Mario Mandžukić: la rabbia, il cuore

di Elena Chiara Mitrani


L’infanzia trascorsa in Germania a causa della guerra, gli inizi nel calcio croato, le vittorie con il Bayern, il passaggio all’Atlético e poi alla Juventus. Guerriero in campo, “normale” nella sfera privata: ritratto di Mario Mandžukić.


Torino, luglio 2015. «Non mi piace parlare di questo, credo che sia irrilevante». Con queste parole, Mario Mandžukić rispedisce al mittente una domanda sui suoi tatuaggi ricevuta da un giornalista durante la conferenza stampa di presentazione con la Juventus. Lo sguardo che accompagna la risposta non ammette repliche. Questo scambio è forse quello che i tifosi bianconeri meglio ricordano, di quella conferenza stampa: la solita trafila di domande banali e risposte politicamente corrette è dimenticabile, gli juventini scoprono Mario nel momento in cui fa muro in maniera secca davanti a un’ingenua domanda personale percepita come innocua dal giornalista che la pone. Il croato è uno che non si tira indietro quando c’è bisogno di fare il duro, e la sua sfera personale non si tocca.

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Mario Mandžukić nasce il 21 maggio del 1986 a Slavonski Brod, nella Jugoslavia ancora unita. La città si trova su quello che poi sarebbe diventato il confine tra Croazia e Bosnia; la guerra mette in pericolo l’incolumità della famiglia Mandžukić agli inizi degli anni ’90. Nel 1992, il padre Mato decide di emigrare in Germania e si trasferisce con moglie e figli a Ditzingen, vicino a Stoccarda. Molti anni dopo, dichiarerà a Spox.de: «L’unica cosa che mi interessava era la sicurezza della mia famiglia. La gente veniva uccisa fuori dalla nostra porta di casa. Non potevamo restare lì un minuto di più».

Proprio a Ditzingen emerge per la prima volta il talento calcistico di Mario, che a sei anni giocava nella squadra locale, così come il padre, difensore. La carriera di Mato è breve; il Diztingen era in quarta divisione ma questa esperienza rappresenta per lui l’occasione di giocare con futuri professionisti quali Fredi Bobic e Sean Dundee. Mario, parlando della carriera del padre, si disimpegna spesso dicendo: «Quando l’ho visto giocare, si era già lasciato alle spalle gli anni migliori».

Nel 1996, terminata la guerra, ai Mandžukić viene rifiutato il rinnovo del permesso di soggiorno, e così tornano a casa, a Slavonski Brod, Croazia orientale. Mario inizia la sua avventura calcistica nella squadra locale, l’NK Marsonia, per poi passare nel 2003 allo Željezničar, altra squadra del posto, omonima del più famoso club di Sarajevo. È qui che il giocatore, ormai diciassettenne, viene passato in prima squadra. I 14 gol in 23 partite nella seconda divisione croata fanno entrare Mario nel mirino dell’NK Zagabria, dove l’attaccante gioca per due stagioni sotto la guida di Miroslav Blažević.

Figura storica del calcio croato, Blažević è famoso per aver conquistato il terzo posto con i Vatreni durante la Coppa del Mondo 1998, alla prima partecipazione della Croazia a questa competizione. Il tecnico finisce per lasciare un marchio indelebile su Mandžukić, affibbiandogli il soprannome di Djilkos (pronuncia gil-kosh), parola che nell’espressione originale ungherese (gyilkos) significa killer, e nello slang croato sta per sfrontato, ma anche grezzo. L’intento originale di Blažević era quello di fare un complimento a Mario, che però non ha mai molto apprezzato il soprannome, al punto da dichiarare al quotidiano croato Sportske Novosti, in un’intervista del 2011, che lo ritiene irrispettoso e che non vouole più essere chiamato così. Al di là di questo malinteso, Blažević è il primo coach che vede in Mandžukić doti speciali: schierandolo stabilmente al centro dell’attacco dell’NK Zagabria lo mette in condizione di segnare 50 gol in due stagioni, che gli valgono la chiamata al club più prestigioso di Zagabria, la Dinamo. Pochi mesi dopo il debutto con la Dinamo, arriva anche la prima convocazione in nazionale, nel novembre 2007, per una partita contro la Macedonia valida per le qualificazioni agli Europei del 2008. Alla seconda partita con la maglia a scacchi biancorossi, Mario trova anche il primo gol da internazionale, purtroppo inutile, segnato durante la partita persa per 1-4 in casa contro l’Inghilterra.

