8a Serie A: Juventus-Udinese 2-1

di Andrea Lapegna


La Juventus prova a complicarsi la vita in una partita meno facile del previsto, contro un’Udinese meno rinunciataria di quanto annunciato. Ne esce grazie ai singoli, ma regala anche spunti e novità tattiche, assieme ad un folto gruppo di curiosità parallele. 


Le narrazioni che accompagnano Juventus-Udinese vengono quasi tutte da situazioni extra-campo. Alla vigilia, la grande attenzione della partita era tutta in panchina, per motivi di due ordini diversi. Il primo è il sorriso increspatosi sulle labbra di molti bianconeri nel vedere Marchisio sedere di nuovo tra i compagni per una partita ufficiale, finalmente convocabile e convocato dopo la rottura del crociato: messi da parte speculazioni e malocchi, il Principino è tornato al suo posto in squadra, rispettando pienamente la tabella di marcia che avevamo proposto per lui. La seconda ragione è la presenza accanto a Marchisio di Moise Bioty Kean, baby-prodigio della primavera bianconera, dove peraltro gioca da sotto quota (!). Complice l’infortunio di Pjaca, la Juventus aveva bisogno di un quarto centravanti, e la scelta di Allegri è caduta su di un sedicenne, primo 2000 a strappare una convocazione in Serie A.

Nessuno dei due scenderà in campo, anche se Marchisio si è scaldato a lungo. Piuttosto, sono i malori intestinali di Pjanić a catalizzare l’attenzione nelle ore precedenti il match; così, la lente d’ingrandimento si sposta un po’ più verso il campo, sull’undici iniziale. L’assenza del numero 5 si aggiunge a quelle di Asamoah e Khedira (giudicato “affaticato” dal doppio impegno in nazionale, come avevamo anticipato in radio) a centrocampo. Il forfait di Chiellini invece contribuisce a ridurre il numero di difensori a disposizione, tenuto conto degli stop di Rugani e Bonucci,  quest’ultimo senza allenamento da due giorni. La morìa di centrali – in difesa e a centrocampo – ha indotto Allegri a scegliere una formazione che permettesse di schierare più esterni possibile, proprio per sopperire ai buchi in mezzo. Spazio allora al 4-4-2, con Buffon; Lichtsteiner, Barzagli, Benatia, Evra; Cuadrado, Hernanes, Lemina, Alex Sandro; Dybala, Mandžukić .

L’Udinese dal canto suo è reduce dal recentissimo cambio in panchina. Del Neri presenta una formazione inedita per i friulani quest’anno, nel modulo e negli interpreti. Il 4-3-3 del neo-allenatore recita: Karnezis; Wagué, Danilo, Felipe, Samir; Fofana, Kums, Jantko; De Paul, Zapata, Théréau. La formazione dei friulani è un 4-3-3 solo nominale però, dal momento che in fase passiva le due ali arretrano parecchio la propria posizione, sino a disegnare un centrocampo a 5, e che De Paul stesso gode di grande libertà sul fronte offensivo.

La Juventus interpreta il proprio modulo secondo un dettame particolare. Le due ali – Cuadrado e Alex Sandro – stringono molto le linee di corsa in fase di possesso posizionale. Così facendo, portano fuori posizione il terzino avversario, creando dunque spazio per le galoppate di Evra e soprattutto Lichtsteiner.

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Cuadrado in traccia interna. Lichtsteiner si sfilerà dal diretto marcatore e sfrutterà i metri davanti a sé. Notare la posizione da attaccante di Alex Sandro (in alto), che occupa lo spazio lasciato libera da Dybala e Mandžukić, entrambi schiacciati sulla destra. 

La posizione più stretta delle due ali disegna il modulo della Juventus come una sorta di 4-2-2-2, prendendo spunto da quell’insieme di movimenti che rese famoso e vincente il Brasile anni ’60. Questo sistema esalta la corsa di Lichtsteiner, ma lo mette anche sotto pressione per la fase di rifinizione. La mancanza di precisione nello svizzero sarà causa di un voto in pagella non propriamente sfavillante; tanto più che il sistema-Juve collassa gioco a destra, mettendo così sotto i riflettori pregi e difetti del nostro esterno basso.

Diretta conseguenza di questo piano gara, è che le combinazioni tra terzini e ali sono frequentissime. La posizione più interna degli alti produce triangoli che il terzino crea e disfa a piacimento con la propria corsa, costruendo le basi per una fitta ragnatela di scambi sugli esterni. Questa osservazione è confermata dalla statistica che vede le combinazioni tra gli gli uomini di fascia juventini le più sfruttate dell’intero incontro.

