4a Serie A: Inter Juventus 2-1

di Andrea Lapegna


Centrocampo spaesato, difesa statica e attacco sterile: la ricetta di una sconfitta.


La partita di San Siro ha avuto per noi bianconeri quell’alone grigio e cupo di disfatta annunciata. C’è un odore strano nell’aria quando la Juventus gioca male, troppo inusuale e particolare per non essere riconosciuto. Ha lo stesso retrogusto degli anni bui post-Calciopoli e come le madeleines di proustiana memoria, riporta lo spettatore su un piano dimensionle diverso, quello in cui siamo capaci di prevedere con scientifica certezza il risultato finale. Perché chi prima chi dopo, tutti abbiamo esclamato “questa la perdiamo” prima ancora che il risultato finale ce lo confermasse.

Le squadre presentano diverse sorprese negli undici titolari. De Boer sceglie un 4-2-3-1 con Eder e non Perisic nel ruolo di ala sinistra. João Mário è, almeno nominalmente, il play accanto a Medel. Allegri concede invece un turno di riposo a Gonzalo Higuaín per mettere la fisicità di Mandžukić accanto all’estro di Dybala; a centrocampo, fuori Lemina – tra i peggiori nella serata storta col Siviglia – ma conferma per Asamoah con Pjanic al centro della mediana.

L’atteggiamento dell’Inter è chiaro sin dai primi istanti di gara. La losanga che si forma naturalmente con i 3 trequartisti e la punta centrale doveva spalmarsi sul rombo di costruzione basso della Juventus in modo da sporcare al massimo l’uscita del pallone dalla difesa. Così, i nerazzurri puntavano a spezzare in due tronconi la formazione juventina, lasciando la retroguardia isolata dal resto dell’organismo. Non è un caso che Pjanic, oscurato dalla schermatura di Banega prima e dalla pressione di João Mário poi, abbia avuto evidenti difficoltà di gestione del pallone, demandando così l’uscita della sfera ai tre centrali, che sono ricorsi spesso e volentieri al lancio lungo.

Il bosniaco è stato il giocatore a soffrire di più la pressione dell’Inter che, unita ad una necessaria fase di adattamento ai nuovi compiti, lo ha portato a completare solo l’81% dei passaggi tentati (56 su 69), decisamente troppo poco per un ruolo che va spesso in orizzontale. La partita di Pjanic è macchiata anche dalla scarsa propensione alla fase difensiva, con quell’emblematico zero alla voce “intercetti”: il mancato filtro davanti alla difesa forse farà storcere il naso all’allenatore, che aveva speso parole di elogio per l’intelligenza di Pjanic, fino a considerarlo un futuribile regista.

Questa (mancata) situazione di gioco è stata esasperata anche dal gioco offensivo dell’Inter, che puntava a mettere Icardi in situazione di 1vs1 con uno dei centrali juventini. In questo senso i lanci a scavalcare il centrocampo erano più che propedeutici, in modo da far fiondare poi Candreva e soprattutto Eder sulle seconde palle. In particolare l’italo-brasiliano è stato immarcabile per Benatia prima e Barzagli poi. Il giochino si è rivelato fruttifero, in concomitanza con l’inusuale pigrizia del centrocampo bianconero ad accorciare.

L’infortunio di Benatia ha forse tolto garra alla difesa bianconera, con Barzagli che è stato condizionato dal goffo giallo rimediato dopo pochi minuti dall’ingresso in campo. Ma nonostante questo, sia Chiellini che lo stesso Barzagli si sono trovati troppo spesso in difficoltà nel recuperare sui diretti avversari le seconde palle spizzate da Icardi. Proprio l’argentino ha tenuto in costante scacco Bonucci, insolitamente molle nei contrasti. Il centrale bianconero chiuderà l’incontro con zero duelli aerei vinti sui 3 ingaggiati contro il capitano dell’Inter.

Nella formazione nerazzurra Banega, sulla carta trequartista con licenza di dettare i tempi, si scambiava spesso di posizione con João Mário, in modo da uscire dalla zona nevralgica ed avere più tempo a disposizione per la giocata. Rimanendo comunque più alta di Medel, la posizione dell’argentino ha disegnato per l’Inter una formazione più vicina al 4-1-4-1 che non a quella pronosticata in partenza. Banega era ovunque, e ha tenuto un’attitudine da vero e proprio enganche che gli ha permesso di fermare il tempo della partita a proprio favore e di completare addirittura 24 passaggi (su 30 tentati) nell’ultimo terzo di campo. L’arma Banega si è rivelata micidiale anche nell’innescare Icardi, lanciandolo nei suoi duelli individuali contro la retroguardia bianconera: alla fine della partita il numero 19 completerà ben 8 lanci su 11.