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Mario resta alla Dinamo per tre stagioni, il tempo di collezionare 65 gol in 141 partite e di finire sotto i riflettori prima in patria, poi in Europa. La doppietta segnata durante la gara di Coppa UEFA con l’Ajax nel 2007 lo porta per la prima volta alla ribalta a livello internazionale, e alla fine della stessa stagione i capitani delle squadre croate lo eleggono miglior giocatore del campionato di casa. Nel 2008/09 vince la classifica dei cannonieri e Sportske Novosti gli assegna il titolo di MVP. Il suo palmares inizia intanto a popolarsi: con la Dinamo conquista tre campionati croati e due coppe nazionali in tre stagioni. Diverse squadre si interessano a lui, che però non nasconde una preferenza per la Germania, la sua seconda patria. Si accasa così al Wolfsburg nel 2010; la squadra della Volkswagen se lo assicura staccando un assegno da € 7 milioni.

All’arrivo di Mandžukić, i Lupi stanno per andare incontro a una stagione difficile: gli insperati fasti del 2008/09, annata che ha visto i biancoverdi di Sassonia conquistare il loro primo titolo nazionale, sono lontani. In panchina c’è l’inglese Steve McClaren, e tra i rinforzi estivi c’è una vecchia conoscenza bianconera, Diego Ribas da Cunha, mentre in difesa gioca (ancora per poco) il futuro juventino Andrea Barzagli. La concorrenza con Džeko è all’inizio problematica per Mario, che viene spesso schierato come esterno d’attacco sinistro nel 4-3-3, o come esterno di centrocampo sia a sinistra che a destra, nel 4-2-3-1 o 4-5-1 di McClaren. Gli esperimenti del tecnico inglese non vanno a buon fine e non mettono a frutto le potenzialità di Mario, tant’è vero che con l’arrivo ad interim di un nuovo allenatore, il traghettatore Pierre Littbarski, l’attaccante croato finisce in tribuna per tre gare su cinque. Se con i primi due allenatori dei Lupi Mandžukić fatica a mostrare il suo valore, il ritorno in panchina di Magath è una benedizione per il croato, che diventa il punto focale dell’attacco del Wolfsburg alla partenza di Džeko, passato al Manchester City nel gennaio 2011. La stagione resta critica e la squadra si trova spesso in zona retrocessione, ma Mandžukić contribuisce in maniera decisiva alla salvezza, segnando 8 gol in campionato, di cui 7 proprio nelle ultime partite: spicca in particolare la doppietta messa a segno nella gara decisiva vinta 3-1 in casa dell’Hoffenheim all’ultima giornata. Felix Magath, bestia nera per i tifosi bianconeri ma talismano per il Wolfsburg, può dirsi contento.

Per l’annata successiva, 2011/12, Mandžukić viene confermato al centro dell’attacco dei Lupi. La stagione è positiva: 12 gol e 10 assist in Bundesliga e il titolo (sebbene condiviso con altri giocatori) di capocannoniere a Euro 2012 valgono all’attaccante croato una chiamata da Monaco, dove lo aspetta il Bayern di Heynckes.

Il passaggio di Mandžukić al Bayern viene ufficializzato subito dopo l’eliminazione della Croazia dagli Europei del 2012, più precisamente il 27 giugno 2012. Il compenso pagato dai bavaresi al Wolfsburg è di € 13 milioni; il giocatore firma un contratto triennale con opzione per il quarto. Ironia della sorte, uno degli idoli di Mandžukić era sempre stato Ivica Olić, centravanti croato ex NK Marsonia come Mario, ma più vecchio di 7 anni. Olić, molto amato dalla tifoseria bavarese, compie il percorso inverso rispetto a Mandžukić proprio nel 2012, passando al Wolfsburg. Arrivando al Bayern al posto del più esperto connazionale, Mario afferma di volerne seguire l’esempio.

A inizio stagione, l’idea è che Mandžukić sia il vice di Gómez in attacco, ma Mario scalza presto il tedesco dal posto di titolare, complice anche un infortunio di quest’ultimo. A Heynckes va il merito di aver capito al meglio Mandžukić: il tecnico è stato in grado fin da subito di sfruttare al massimo le caratteristiche fisico-atletiche dell’attaccante croato, schierato come unica punta in un 4-2-3-1 che porterà i bavaresi a vincere il loro primo treble.