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L’Udinese dal canto suo contribuisce a rendere la partita interessante con un atteggiamento tutt’altro che rinunciatario. Il 4-3-3 di Del Neri è abbastanza scolastico, ma non abbandona la volontà di sorprendere la retroguardia bianconera in verticale. E la verticalità l’abbiamo sofferta, come ci dirà Davide Terruzzi qui sotto, e come si era temuto in radio analizzando il contesto della difesa a 4. Oltretutto, il movimento a pendolo dei due attaccanti (e, più defilato, di De Paul) ha creato apprensione ai nostri centrali: Théréau veniva spesso incontro cercando di portare fuori posizione Barzagli, scaricando su De Paul che a sua volta innescava la corsa di Zapata, lanciato in solitaria  – o quasi – contro Benatia (reputato a ragione il meno rapido dei due centrali). Questa veloce combinazione, specialmente in seguito ad una palla persa nella trequarti avversaria, ha creato non poche difficoltà alle transizioni negative della Juventus, che non riusciva ad accorciare con i centrocampisti. Lemina è risultato più confusionario del solito, mentre Hernanes si trovava spesso preso in mezzo, senza sapere se accorciare sul portatore rischiando di subire lo scarico in profondità, oppure tentare un’improbabile corsa all’indietro (che pure non è nelle sue corde).

A dire il vero, anche in fase di non possesso la Juventus è sembrata meno accorta del solito. Complice il modulo inusuale, i reparti erano meno stretti e coordinati. L’uscita in pressione non era dovutamente accompagnata dalle due linee più arretrate, con il risultato di lasciare spazi tra i reparti, in cui De Paul non ha faticato a trovare un comodo half space.

In questo spezzone c’è molto delle difficoltà della Juventus. All’inizio del video, le due linee non sono sufficientemente strette, e De Paul potrebbe facilmente staccarsi dalla marcatura di Evra con un movimento ad entrare nel campo per una facile ricezione. Bontà sua, non se ne accorge. Il pressing della Juve, scattato a seguito del  passaggio trigger verso il centrale, è mal seguito dalla linea difensiva, tanto che Benatia si trova suo malgrado nella Terra di mezzo, senza sapere chi dover marcare. Da quel lato, l’Udinese arriverà al cross. 

L’allungamento dell’Udinese (o meglio, il non-arroccamento) però, apre più spazi di quanto sperato alla Juventus. Dybala in particolare, senza più la necessità di partire largo, può godere appieno dei saltuari buchi in mezzo al campo. Come già successo contro l’Empoli – dove guarda caso pure agiva più centralmente – gran parte della pericolosità della Juve passa attraverso le sue percussioni centrali palla al piede, che Jamtko e Kums non riescono ad arginare. Solo la temporanea trasformazione di Mario Mandžukić in Edin Džeko versione 2015/2016 ha graziato la difesa friulana.

Invece, e contro ogni previsione, il triplo infortunio Evra-Hernanes-Buffon, apre la partita per l’Udinese con un insperato vantaggio. È il tipo di partite che la Juventus pre-Conte avrebbe ignobilmente perso, e la prima dell’allenatore salentino pareggiato a fatica. Questa squadra invece già da qualche anno ha imparato a vincerle, e a trovare la forza di ribaltare un risultato negativo, per quanto immeritato.

Con la punizione vincente di Dybala, si apre un nuovo scenario narrativo, da aggiungere a quelli precedentemente sviscerati. Il momento più bello e commovente, della partita, quello in cui l’argentino sente il bisogno di partecipare alla situazione del compagno di squadra in un lungo e silenzioso abbraccio.

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Prima che Allegri possa attuare i cambiamenti immaginati nell’intervallo, l’Udinese regala un rigore. Nel fallo di De Paul c’è tutta l’innocente inesperienza di un giocatore offensivo che si trova a dover difendere la propria area di rigore; per di più, nella situazione di dover difendere un mancino che – contro la semplicistica previsione di uno che difensore non è – rientra sul piede debole.