La Juventus non è riuscita a produrre contromosse in corso d’opera, lasciando anzi il pallino del gioco all’Inter per la prima frazione. Il problema più evidente è stato in fase di costruzione, dove è venuto a mancare il contributo di Pjanic: la Juventus ha allora fatto affidamento a distributori di palloni (Chiellini e Barzagli, ma anche Khedira e Asamoah) piuttosto che a dei veri e propri creatori di gioco. La conseguenza fisiologica è che il dominio territoriale è stato lasciato agli avversari, come durante il primo tempo di mercoledi scorso. A differenza della partita col Siviglia però, ieri l’Inter è riuscita ad arrivare in area e a creare pericoli in serie a Buffon. Al fischio finale saranno ben 16 le conclusioni totali, di cui addirittura 11 concesse dall’interno dell’area di rigore.

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Chi si aspettava qualche cambio nel secondo tempo, almeno nella proposta collettiva, è rimasto deluso. La Juventus riprende da dove aveva iniziato, concedendo cioè campo ai tessitori nerazzurri e rendendosi prevedibile in avvio di manovra. In fase di possesso consolidato, la proposta offensiva della Juventus è stata confinata ad una lenta ed improduttiva circolazione perimetrale a “U”, causa l’efficacia nerazzurra nel chiudere il centro del campo. Con il centro bloccato, è allora lecito aspettarsi un gioco verticale sulle corsie laterali. Invece, la spinta degli esterni è stata anestetizzata dal pressing alto dei terzini dell’Inter, che ha costretto Alex Sandro e soprattutto Lichtsteiner a partire dalle retrovie prima di raggiugnere le zone avanzate dei corridoi laterali, con l’ovvia conseguenza di svuotare ancor di più la metà campo avversaria.

Un provvido aiuto dagli dei del calcio sembra arrivare al minuto 66, quando Alex Sandro galoppa sulla sinistra e mette un traversone tagliato che passa davanti all’intera difesa dell’Inter. Fino ad arrivare a Lichtstenier, che segna facilmente il suo primo gol stagionale.

Il paradosso di questa marcaura è che è stata confezionata e finalizzata dai nostri due esterni ai danni dei due terzini avversari, dopo che per oltre un’ora di gioco gli stessi terzini nerazzurri avevano costretto i loro dirimpettai a rimanere quasi sulla linea della difesa.

Il gol di Lichtsteiner però è troppo estemporaneo, casuale e francamente immeritato perché potesse avere un peso effettivo nell’economia dell’incontro. Semmai, ha il merito di accelerare le dinamiche che avrebbero portato al vantaggio dell’Inter. Non sono passati nemmeno due minuti, e Icardi conferma il suo feeling con la porta di Buffon (7 gol in 8 incontri). Dopo Kalinic ed Antei, si tratta del terzo gol su tre subiti da un calcio d’angolo: questa volta è Mandžukić a lasciarsi superare da Icardi, che aveva precedentemente lasciato la marcatura di Bonucci e che stacca più in alto anche dell’accorrente Barzagli.

L’inerzia della partita ha preso finalmente e definitivamente la direzione dell’Inter. I centrocampisti juventini perdono ancor di più le distanze tra loro, mostrando un’enorme confusione. Non c’è coralità nei movimenti, le asimmetrie e le uscite sul portatore avversario non sono compensate dai contromovimenti dei compagni, e si aprono inevitabilmente voragini negli half spaces. Come e anche più che nel primo tempo, saltare il centrocampo è un viatico per attaccare in campo largo, e la Juventus soffre terribilmente il calcio diretto e verticale di De Boer, finalmente compiuto nelle intenzioni. Questa stessa verticalità porterà al raddoppio nerazzurro, ancora una volta di testa, ancora una volta con difesa statica ed impreparata su un’orribile palla persa di Asamoah (sono l’unico cui ha ricordato Hernanes l’anno scorso a Napoli?)

I cambi di Allegri sono quasi scontati: Higuaín per uno spento Mandžukić e un giocatore offensivo in grado di dare nuova verve alla squadra, individuato in Pjaca piuttosto che in Cuadrado. Con l’ingresso del croato si è intravisto il modulo “ad albero di Natale”, ossia quel 4-3-2-1 portato alla ribalta da Ancelotti, con Dybala e lo stesso Pjaca alle spalle di Higuaín. Tuttavia, se da un lato la Juventus è riuscita a tenere bassi i terzini avversari, pochi sono stati i reali pericoli per la porta di Handanovic. E questo è forse il fattore che ha più dato fastidio ai tifosi, l’incapacità di reagire proattivamente alle difficoltà del risultato. D’altra parte nelle parole del tecnico bianconero, il problema non era negli uomini, ma nell’atteggiamento.

