Zidane, in amazigh

di Andrea Lapegna



« L’Algérie est dans mon cœur »

 

In lingua autoctona amaziɣ, il sostantivo che indica l’insieme delle terre della Kabylie si trascrive grossomodo tamurt (pronuncia th’murth). Non è un termine toponomastico, ma significa piuttosto « la nostra terra », come se la lunga distesa di montagne ad est di Algeri non fosse soltanto l’unica terra conosciuta e visitabile, ma appartenesse anche a ogni singolo kabyle. La candida ingenuità e al tempo stesso la poesia di questa narrazione rendono perfettamente il senso di appartenenza ecumenico che Zinédine Yazid Zidane ha impresso negli occhi dei tifosi di tutto il mondo. Zidane è stato tutto quello che c’era da vedere nel mondo del calcio, e al tempo stesso patrimonio di tutti gli appassionati, a prescindere dalla casacca che indossava.

La Kabylie (in italiano spesso reso Cabilia) è la regione abitata dai berberi d’Algeria, popolazione di etnia europoide stabilitasi sulla sponda meridionale del mediterraneo ben prima delle conquiste romana e araba, qualcosa come 12.000 anni fa. Questa terra si condensa principalmente nelle province di Tizi Uzezzu e Bgayet (che significa candela, dal principale prodotto manifatturiero): oggi le conosciamo con la trascrizione dall’arabo al francese, rispettivamente Tizi Ouzou e Béjaïa. Il contesto rurale continua tutt’oggi ad essere dominante, e non deve sorprendere che una larghissima parte della popolazione abbia mezzi di sostentamento molto modesti.

Negli anni ‘50 l’Algeria è ancora colonia francese, ma non è considerata un possedimento d’oltremare: per i francesi è parte integrante del territorio dell’héxagone, è Francia metropolitana in tutto e per tutto (ulteriore motivo di shock per la guerra). Ed è nel villaggio di Aguemoune Ath Slimane, provincia di Bgayet, che comincia la parte di storia a noi nota degli Zidane. Qui Smaïl, un pastore come tanti nella regione, decide di partire alla volta dell’Europa: in pieno boom postbellico il vecchio continente era una meta allettante per chi non aveva paura di svolgere lavori pesanti ma aveva necessità di inviare soldi a casa. Smaïl passa 9 anni in Francia come operaio edile, e l’Algeria ben 6 immersa in una sanguinosissima guerra di indipendenza: quando il paese è liberato, lui assapora il ritorno. Romanticismo vuole che Smaïl, desideroso di tornare nella sua terra natia, incontri Malika – kabyle anche lei – sul molo del porto di Marsiglia, innamorandosene perdutamente e rinunciando infine al viaggio. La coppia si stabilisce a Marsiglia, ed avrà 5 figli.

Zinédine Zidane cresce così a La Castellane, periferia nord di Marsiglia e quartiere popolare destinato a ghettizzare le minoranze etniche come solo le grandi città francesi sanno fare. Place Tartare è una grande distesa di cemento chiusa tra alti palazzoni, ritrovo di giovani senza scuola e grandi senza lavoro. Zidane darà i primi calci al pallone in questi luoghi, che sono ormai diventati meta di pellegrinaggio dei tifosi più devoti e coraggiosi.

Cemento e grigiore che nemmeno il mare sa mitigare

Secondo Johan Cruijff, il calcio di strada è un valore assoluto per i giovani: siccome giocano sul cemento, impareranno l’equilibrio per non cadere e farsi male; poiché il terreno è sconnesso, sapranno sfruttare le asperità dell’asfalto, i marciapiedi, e le buche a loro favore; e dato che i pali sono spesso improvvisati e la traversa non esiste, dovranno migliorare la precisione dei tiri per evitare di far nascere diatribe gol/no gol. Tutte qualità da portare poi sui campi in erba. Qui Zidane imparerà anche la roulette, da noi più prosaicamente chiamata “Veronica”: lui stesso ammette che il colpo diventato con gli anni il suo marchio di fabbrica, è in realtà più un giochetto da tirar fuori con gli amici del quartiere che non un movimento efficace su un campo di calcio.