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Allora la Juventus cerca l’accelerata, e Allegri la ridisegna due volte. La prima, è un passaggio necessario e confortante, in cui per qualche minuto la difesa ritira fuori dall’armadio il comodo ed usuale abito a 3 dietro. In questo momento Cuadrado agisce da mezz’ala sinistra, come già intravisto nei minuti finali della sfida contro la Dinamo Zagreb. Evra va a prendere il tassello di sinistra della retroguardia. difesa-a-3

Sopra, con gli esterni alti. Sotto, con gli esterni bassi.

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La metamorfosi della Juventus però non è completa, e Allegri termina il suo schizzo disegnando un 4-2-3-1 che accompagnerà la squadra sino al triplice fischio. I tre trequartisti sono, da destra, Dybala, Cuadrado e Alex Sandro. Il colombiano rimane comunque pesantemente addossato al lato sinistro del campo, duettando così con il compagno brasiliano; una situazione che difficilmente ci saremmo immaginati ad agosto, sognando tutt’al più tale coppia sugli esterni. La posizione di Cuadrado è forse anche indice del tentativo di offrire più spazio a Dybala dall’altra parte, attirando su di sé la guardia del centrocampo dell’Udinese. Il ritorno alla difesa a quattro è ulteriormente testimoniato da un timido accenno di salida lavolpiana da parte di Hernanes. Benatia e Barzagli larghi, Evra e Lichtsteiner larghissimi e altissimi, e il brasiliano a scendere per prendere il pallone.

Il telespettatore ha così la sensazione che la partita sia finita già al 70°. E l’attenzione si sposta ancora una volta sulle macchie di colore attorno al rettangolo verde. Come se non ci fossero già abbastanza filoni extra-campo da raccontare, la Curva Sud ne regala un altro.

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Attestato d’amore imperituro

E Buffon ricambia, perché l’Udinese continua a non rinunciare a cercare il pareggio. Quel Buffon colpevolissimo contro la Spagna e nel primo tempo su Jankto, si riscatta alla grande con due salvataggi che ricordano agli spettatori che la partita non è finita. Anzi, se non ci fosse stato Clark Kent avremmo avuto due punti in meno.

Al triplice fischio, la Juventus torna a casa con – in ordine di importanza – 1) i tre punti; 2) la consapevolezza che è questo genere di partite a pesare quando a maggio si faranno conti; 3) le attenuanti delle assenze per far digerire una prestazione poco brillante. E come si diceva nella redazione di AterAblus ieri sera, di questi tempi l’anno scorso avevamo 9 punti. Ora invece ne abbiamo 21, e un Higuaín in più.


di Davide Terruzzi


Perché la Juventus ha concesso tanti contropiede? Focus sulle transizioni negative.

 

Diciamoci la verità. La Juventus ha vinto un’infinità di scudetti grazie anche a vittorie arrivate dopo prestazioni alquanto rivedibili. Questa probabilmente è una delle differenze che la distanziano dalle altre contendenti allo scudetto, ma se in tante occasioni si è concesso poco pur non producendo molto, con l’Udinese la formazione di Allegri non ha destato l’impressione di controllare la partita, soprattutto non ha brillato nelle transizioni negative, fondamentali per neutralizzare il contropiede avversario, arma ben usata dalle squadre italiane. Qualcuno potrebbe sostenere che tale difficoltà sia dipesa esclusivamente dal modulo e dalla rotazione dei giocatori in vista del Lione, ma è altrettanto vero che i calciatori sono apparsi decisamente meno reattivi, precisi, aggressivi rispetto ai friulani. La transizione negativa è quella fase di gioco che si sviluppa immediatamente dopo la perdita del pallone; il concetto chiave è quello di accorciare immediatamente lo spazio, chiudendo le linee di passaggio, accerchiando il giocatore entrato in possesso, marcando gli appoggi più immediati e coprendo le zone di campo. Questa fase dipende incredibilmente da come s’attacca: maggiormente è corretta l’occupazione degli spazi, con superiorità numerica e posizionale in zona palla, più facile è recuperare il pallone. Ed è quello che non si è visto nel primo tempo: diversi errori tecnici, squadra sbilanciata con Lichtsteiner sempre alto, gli interni più portati a inserirsi che a dare sostegno, Evra poco reattivo nell’accorciare immediatamente sul giocatore più vicino. Cattive marcature e coperture preventive, eccessiva frenesia ed errori banali, occupazione degli spazi rivedibili, reattività, aggressività e concentrazioni non ottimali sono gli ingredienti che hanno portato a una transizione negativa rivedibile. Diversi così i contropiede subiti, neutralizzati grazie a Barzagli (la cui espressione nel video qui sotto dice molto) e Benatia.