Una sola piccola ombra macchia la prima annata di Mandžukić in Baviera: il 20 novembre 2012, durante la gara contro il Norimberga, il giocatore esulta polemicamente con il braccio alzato, mimando quello che sembra un saluto romano, insieme al compagno Xherdan Shaqiri, svizzero di origini kosovare, che rivolge alla curva il saluto militare. L’episodio, secondo la stampa serba, rappresenterebbe una dedica ai generali croati Markač e Gotovina, condannati per crimini di guerra e contro l’umanità ma assolti dall’ONU due giorni prima della partita. L’ufficio stampa del Bayern getta acqua sul fuoco affermando che l’esultanza di Mandžukić non ha nulla a che vedere con il significato politico che le era stato attribuito, e che il giocatore stava semplicemente celebrando il gol «salutando la Croazia e i suoi tifosi». Il quotidiano croato Vecernji List riporta però un virgolettato di Ivan Cvetković, agente dell’attaccante, che si dice «orgoglioso di Mario ed entusiasta di come ha celebrato il gol, unendosi alla gioia di tutti i croati per il ritorno dei nostri generali».

Al di là di questo episodio, Mario è uno degli uomini chiave di quel Bayern che nel 2012/13 non lascia scampo a nessuno: stravince la Bundesliga con 25 punti di vantaggio, conquista la Coppa di Germania a inizio giugno, e compie un vero capolavoro con la vittoria della Champions League dopo la bruciante sconfitta nella finale casalinga l’anno precedente. Dietro Mandžukić, sulla trequarti ci sono Robben, Müller e Ribéry: la squadra è solida e spietata, passeggia sulla Juventus di Conte ai quarti (con Mandžukić a segno allo Stadium), demolisce il Barcellona in semifinale (con un impressionante punteggio di 7-0 sulle due gare) e batte l’outsider Borussia Dortmund nella finale disputata a Wembley. Proprio Mandžukić apre le danze in finale con un gol al 60’, risultando, in questa occasione, più decisivo del rivale Lewandowski, destinato di fatto a rimpiazzarlo al Bayern l’estate successiva.

L’esultanza di Mario dopo il gol in finale di Champions è emblematica: il croato è sotto gli occhi di tutti mentre si porta le mani alle orecchie per ascoltare il boato dello stadio, ma solo osservando bene il seguito della sua esultanza si può vedere che, andando verso i tifosi del Bayern, Mandžukić accenna un altro gesto, quello di battere la mano sullo stemma del club bavarese. Questo momento resta il picco della sua carriera finora, ma già dall’anno successivo il suo rapporto col Bayern si incrina.

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Pep Guardiola sbarca in Baviera nell’estate 2013: dopo un anno di pausa, l’allenatore Catalano arriva in Germania per portare la propria idea di calcio e cimentarsi con una realtà diversa da quella della Liga. Fin da subito, i rapporti tra il nuovo tecnico e Mandžukić sono tesi. D’altra parte, secondo il credo di Guardiola il centravanti è lo spazio, l’ingombrante numero 9 croato non si adatta alla sua idea di gioco, con quei piedi ritenuti grezzi e la sfacciata anarchia tattica. Poco importano la carica di Mario e il suo spirito di sacrificio in campo, poco importano persino i suoi gol (che alla fine dei due anni con il Bayern saranno comunque parecchi, 48 in 88 uscite ufficiali); per Guardiola, il centravanti croato non è l’uomo giusto. Ci prova, eppure, a convertirlo tatticamente, schierandolo esterno sinistro contro il Chelsea nella Supercoppa Europea del 2013. Ma, per Mario, questo è solo l’inizio della fine.

Sulla conclusione del suo rapporto con il Bayern, ci sono state dichiarazioni politicamente corrette, come quella rilasciata dall’attaccante a fine 2014 a Sportske Novosti: «Siamo onesti, non ho grandi affinità con il gioco che Guardiola ha impostato al Bayern. Già prima della partita contro il Real Madrid (semifinale Champions 2014, ndr) avevo capito che il suo modo di giocare non era adatto a me. E quindi, se non ti senti a tuo agio, è meglio per tutti separarsi. Ringrazio la società per avermi offerto un prolungamento di contratto, e Guardiola resta un grande allenatore. Auguro loro il meglio, ma è tempo di nuove sfide». Ma, sempre attraverso il maggior quotidiano sportivo croato, Mandžukić si è anche sfogato: «Pep Guardiola mi ha deluso, non mi ha trattato con rispetto. Non mi ha permesso di diventare il miglior cannoniere della Bundes. Ogni cosa era meglio all’epoca di Jupp Heynckes, e non sono il solo a pensarlo. Non voglio persone come Guardiola nella mia vita: un caffé con lui non lo prendo; se attorno a qualcuno avverto energia negativa, lo evito. Per il Bayern ho dato tutto e quando Guardiola è arrivato ho cercato di adattarmi, ma per far sì che le cose funzionino bisogna essere in due».

