I prossimi avversari: il Siviglia di Sampaoli

di Elena Chiara Mitrani


Dopo le tre Europa League conquistate da Emery, c’è un volto nuovo sulla panchina del Siviglia: Jorge Sampaoli. Il successo con il Cile, il background insolito, la fascinazione per Bielsa, la verve inarrestabile: scopriamo il tecnico del prossimo avversario europeo della Juventus.


Jorge Sampaoli è nato nel 1960 a Casilda, nella provincia di Santa Fé, Argentina. Da ragazzo è un rivoluzionario, un attivista. Fa parte della gioventù peronista, si batte per la fine della dittatura militare che è al potere in Argentina tra il 1976 e il 1983. È in questo periodo che Sampaoli si appassiona al rock dei barrio, destinato a restare una costante nella sua vita: tra i suoi gruppi preferiti ci sono Callejeros, Los Piojos, Bersuit Vergarabat. Proprio dalle parole di una canzone dei Callejeros, Prohibido, l’attuale allenatore del Siviglia ha tratto il titolo della propria autobiografia, No escucho y sigo, che significa, più o meno, «Non ascolto nessuno e vado per la mia strada».

Essere autentico, nel calcio di oggi, significa essere un ribelle, o almeno così la vede Sampaoli, che in una recente intervista a So Foot (settembre 2016) ha denunciato la mancanza di valori dei giocatori contemporanei e si è detto infastidito per l’«isteria generata dalla necessità di avere risultati subito, l’instabilità costante prodotta dai media, la pressione e l’impossibilità di costruire progetti a lungo termine». Lui, e lo si è visto con il suo Cile, vincitore della Copa America del 2015, ama il bel gioco, la filosofia del possesso palla e dell’attacco, l’utilizzo di un dieci classico (Valdivia in quella squadra), che magari non corra molto, ma sia capace di leggere il gioco e dare la palla ai compagni nel punto giusto al momento giusto, e un po’ di sana garra, alla Medel, alla Vidal.

Gli inizi di Sampaoli nel mondo del cacio sono sfortunati: gioca infatti solo per due anni nelle giovanili del Newell’s Old Boys di Rosario, prima di interrompere la carriera a causa di una frattura di tibia e perone che gli impedisce di diventare professionista. Continua poi a giocare saltuariamente nel club della sua città natale, l’Alumni de Casilda, ma il suo “lavoro vero” è fare l’impiegato in banca. Eppure, già nel 1996 ha luogo un episodio che rende l’idea della sua verve: Sampaoli, alla guida dell’Alumni de Casilda, viene espulso durante una partita di un campionato dilettantistico perché, non ritenendo sufficiente lo spazio assegnatogli davanti alla panchina, era salito su un albero per dare indicazioni ai propri giocatori. Tutt’ora, Sampaoli è iperattivo, non ama restare seduto in panchina, per pensare ha bisogno di muoversi continuamente avanti e indietro, perché «restare seduti fa venire il formicolio alle gambe».

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Dopo aver girato diverse squadre dilettantistiche nella sua Argentina, Sampaoli nel 2002 si avventura in Spagna, con il preparatore atletico Jorge Decio, il cui fratello giocava nell’Alavès. Il tour europeo si trasforma in un vero e proprio viaggio di formazione e, tra le notti in ostello e le lunghe distanze coperte in treno, i due hanno modo di assistere agli allenamenti e osservare i metodi di lavoro di diverse squadre europee, rinnovando il proprio bagaglio di conoscenze. Al rientro, Sampaoli conquista la prima panchina di una società professionistica, il Club Juan Aurich di Chiclayo, Perù. La gavetta di Sampaoli si compie così tra Perù ed Ecuador, prima dell’approdo all’Universidad de Chile, nel 2010. Qui l’allenatore argentino “diventa grande” e conquista i suoi primi trofei, tra cui spiccano una Copa Sudamericana ed il premio per il migliore allenatore del Cile nel 2011. Tra il 2012 e il 2015, Sampaoli è l’allenatore della nazionale cilena, che porta allo storico successo in Copa America nel 2015. Si tratta senza dubbio del più grande successo conseguito da Sampaoli finora, ma al cuore non si comanda, tant’è vero che l’allenatore ha deciso di non festeggiare quell’impresa con i giocatori al palazzo presidenziale, sebbene invitato dal presidente cileno, Michelle Bachelet. «È stata una scelta – ha dichiarato a So Foot – perché avevamo appena battuto l’Argentina, un paese dove ho la mia famiglia, i miei amici. È il mio paese e, per rispetto ai miei amici che avevano sofferto davanti alla partita, sarebbe stato maleducato festeggiare il titolo con il presidente cileno».