Boh, a me non pare

In famiglia tutti si rivolgono a lui chiamandolo Yazid (o la contrazione Yaz), il suo secondo nome. A dire il vero, più che kabyle Yazid è un nome d’origine araba – da imputare probabilmente alla forte fede musulmana del padre – e significa curiosamente il migliore. Predittivo, considerando che in molti lo hanno insignito del titolo di miglior giocatore europeo di sempre, o quasi. Zidane cresce così con fratelli più grandi e in un quartiere eufemisticamente popolare: passa i pomeriggi (se non proprio le giornate) a giocare a pallone, da “sotto quota” nelle piazzette. Il calcio era un passatempo “naturale”, e lo stesso Zidane offre una spiegazione da Libro Cuore sul perché il calcio e non un altro sport: era la cosa più semplice da fare e non richiedeva attrezzatura particolare, così che si poteva giocare senza dover far spendere soldi alla famiglia per una racchetta da tennis o una mazza da golf.

Nel 1983, a 11 anni, il piccolo Zidane comincia a giocare per la squadra dei Septèmes-les-Vallons. Qui incontra il primo allenatore importante della sua vita, Robert Centenero. Pare fosse uno di quegli angeli mascherati da esseri umani, il tipo di allenatore che passava a prendere i bambini personalmente in macchina per sottrarli alla strada e a fine allenamento dava loro qualche soldo perché avessero abbastanza da mangiare. Questo è anche il periodo in cui Zinédine fa combriccola, lega con gli amici del quartiere e comincia quell’ipercelebrata storia secondo cui scavalcava costantemente le barriere del Vélodrome per assistere alle partite del suo idolo Enzo Francescoli. Nell’84 “partecipa” anche alla trionfale spedizione francese all’Europeo di casa, come raccattapalle, e in lui si fa sempre più forte la necessità di intraprendere la carriera sportiva.

Zidane è, visibilmente, il terzo in piedi da sinistra ed ha la fascia di capitano al braccio

Nella sconfinata tradizione orale della Kabylie, il ruolo fiabesco del divieto è riservato alla figura dell’ogre dei boschi (I-wach l-ɣaba). Nelle favole, esso incarna la costrizione fantastica e passivo-aggressiva utilizzata per non far giocare i bambini tra gli alberi e obbligarli a tornare a casa prima del tramonto. « Torna a casa, che ti mangia l’ogre ». Nella vita di Zidane questa figura è bicefala: da un lato il padre e dall’altra la vita stessa del calciatore. Spartano e lavoratore, Smaïl metteva costantemente in guardia i propri figli contro i facili sogni dei bambini; lui era arrivato in Francia senza un lavoro e ha dovuto spaccarsi la schiena per assicurare alla propria famiglia una vita dignitosa. Era inoltre intimamente convinto del valore degli studi, in cui vedeva la risorsa per un agio maggiore: in questo scenario, il facile sogno di una carriera nel calcio era deleterio. Arriverà addirittura a negare un contratto con il Saint-Étienne al terzogenito Noureddine, allora quattordicenne. Il quale a suo modo si rifarà, diventando uno degli agenti di Zizou.

A distanza di pochi anni la storia si ripete con Zinédine: nel dicembre 1986 ha la fortuna di prendere parte ad una tre giorni di scouting organizzata dalla federazione francese, dopo che si era messo in mostra in tornei regionali giovanili. All’evento ci sono ovviamente decine di squadre e uno degli scout, Jean Varraud, lo vuole fortemente all’AS Cannes. Scende in campo addirittura il direttore tecnico della società per convincere la famiglia a lasciar andare il loro ultimogenito. Cannes è a quasi 200 km da Marsiglia, ma stavolta Smaïl cede: Zidane si ritrova così, a 14 anni, nelle giovanili di una squadra vera ma lontano da casa.