Nonostante le incomprensioni con Guardiola, Mandžukić mette a segno 17 reti in 25 partite nella sua seconda stagione con il Bayern. Progressivamente, però, il tecnico catalano lo schiera sempre meno (da qui l’accusa da parte di Mario di non avergli permesso di vincere il titolo di capocannoniere). L’atteggiamento del croato nello spogliatoio diventa negativo, il suo sentimento di sfida nei confronti dell’allenatore è soffocante. Finisce anche per sfoderare troppa aggressività in allenamento e per far male al compagno di squadra Schweinsteiger: l’episodio viene riportato dalla stampa e getta Mario in un vortice di accuse sebbene, osservando le immagini, sembri in realtà che il suo brutto tackle sia anche involontario, frutto di una perdita di equilibrio.

Nel frattempo, il Bayern ufficializza l’acquisto di Lewandowski. Tra fine maggio e inizio giugno 2014, poco prima di partire per la Coppa del Mondo in Brasile, Mandžukić preferisce dedicarsi alla famiglia e alla sua città natale piuttosto che restare in buoni rapporti con il Bayern. Ormai messo da parte, torna a Slavonski Brod, in quel momento colpita dalla peggior inondazione mai vista nei Balcani da più di un secolo. Impegnarsi in prima persona negli sforzi umanitari è per lui troppo importante.

Dopo una Coppa del Mondo opaca (la Croazia non si qualifica per la fase a eliminazione diretta, vittima delle sconfitte contro Brasile e Messico nella fase a gironi), Mandžukić passa all’Atlético Madrid nell’estate 2014, per € 19 milioni.

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Mario il guerriero arriva nella squadra di Simeone per rimpiazzare Diego Costa, autentica star della stagione 2013/14, partito in direzione Chelsea. All’inizio sembra l’uomo adatto: vista la sua attitudine da condottiero mai domo, il croato sembra fatto apposta per integrarsi nella mentalità rojiblanca. L’immagine che rende meglio di tutte l’idea di Mandžukić, e soprattutto di cosa possa essere un Mandžukić nell’Atlético, è quella dello scontro con Sergio Ramos durante il derby dei quarti di Champions League, che vede il croato col volto insanguinato dopo una violenta testata. In questa foto c’è tutto quello che sappiamo sul Mandžukić giocatore: un guerriero in campo, pronto a lottare con ogni mezzo, anche quando si sfora in comportamenti sopra le righe.

Non c’è, però, quella personalità che Mario fa di tutto per tenere riservata: l’attaccamento alla famiglia, agli affetti tenuti nascosti se non per qualche piccolo dettaglio, come i nomi della fidanzata Ivana e del cane Lenni incisi sugli scarpini.

L’avventura all’Atlético di Mario, nonostante i 20 gol in stagione, dura soltanto un anno. Simeone finisce per ammettere a Radio Onda Cero che «Mario dev’essere rifornito in continuazione, Diego Costa a volte è autosufficiente. Però, i 20 gol di Mario nell’Atlético valgono più dei 28 che ha segnato l’anno scorso al Bayern». A Madrid, qualcosa a un certo punto va storto, la capacità realizzativa di Mario si inceppa, il giocatore si ritrova ai margini dello spogliatoio, non impara lo spagnolo e non riesce a farsi capire dal tecnico. Gli spagnoli lo cedono senza rimpianti alla Juventus per € 18 milioni, il primo attaccante venduto dall’Atlético senza generare plusvalenze negli ultimi dieci anni, dopo Torres, Forlán, Agüero, Falcao e Diego Costa.