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Dopo un anno di pausa, a Sampaoli si è interessato il Siviglia, che gli ha proposto un contratto biennale alla partenza di Emery. Si tratta della prima sfida di Sampaoli nel calcio europeo, dove l’allenatore argentino proverà a proporre la propria idea di calcio: che il suo modulo preferito sia il 3-4-3 è noto, così come non è un mistero quel santino di Bielsa che tiene nel portafoglio. «Lo spiavo! Andavo a vedere tutti i suoi allenamenti al Newell’s. – ha ammesso Sampaoli -Ascoltavo tutte le sue conferenze stampa, e lo faccio ancora. Ho subito sentito un’adesione totale alla sua maniera di trasmettere i valori, all’idea che aveva del calcio, alla volontà di fare sempre la partita. L’essenza di Bielsa e tutte le sue idee originali vengono da quell’epoca». L’ha incontrato poche volte, però, perché «è un mito e, a volte, è meglio non incontrare i miti, affinché conservino il loro status».

C’è tanta curiosità intorno al progetto di Sampaoli al Siviglia, purtroppo il cammino è iniziato con la doppia sconfitta in Supercoppa UEFA e Supercoppa di Spagna, ma la prima partita in Liga è stata scoppiettante, nel bene e nel male: 6-4 contro l’Espanyol. Il debutto dell’allenatore argentino in Champions League è atteso per il 14 settembre, allo Juventus Stadium.



di Davide Terruzzi


Il Siviglia di Sampaoli, una squadra in costruzione alla ricerca dell’identità.


Siviglia è abituata al caldo. Anche a quello torrido degli ultimi giorni. Questo sabato, però, al Ramón Sánchez-Pizjuán, intorno alle 19, faceva freddo. I tifosi avevano i brividi sulla pelle, il gelo era sceso sullo stadio, provocato dalla prestazione della formazione di Sampaoli. Dicono che serve tempo, che bisogna avere pazienza, che l’ultima estate è stata quella della rivoluzione, ma nel calcio i risultati contano, soprattutto quando non si intravedono passi in avanti nella costruzione dell’identità di gioco. Questo Siviglia è figlio di un profondo cambiamento estivo: via l’allenatore dei miracoli, salutati diversi pilastri dell’ultimo anno, trattenuto quel direttore sportivo apprezzato da tutta Europa, acquistati sei, sì, avete letto bene, sei trequartisti, chiamato alla guida della formazione andalusa un guru del calcio sudamericano.

Non si può capire cosa si sta cercando di costruire a Siviglia senza avere presente la filosofia di gioco di Sampaoli. Il tecnico argentino è uomo di princìpi, non di schemi. Sì, si può dire che le sue formazioni passate si siano schierate col 4-3-3, col 3-4-3, col 3-3-1-3, ma in verità si passava da un modulo all’altro all’interno di un sistema di gioco posizionale estremamente fluido. Aggressività, verticalità, pressione costante, ritmi vertiginosi, recupero palla immediata, nessuna soggezione psicologica. Questi sono i dettami di Jorge Sampaoli, una filosofia sublimata ai massimi livelli dalla Universidad de Chile e dal Cile, squadre con giocatori pronti a sposare questi dettami, ma soprattutto adatti, quasi perfetti, per questa concezione di calcio. Non possiamo ora non pensare ai calciatori a disposizione di Sampaoli al Siviglia e porci questa domanda: hanno le caratteristiche per giocare secondo questa idea estrema? Sono in grado di imporre ritmi di gioco elevati? Di eseguire un pressing feroce?

