio le mezze posizionidietro i centrali di centrocampo.

Qui Higuaín prima prende il tempo al proprio marcatore, lo porta fuori posizione, e poi complice l’errore in interdizione della difesa, consegna a Dybala una pericolosa bolla di spazio da cui tirare.

Finite le folli folate iniziali, la Juventus ha saputo così imporre il proprio contesto di gioco sulla partita. Il palleggio è fluido, grazie alla grande mole di palloni riciclati da Dybala, avanzato, e grazie alla pressione tecnica portata sugli avversari: in questo modo è più facile arrivare in area di rigore. Le mezze posizioni vengono prese d’assalto da Cuadrado e Dybala, che riescono sempre a trovare un terzo uomo a cui recapitare il pallone, spesso su centrosinistra. Se per quest’ultimo significa ordinaria amministrazione, il colombiano è invece spesso attirato in traccia interna dalla linea a 5 degli avversari, che copre fisiologicamente bene l’ampiezza. A partire dal 20° minuto, i due sudamericani si sono addirittura scambiati di posizione, per permettere a Dybala di attirare Bertolacci in posizione defilata e aprire corridoi interni per il compagno.

O viceversa. Qui Mandžukić ha tagliato centralmente con il pallone, per poi scaricare a Cuadrado, centrale. Dybala è vicino all’out e riceverà palla dal compagno, che nel frattempo ha magnetizzato le attenzioni dei difensori su di sé. L’argentino potrà crossare in libertà con i due arieti bianconeri già in area. 

In questa situazione, non è sorprendente che sia una triangolazione al limite a portare il primo gol dei bianconeri, con Pjanić nelle vesti di primo e terzo uomo della stessa azione. Ad ulteriore conferma che il tasso tecnico in campo permette combinazioni finissime, che se attuate con la dovuta velocità possono mettere in difficoltà chiunque.

Seguite Pjanić. Da quando si fa consegnare il pallone dal fallo laterale, per continuare con lo scarico e l’immediata corsa dentro l’area manco fosse Vidal; poi il Pipita, che mette in pausa la partita per quel mezzo secondo necessario acché il compagno possa ricevere e servire Dybala. Il bosniaco da mezz’ala di inserimento. 

Quando la Juventus concede la sfera agli avversari, il Genoa prova a dilatare oltremodo il terreno di gioco. I due difensori esterni giocano molto larghi, Rossettini non esita a dialogare con Perin per cercare di attirare il pressing avversario e cercare poi l’immediata verticalizzazione. Un approccio quasi “contiano”. Gli esterni salgono altissimi per tenere occupate le ali, e il tridente cerca sempre (trovandolo) il taglio dietro i terzini. Lichtsteiner in particolare è stato piuttosto distratto nel coprire lo spazio dietro di sé. La fascia destra della difesa bianconera è stata territorio di caccia privilegiato per il Grifone, con Veloso a lanciare Taarabt nello spazio.
A dispetto degli sforzi rossoblu nel pressing, le situazioni più pericolose per la Juventus sono giunte in transizione negativa. Qui si nota una certa dissonanza tra le intenzioni dei giocatori in campo. Khedira (spesso con il pur generoso Mandžukić) è solito accorciare il campo tra sé e il possessore, mentre i suoi compagni, e soprattutto i 4 difensori, scappano all’indietro per difendere la profondità dagli allunghi dei tre attaccanti. In questo modo però la porzione di campo da difendere per la squadra si dilata a dismisura, apparecchiando la tavola per il contropiede avversario.

Rugani tenta l’anticipo su Gălăbinov, che però è più lesto e con un passaggio di prima apre benissimo il campo per Pandev. Le spaziature tra compagni e reparti sono sballate: Alex Sandro è lontanissimo, perché la Juve aveva attaccato posizionalmente per un buon minuto, Khedira non se ne avvede, e Chiellini (fuori inquadratura sulla sinistra), scappa all’indietro. Il Genoa arriverà in porta, e solo una provvidenziale diagonale di Lichtsteiner eviterà il gol. 

Alla fine del primo tempo, in maniera un po’ fortuita, arriva il pareggio che svolta la ripresa alla Juventus. All’ennesima percussione esterna di Cuadrado (e al non primo cross sbagliato) arriva una deviazione di un avversario che “premia” il taglio sul primo palo di Mario Mandžukić, il quale tira di prima intenzione. La palla sbatte sul braccio di Biraschi, e Banti – attenzionato dal VAR – concede il rigore ammonendo il difensore romano. Questa Perin proprio non può prenderla.