Luglio 2015, Mario arriva alla Juventus. Quando visita per la prima volta gli spogliatoi dello Juventus Stadium, compie una scelta simbolica e non da tutti; sceglie infatti come proprio posto quello in fondo, di fronte alla porta, accanto a Buffon, lasciato libero l’anno prima da Pirlo. È un posto da leader, che domina lo spogliatoio. Da nuovo arrivato, Mandžukić non ha paura del valore simbolico di ciò che quel posto in particolare rappresenta, ed è pronto a proporsi come uno dei trascinatori della squadra.

La stagione della Juventus comincia in maniera diffcile, dopo un’annata ricca di successi e con l’unico rimpianto della finale di Champions persa contro il Barcellona. Pare arduo fare meglio, ma la squadra è molto cambiata e fatica ad ingranare. Il primo lampo di Mandžukić arriva a Manchester, nella sfida di Champions League contro il City. A inizio stagione, il croato salta tante partite a causa di un brutto taglio al gomito che finisce per fare infezione, i tifosi non riescono subito a inquadrare Mandžukić, infatuati di Morata dopo i numerosi gol messi a segno dallo spagnolo l’anno precedente e curiosi di vedere più spesso in campo Dybala. Mario si sblocca in campionato solo il 25 ottobre, segnando il raddoppio contro l’Atalanta, e finisce poi per prendersi il posto da titolare mettendo a segno 10 gol in campionato e diventando uno degli uomini-simbolo dello scudetto conquistato in rimonta.

La scintilla tra Mandžukić e i tifosi bianconeri è probabilmente scoccata durante la sfida a Torino contro il Bayern quando, con la squadra sotto per due a zero, il numero 17 bianconero, forse anche mosso da vecchi rancori, ha messo in campo tutta la sua potenza e la sua rabbia, battendosi su ogni pallone, fino a riuscire a regalare a Dybala l’assist per il gol che ha riaperto la partita. Il suo affrontare a muso duro Lewandowski la dice lunga sulla carica agonistica di Mandžukić e, probabilmente, su ciò che deve ancora covare dentro di sé per il modo in cui si è conclusa la sua aveventura al Bayern.

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La gara di ritorno proprio contro il Bayern fa emergere invece i limiti di Mandžukić, incapace di proporsi come punto di riferimento per le ripartenze palla al piede e di mantenere bassa la difesa del Bayern come aveva saputo fare Morata. Il suo ingresso in campo al posto dello spagnolo sposta gli equilibri della partita e finisce per favorire la rimonta bavarese. Inoltre, nonostante le molte gioie arrivate grazie a Mario (particolarmente decisivi e memorabili i suoi gol contro la Fiorentina, sia all’andata che al ritorno), 13 gol in una stagione paiono pochi per quello che è di fatto il centravanti titolare di una squadra con ambizioni europee. Serve un altro tipo di giocatore: a luglio, nello stupore generale, sbarca a Torino Gonzalo Higuaín. Inutile fingere di non vedere: queste prime giornate di campionato ci hanno detto che l’argentino deve essere la prima scelta di Allegri, e non può giocare in coppia con il croato. Mandžukić è apparso nervoso e polemico nelle sue sporadiche apparizioni, e per adesso non ha trovato il gol, nonostante qualche ottima occasione contro il Palermo e la Dinamo Zagabria. Quel qualcosa che aveva incominciato a girare bene l’anno scorso si è inceppato non appena Mario ha avvertito sulle proprie spalle il peso della competizione: non sentendosi più al centro del progetto, è possibile che abbia cominciato ad accumulare delusione e tensione. Purtroppo le occasioni precedenti in cui il giocatore si è trovato in questa situazione (Monaco e Madrid) non sono incoraggianti, ma la sperenza dei tifosi juventini è che l’attaccante croato riesca presto a ritrovare la rete in maglia bianconera (dopo essere andato a segno 4 volte con la Croazia durante la recente pausa per le qualificazioni ai Mondiali) e che, anche se gli sarà difficile accettare di essere la seconda scelta per il ruolo di prima punta, possa restare concentrato in modo da dare il suo apporto quando chiamato in causa e regalare ancora gioie ed emozioni.

Un poker d’assi, una coppia di dadi, un ideogramma cinese, una grossa croce, un pallone; sono solo alcuni dei tatuaggi di Mario, disegni sul corpo da guerriero di un giocatore che, nonostante i tanti trofei conquistati in carriera, forse non è un campione, ma ha saputo guadagnarsi l’affetto dei tifosi per due ragioni: il cuore e la rabbia che mette in campo, e la capacità di essere, fuori dal campo, una persona normale.


di Francesco Andrianopoli


Approfondimento tattico sull’attaccante bianconero.