In teoria la rosa è costruita per rispondere a questo sistema tipicamente sampaoliano: difesa a tre, un mediano pronto ad abbassarsi per permettere ai terzini di trasformarsi in ali, un enganche alle spalle di tre punte, un centravanti dinamico, esterni che stringono alle spalle del centrocampo avversario. Se il Cile praticava un’evoluzione del calcio posizionale tipicamente olandese-catalano, poiché i giocatori rispettavano la loro posizione in campo ma cambiavano due-tre sistemi di gioco all’interno della stessa partita, il Siviglia del primo mese è una squadra che non riesce ad alzare il ritmo delle partite. La squadra lascia l’impressione di pensare troppo quando è in campo, la velocità della circolazione della palla è lenta, il movimento senza pallone è poco aggressivo e costante, consentendo agli avversari di controllare senza grosse difficoltà. L’avvio di manovra è macchinoso e difficoltoso: nessuno dei difensori può essere considerato un regista aggiunto, nessuno osa un lancio in diagonale, una verticalizzazione per servire uno dei trequartisti. La posizione eccessivamente alta degli interni di centrocampo impedisce al Siviglia una credibile e continua manovra centrale, non riuscendo quindi a prendere il controllo del centrocampo; la formazione di Sampaoli è così costretta a manovrare sulle fasce, una soluzione che aveva dato ottimi risultati nelle amichevoli e nella Supercoppa Europea contro il Real, ma che attualmente risulta infruttifera per via della insufficienza dei movimenti senza palla. La tipica soluzione di Sampaoli, come si vede in questa clip, prevede la presenza di un riferimento largo (spesso il terzino) che riceve palla quasi con i piedi sulla linea della rimessa laterale, il movimento in sovrapposizione da parte di uno degli interni di centrocampo o delle “false” ali, l’attacco massiccio dell’area (spesso si creano situazioni di 3vs3 in area di rigore). Una situazione che è stata ben studiata dagli allenatori avversari, bravi a prendere gli adeguati adattamenti, impedendo così agli andalusi di sfruttare questa arma.


I limiti principali però si verificano senza palla. La squadra evidenzia ancora notevoli problemi nella coordinazione di pressing e gegenpressing: la pressione, o meglio l’aggressione, portata da più uomini avviene spesso con qualche secondo di ritardo, consentendo agli avversari di uscire facilmente dal tentativo di recupero alto. Inoltre, limite strutturale di squadre che effettuano un pressing così estremo, la densità elevata di uomini in una zona del campo comporta inevitabilmente varchi lasciati scoperti in altre aree, una debolezza intrinseca che viene sfruttata da quei giocatori abili a rompere il pressing con giocate individuali. In questa maniera, il Siviglia si presta a pericolose ripartenze. La difesa spesso non accompagna il pressing, i difensori non sono aggressivi sugli uomini, le marcature e coperture preventive sono insufficienti, e così la formazione di Sampaoli rischia di trovarsi divisa in due tronconi con il reparto difensivo sottoposto a continue situazioni di parità numerica in campo aperto.

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In ritardo nel pressing, il giocatore avversario può servire un compagno. La difesa non accorcia, la squadra è spaccata in due. E la partita era appena iniziata.


