La Terra dei cachi 136/ Tending the sheeps

di Kantor


La lotta al risultatismo e il meraviglioso mondo in cui il calcio si comporta come la playstation.


Da ora in poi ho deciso di bloccare i commenti ai miei post; dato che molta gente li usava in modo corretto e mi forniva un feedback che apprezzavo un po’ mi spiace, quindi a loro (e solo a loro) devo una spiegazione. Il punto è che ci sono alcuni personaggi in giro, dotati di poco buon senso e molto tempo libero, che usano i commenti esattamente come non dovrebbero essere usati. In altre parole non interagiscono nel merito, ma usano semplicemente quello spazio come una sorta di “muro”  in cui esprimere le loro idee (quasi sempre strampalate). Ora se questi fenomeni pensano di avere delle cose da dire, beh che mettano su un loro blog personale; almeno potranno verificare con mano quante siano le persone interessate a leggerli (secondo me poche, ma non si sa mai). Da parte mia non sono più disposto a concedere loro alcun spazio; e se non mi leggeranno più me ne farò una ragione.

Detto questo, passiamo all’argomento di giornata.  E’ stato un inizio di stagione abbastanza tormentato per la Juventus e abbiamo poche volte rubato l’occhio. Sulle ragioni di questo hanno argomentato e stanno argomentando molto meglio i miei complici qui e non ho la minima intenzione di aggiungere la mia (poco qualificata) opinione.  Mi sono però limitato ad osservare che la Juventus ha giocato 19 partite in questa stagione vincendone 14 e ho enfatizzato che questo era un dato di fatto incontrovertibile dal quale ogni analisi doveva necessariamente partire. Ovviamente ho ricevuto ogni genere di risposte; la psicopatologia dei frequentatori della rete è un fatto noto e studiato. Ma c’è stato un messaggio su twitter che mi ha colpito e che diceva più o meno così: “Bisogna uscire dal risultatismo!”.

La cosa mi ha colpito perchè è venuta da una persona che non considero molesta e/o incapace di ragionare, ma da un bravo ragazzo (considerate che scrive un blog sui Brooklyn Nets e per farlo di questi tempi ci vuole cuore puro e stomaco forte). E ho cominciato a chiedermi come fosse possibile che un tifoso della Juventus (una squadra che, ricordo, ha come motto “Vincere  è l’unica cosa che conta”) arrivasse a scrivere una cosa del genere.  E sto parlando di un tifoso sincero, non uno di quei tanti personaggi che si atteggiano a tifosi solo per inquinare la rete con le loro orribili minchiate. Perchè questo genere di affermazioni è normalmente il patrimonio delle squadre che non vincono mai; ricordo i simpatici ultras di una squadra di Roma che esposero il mitico stricione “Mai schiavi del risultato”. Ed è un bene per loro, perchè se lo fossero si sarebbero dovuti suicidare da tempo.

Intendiamoci a me il calcio piace anche come spettacolo; e sicuramente mi diverto a veder giocare delle squadre che esprimono un bel gioco. Ma il “bel gioco” è soggettivo: per esempio a me il Barca di Guardiola annoiava profondamente, mentre ho trovato a tratti entusiasmante il suo Bayern.  Non mi diverte particolarmente veder giocare il Napoli, ma cerco di vedere tutte le partite del Liverpool di Klopp. Insomma ho i miei gusti, come tutti.  Ma questo lo dico come spettatore; come tifoso voglio solo e soltanto vincere e se non volessi questo, non sarei più un tifoso.

Ma torniamo al punto: come è possibile che, almeno in molti tifosi più giovani, si sia verificata questa sorta di mutazione genetica? Qualcuno attribuisce questo alla sazietà di vittorie; ma non mi quadra perchè i fautori del non risultatismo, che storcono la bocca dopo una vittoria per 3-1 su un campo in cui una squadra italiana non aveva mai segnato,  sono poi gli stessi che si inalberano dopo un pareggio casalingo con la stessa squadra (in una partita in cui hai fatto mille tiri in porta).  Io preferisco una spiegazione più articolata che si basa su due fattori: il primo è abbastanza ovvio ed è il diffondersi di giochi virtuali di calcio da playstation. Lì se vuoi ottenere una squadra che gioca meglio è sufficiente cambiare alcuni parametri e sei a posto; e se tu lo fai molte volte piano piano cominci a pensare che forse anche nella realtà non è molto diverso.  Su questa platea già abbastanza preparata si è innestato un altro fenomeno, cioè il proliferare delle “advanced stats” nel calcio.  Ovviamente io che ho fatto della matematica la mia vita e il mio mestiere non posso non vedere gli indubbi vantaggi di una osservazione più scientifica dello sport.  Ma le lauree non si prendono per caso e nella confezione degli attrezzi pericolosi c’è sempre l’avvertimento “maneggiare con cura”.  E per capire come funzionano certe cose non basta un sommario su internet, magari scritto da qualche liceale bimbominkia,  ma ci vogliono buoni studi o in alternativa buone letture. Ai miei 15 lettori consiglio “Tutti i numeri del calcio” di Anderson e Sally (Ed. Mondadori) e questo pezzo di Michael Caley, che è  l’inventore degli “expected goals”.

Putroppo viviamo nel momento dell’ “uno vale uno”; e per la maggior parte delle menti deboli questo equivale a dire “io sono come tutti gli altri”. E il convincersi di questo ti può portare indifferentemente a diventare uno sniper che spara alla gente da un campanile, oppure il miglior cliente possibile per Totò che ti vuole vendere la Fontana di Trevi. La via di mezzo è diventare un’apprendista stregone delle statistiche, usandole a sproposito e  essendo fermamente convinti che esistano dei parametri che possano quantificare “il bel gioco”.  E’ veramente incredibile come un sacco di persone la cui capacità di ragionare in modo quantitativo è perlomeno dubbia  si riempia la bocca di indicatori dei quali chiaramente non capisce il significato. E alla fine è questa opinione diffusa che tutto sia quantizzabile che porta a certe conclusioni; perchè se giocare bene è così facile, così deterministico,  se Allegri non ci riesce vuole dire che è per forza un cazzone. E che chiunque possegga la formula magica sarebbe in grado di farlo. Una volta questi discorsi si sentivano solo a Bar Sport e solo dopo il terzo campari; e servivano soprattutto a far ridere quelli che di campari ne avevano bevuto uno solo. Adesso stanno diventando il nuovo vangelo; e come sempre ognuno vive i tempi che si merita.


Ascolta Clip #03 – Il risultatismo nel calcio e nello sport” su Spreaker.