Quando si pensa a Mandžukić, il pensiero va immediatamente alla sua grinta, alla sua rabbia agonistica: in campo è una belva, che interpreta il ruolo di attaccante alla maniera dei grandi corazzieri del passato, giocatori che non pensavano solo a mettere la palla in rete, ma anche (o forse soprattutto) a sfidare i propri marcatori “mano a mano”; non è importante soltanto battere l’avversario nel punteggio: si deve anche sconfiggerlo fisicamente, pressarlo, picchiarlo, punirlo, se non proprio provocarlo.

La prima, grande specialità della casa è il gioco aereo, visto che stiamo parlando, senza mezzi termini, di uno dei migliori colpitori di testa d’Europa, ma la sua dote principale è il suo incessante dinamismo; il croato mette una clamorosa pressione sulle difese avversarie, per ogni minuto in cui è in campo non smette di pressare, spingere, saltare, colpire i propri avversari diretti; inoltre non rinuncia mai ad andare a caccia di un pallone vagante.

Quindi lotta come un centravanti classico, stacca di testa come un centravanti classico, sa segnare come i centravanti classici, senza tanti fronzoli e preferibilmente di prima; ma i paragoni con i classici centroboa del passato finiscono qui, perché non si tratta infatti di un centravanti statico, del giocatore che “fa reparto da solo”: è maggiormente a suo agio quando può giocare in coppia con (e a supporto di) un attaccante più agile e veloce, o favorendo gli inserimenti di trequartisti/esterni molto offensivi, perché lui stesso è il primo che ama svariare su tutto il fronte d’attacco.

Le sue zone di caccia preferite sono quindi il cuore dell’area, per andare a concludere, o le fasce, per un movimento ad uscire che libera lo spazio centrale per il taglio di un compagno, oppure 15-20 metri più indietro, nella zona centrale del campo, dove va a lottare per la “spizzata” in favore dei compagni o a proporsi per una sponda: non è invece abituato a giocare palla nella zona nevralgica della trequarti (dove i giocatori di maggior classe amano ricevere il pallone), e non gli si può chiedere di calciare da fuori area, di saltare l’avversario in dribbling, né di bruciarlo con uno scatto nel breve.

È un giocatore di supporto, nel senso che può aiutare immensamente qualsiasi squadra, ma ha anche bisogno di supporto, di avere compagni accanto a sé che possano sfruttarne i movimenti ad allargarsi, le spizzate, le sponde.

Se viene lasciato solo, isolato, la sua utilità per la squadra precipita, non avendo nelle sue corde la capacità di creare dal nulla azioni individuali in percussione, né la qualità per districarsi nello stretto, il che spiega anche le difficoltà incontrate all’Atlético Madrid: le squadre di Simeone, quando recuperano palla, sono generalmente compatte dietro la linea del pallone, e preferiscono ripartire con giocate immediate, dirette, verticali, piuttosto che consolidare il possesso palla: un gioco che prevede attaccanti che sappiano punire una difesa sbilanciata con accelerazioni brucianti, lanciandosi alle spalle dei difensori, oppure attaccandoli nell’1vs1 o con rapide triangolazioni.

Un compito che si può chiedere, per l’appunto, a gente con lo spunto individuale di Griezmann o Agüero, la verticalità di Falcao e di Torres, la travolgente progressione di Diego Costa: Mandžukić, invece, in un gioco del genere era e sarà sempre un pesce fuor d’acqua.

Allegri invece ha saputo sfruttare alla grande il suo doppio ruolo di giocatore di sacrificio che al contempo sa finalizzare alla grande, lotta su tutti i palloni e non tira mai indietro la gamba, ma sa al tempo stesso mettersi al servizio di compagni più veloci e tecnici (come Dybala e Cuadrado), la cui tecnica e velocità possono essere esaltate dalle sue sponde, dalle sue spizzate di testa, dai suoi movimenti ad allargarsi.

Dopo un lungo peregrinare per i campi di mezza Europa, forse ha trovato il suo habitat naturale: una squadra tradizionalmente avversa alle prime donne e che ama il gioco di squadra e il sacrificio, che sono il suo pane quotidiano. Un posto dove sentirsi finalmente a casa, anche senza una maglia da titolare garantita, ma con la consapevolezza di godere della piena fiducia e dell’apprezzamento da parte di allenatore, società e compagni.


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