La Juventus riprende la ripresa applicando lo stesso calcio visto nel primo tempo. Questa volta le posizioni sono più scolastiche e cristallizzate. La variazione più importante sullo spartito della scorsa stagione la portano i due attaccanti. Nella ripresa Higuaín si abbassa molto, ricordandoci che anche sa fare quel lavoro di raccordo e di sponda con i difensori. D’altra parte, lo abbiamo visto scendere bassissimo, sino ai propri sedici metri per farsi recapitare il pallone, ripulirlo, e lanciare Dybala che nel frattempo aveva occupato proprio la sua posizione. Questo ha permesso a Dybala di rifiatare, togliendogli dalle spalle quel fardello di fluidità di manovra che ne ha condizionato la forma fisica in alcune partite. Oltretutto, il numero 9 quel lavoro lo sa fare, e anche bene, come ampiamente dimostrato nel primo Napoli di Sarri.

Le combinazioni sulla trequarti rimangono la strada maestra per la Juve alla ricerca del gol vittoria. Il beneficio più evidente portato dal gol del pareggio però è la sicurezza di aver intrapreso la strada giusta. Così, il dialogo costante tra le linee dà infine i frutti sperati.

L’assist di Mandžukić è un cioccolatino che aspetta solo di essere scartato, a conferma delle doti tecniche mai troppo celebrate del croato. Ancora una volta, la Juventus arriva in porta con triangolazioni: Cuadrado ha visto lo scarico su Mandžukić, si fida del compagno ancor prima che gli arrivi il pallone, e si butta nello spazio. 

Con la Juve finalmente in vantaggio, Allegri si preoccupa di coprire la squadra. Con gli stessi uomini in campo, il tecnico indica alla squadra un 4-4-2 puro, anche in fase di possesso palla, per portare gli esterni alti più vicini ai terzini. In effetti, da questo momento la Juve non prenderà più contropiedi, ma cederà un po’ di campo agli avversari

Allegri chiede, la squadra esegue. Pandev prova il taglio esterno, e Alex Sandro lo seguirà, mentre Mandžukić è pronto ad allargarsi su Lazović 

C’è tempo, in realtà, per alzare ancora le sopracciglia: nella girandola di cambi Allegri inserisce, controintuitivamente, ancora Blaise Matuidi. A questo punto la Juve dovrebbe abbassare i ritmi di gioco, controllare la partita forte della propria superiorità tecnica, mentre il francese è notoriamente un giocatore che dà il suo meglio quando c’è da arrembare. Tuttavia il neo-acquisto ha dato sfoggio di sicurezza con il pallone, corroborando la teoria che vuole la Juventus in gestione nelle riprese, e facendolo anche con una discreta – nonché parzialmente inattesa – qualità. Al francese è stato affiancato Bentancur, con Pjanić uscito in via precauzionale. Anche l’uruguaiano ha confermato le buone impressioni delle prime uscite, gestendo pallone, ritmi, e movimenti dei compagni come un veterano. Impressiona la personalità e la qualità di entrambi, e se in Matuidi ce lo si poteva aspettare, in Bentancur è stupefacente: prende corpo sempre di più la tesi allegriana che sia lui il centrocampista di cui la Juventus avrà bisogno. Da oggetto misterioso a enfant prodige in un amen.

Il ragazzo si farà. Grazie a Michele Tossani per il video. 

C’è tempo, semmai, perché Dybala faccia ancora una volta sfoggio del proprio talento, portandosi a spasso mezza difesa rossoblu, facendo invocare a più voci il tiro a giro, e beffando Perin (e spettatori) con una conclusione che va a morire in fondo sul primo palo.

Ok, è il palo di Perin e avrebbe potuto far meglio, ma il pallone passa tra le gambe di Biraschi ed “esce” dal corpo completamente anonimo agli occhi del portiere.

Senza timore d’essere smentito, mi sento di dire che questa vittoria è tutta di Allegri. Per la voglia di giocarla in modo normale, per esserci riuscito, per aver insistito con i ragazzi che gli hanno tolto soddisfazioni l’anno scorso, senza gettare nella mischia i nuovi (Bernardeschi, Douglas Costa e soprattutto De Sciglio) che magari si sarebbero sciolti dopo l’uno-due iniziale. Ci vuol coraggio nel non cambiare, dopo quei primi minuti. Affidandosi, e riscuotendo dividendi, a Mandžukić e Cuadrado, nonostante quest’ultimo possa vantare tra gli asset della partita “solo” il gol del vantaggio. L’ordine sul caos, la testa sui muscoli, Allegri su Jurić.

Andrea Lapegna

About Andrea Lapegna

Vive a Bruxelles ed è ancora all'alba della sua carriera da commentatore di Juve. Era stato cooptato in Juventibus, ora è in AterAlbus per scrivere di tattica e di calcio giocato e per correggere la punteggiatura nei nostri articoli.