È chiaramente un Siviglia in costruzione quello che la Juventus affronterà nella prima sfida del girone di Champions, una squadra che sta provando a rispondere alla filosofia di gioco di un tecnico dalle idee chiare ma non di semplice attuazione. L’impressione è che i giocatori non siano propriamente adatti a questa filosofia di gioco, che pure evidenzia limiti precisi perché anche il Cile era in difficoltà quando non era in grado di verticalizzare o effettuare un pressing efficace, e che Sampaoli dovrà faticare parecchio per convincere i suoi uomini che la strada intrapresa è quella che porterà a ottenere vittorie.



di Francesco Federico Pagani


Promesso fuoriclasse, dopo un anno opaco all’Atletico Vietto riparte dal Siviglia.


Sono ormai già quattro stagioni che Luciano Vietto è sulla cresta dell’onda, pur con alterne fortune.
Cioè da quel 2012/2013 quando, sotto gli ordini di Luis Zubeldía, diventò un punto fermo del Racing Club de Avellaneda, dopo essere stato lanciato da un certo Diego Pablo Simeone…

Alterne fortune, dicevo, perché dopo una prima grande stagione condita da 13 reti, Vietto ne vive una meno positiva, in cui riesce a mettere a referto solo 5 marcature. Talento indiscutibile, però, che convince il Villarreal a puntare su di lui e portarlo in Europa. Decisione subito ripagata , se è vero che il ragazzo di Balnearia chiude quell’annata con ben 20 goal all’attivo. Dopo una stagione con più ombre che luci all’Atletico Madrid, eccolo provare a ripartire dal Siviglia per ritrovare quel feeling con il gol che di tanto in tanto smarrisce. Ma se vale la regola del “una stagione buona, una meno”, Luciano Vietto darà del filo da torcere a tanti quest’anno.

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Il talento di Vietto di certo non si discute. Punta centrale atipica, può anche disimpegnarsi come secondo violino. Ha fisico piuttosto minuto e compatto (173 centimetri per 68 chili) e certo non una grande forza o un atletismo dominante, cui però fanno da contraltare ottime doti tecniche ed un istinto naturale per il gol, oltre che una certa intelligenza tattica ed una naturale predisposizione alla lettura del gioco.

Buona rapidità ed agilità di movimento, Luciano Vietto eccelle nell’anticipazione motoria, qualità coordinativa che gli permette di leggere in anticipo le situazioni di gioco e porsi nella maniera più adatta a quello che sarà lo sviluppo dell’azione.

Dotato di un ottimo dominio della sfera ed una certa disinvoltura nella guida della stessa, ha un buon tiro dalla medio-corta distanza, mentre non eccelle per quanto riguarda il calcio. Svantaggiato nel gioco aereo da un fisico come detto non eccezionale, è comunque una zanzara in grado di colpire anche in questo fondamentale, alla prima distrazione della difesa. Sa infatti muoversi bene senza palla e ha discreti tempi di stacco. Il passaggio che cerca più spesso e che gli viene meglio è quello diagonale, a chiedere o chiudere un triangolo coi compagni.

Molto interessanti anche le sue qualità tattiche. Da prima punta atipica qual è, per via delle sue fattezze fisiche, è infatti più portato a fare movimento, creare gioco ed aprire spazi per i compagni che non a presidiare l’area di rigore come un classico centravanti di sfondamento. In questo senso, il movimento principale che gli si vede fare è quello d’incontro, con cui spesso si trova a fluttuare ben al di fuori dell’area di rigore, dando una mano ai propri compagni in fase di costruzione della manovra. Per smarcarsi predilige poi l’appoggio o il taglio. È comunque in generale difficile vederlo fermo ad aspettare il pallone, tanto che spesso finiscono per essere i trequartisti – che si inseriscono alle sue spalle – i giocatori più vicini alla porta avversaria.

Parte di quel pentacolo delle meraviglie che doveva – sulla carta – dominare il Sudamericano sub-20 del 2013 (completavano il reparto offensivo Alan Ruíz, Manuel Lanzini, Juan Iturbe ed Adrián Centurión), Luciano Vietto è oggi uno dei talenti più interessanti della nuova generazione di attaccanti argentini. La stessa che ha dato i natali ad Icardi e Dybala, per intenderci.