A fine partita, chi è sembrato più impallato (ed impallinato) è stato Dybala. Spesso fuori dal gioco anche in posizione più bassa, ha avuto un peso molto minore del solito sull’incontro ed ha risentito dei pochi spazi al centro del campo, come testimonia il cerchietto striminzito qui sotto. Nella sua partita, un solo dribbling riuscito su 4 tentati.

passes

Tra i nostri, l’unico a giocare una partita al di sopra della sufficienza è stato probabilmente Alex Sandro. Nel secondo tempo è riuscito a prendere le misure a D’ambrosio e si è ritrovato ad essere persino (e forse suo malgrado) fonte di gioco sulla sinistra. Nel deserto della proposta offensiva bianconera, il brasiliano ha creato ben 4 occasioni (migliore in campo) e, per testimoniare il suo contributo in difesa, ha riconquistato addirittura 8 palloni (ancora una volta, migliore in campo): questo a riprova della sua imprescindibilità in entrambe le fasi. L’impatto sulla partita si legge bene dal grafico qui sotto: più grande il nome, più grande l’influenza del giocatore sul gioco della propria squadra. Quant’è raro vedere un esterno rendersi così protagonista?

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Nel tardo pomeriggio di San Siro la Juventus sfoggia una preoccupante abulicità offensiva, in parte già mostrata a Siviglia. In più, aggiunge un centrocampo visibilmente fuori forma, in grado di far ballare anche la più forte e rodata difesa d’Europa. Tuttavia, bisogna guardarsi bene dal tirare indicazioni a carattere generale da questa partita: la squadra non ha mostrato nessuno dei progressi fatti vedere nelle recedenti uscite stagionali, e sarebbe ingeneroso pretendere di vedere tendenze generali in una serata storta. Si tratta di una sconfitta difficile da spiegare con la tattica; forse è davvero più facile convincersi che sia stato un brutto incidente di percorso. Semmai, a voler fare i tifosi, fa male ricordare che l’ultima partitaccia in cui la Juventus si è resa veramente irriconoscibile è stata ancora una volta contro l’Inter, in quella semifinale di ritorno di Coppa Italia.



di Michele Tossani


Nella giornata in cui Mazzarri batte Mourinho, accade anche de De Boer interpreti la partita meglio di Allegri. Un’Inter convincente ha la meglio sui biaconeri, al primo stop stagionale.


L‘Inter che De Boer manda in campo per il big match della quarta giornata di campionato non è nemmeno lontana parente di quella maltrattata dall’Hapoel Beer Sheva qualche giorno prima in Europa League. Non lo è dal punto di vista tecnico ma, soprattutto, non lo è sotto il profilo della mentalità, dell’approccio e dell’interpretazione tattica. Il tecnico olandese, già nel mirino della critica e dei manciniani a causa di un inizio stentato di stagione, sceglie ancora il 4-2-3-1 con Banega trequartista e con Medel e Joao Mario come interni di centrocampo. Fin dalle prime battute si vede un Inter che c’è: coriacea nella fase difensiva e a tutto campo in quella offensiva. In fase di non possesso palla i Nerazzurri pressano alto, per ostacolare la manovra palla a terra della Juventus. I giocatori offensivi che giocano nel corridoio centrale, Icardi, Banega e Joao Mario, sono attenti nell’ingabbiare Pjanic attraverso un attento lavoro di ostruzione delle linee di passaggio. In fase offensiva, l’Inter fa la partita, muovendo palla con passaggi corti, volti alla ricerca di Banega e Joao Mario e allo smistamento sulle fasce. Qui operano Candreva e Eder. Mentre però l’ex laziale staziona prevalentemente nella sua zona di competenza, l’italo-brasiliano tende ad accentrarsi per occupare l’half-space sinistro da dove (insieme a Banega e Joao Mario) crea apprensione alla difesa bianconera. Sempre in fase offensiva è ancora una volta da sottolineare il lavoro di Banega e di Joao Mario, con l’ex sivigliano che spesso si abbassa per ricevere il passaggio di uscita dai difensori centrali o da Medel, con il portoghese che, a sua volta, si muove in avanti per prenderne la posizione. Passati in svantaggio grazie ad un errore difensivo collettivo (con D’Ambrosio battuto da Alex Sandro mentre Candreva rimaneva a guardare senza aiutare il compagno e con Santon che si faceva anticipare da Lichtsteiner) l’Inter continuava a macinare gioco e pressing, fino a ribaltare meritatamente la partita.