Se da un lato è impossibile non rendersi conto del talento del ragazzo, dall’altro il suo allenatore dell’epoca lo reputava « gracile ». L’accresciuta componente fisica di un calcio che comincia a cambiare lo seguirà anche nel periodo successivo. Fatto sta che, nel corso dei suoi 4 anni in Provenza, sia i vari tecnici della Primavera sia Jean Fernandez (colui che lo ha fatto esordire nel calcio professionistico, 20 maggio 1989), gli hanno cucito addosso allenamenti personalizzati per migliorarne le capacità atletiche.

In questo lasso di tempo, lui contribuisce a far arrivare il Cannes in Coppa UEFA e quarto in campionato nel 1991 (miglior risultato di sempre per il club). Segna poco, solo 6 reti, figlie di un frequente pellegrinaggio tra giovanili e prima squadra e, qui, tra panchina e campo. Una prima classica sliding door gli si pone davanti nel 1992: il Marsiglia lo cerca. Per un marsigliese giocare nell’OM è il non plus ultra della carriera: è quello che è la Roma per Totti, o il Napoli per Insigne. Casa e bottega. Ma, fatalmente, l’allenatore dell’epoca stoppa il trasferimento, giudicando il ragazzo « troppo lento ». Poco male, perché invece i Girondins de Bordeaux si convincono che un investimento di 3 milioni di franchi valga la candela. Zidane comincia ad attirare attenzione.

Andare via da Cannes non significa solamente scegliere una squadra più competitiva, ma anche fare i conti, per la prima volta in carriera, con aspettative accresciute attorno a sé. L’ambientamento in costa ovest è difficile, facilitato comunque dal profondo legame con l’allenatore – guarda caso marsigliese – Rolland Courbis. Allora Zidane si crea un nocciolo duro di amici, come già gli era successo da giovane e come gli succederà ancora alla Juve. In questi mesi Courbis gli appioppa il soprannome “Zizou” (apparentemente mai troppo gradito).

A Bordeaux vince una coppa Intertoto, nel 1995; l‘anno successivo arriva alla finale di UEFA ma guarderà impotente, perché squalificato, la propria squadra perdere l’andata contro il Bayern, senza poi essere in grado di raddrizzarla nel match di ritorno. Reminiscenze di una finale negata per un cartellino di troppo. Gli anni di Bordeaux lo portano anche alla nazionale maggiore: debutta il 17 agosto 1994, alla prima convocazione per sostituire l’infortunato Youri Djorkaeff, e in 17 minuti mette a referto due gol, di cui il primo è un eye-opener. La Francia è sorpresa, ma non accecata.

Nel 1995 Johan Cruijff allena ancora il Barcellona. La squadra dell’epoca è una copia meno funzionale del Dream Team, e viene da una stagione magra senza trofei, dopo aver perso l’anno prima la finale di Champions contro il Milan di Capello. Per rilanciarla, l’olandese ha messo gli occhi sull’allora 23enne del Bordeaux. Seguendo il filo di un’altra ineluttabile sliding door, quell’estate Cruijff litiga furiosamente con il Presidente José Luis Núñez Clemente, un uomo vulcanico ed accentratore. A causa di queste frizioni, dell’affare – praticamente concluso – non se ne farà nulla. In almeno uno degli infiniti multiversi possibili, Zidane ha giocato con Guardiola, Hagi e Prosinečki; nel nostro invece, l’estate successiva passa alla Vecchia Signora per 7,5 miliardi di lire.

Alla Juve arriva in una squadra già lanciatissima, campione d’Europa in carica dopo la memorabile finale di Roma. Ma è tutto il movimento calcistico italiano ad essere sulla cresta dell’onda. Christophe Dugarry, ex attaccante (tra le altre) del Milan e compagno di nazionale di Zidane, fotografa bene quel momento storico. « Bisognava vincere – diceva – se non si vinceva, sapevamo tutti cosa succedeva: si parte in ritiro. È la cultura della vittoria, è quello che si impara in Italia ». In un illuminante documentario firmato Delaporte e Meunier, Zidane stesso confessa che prima di venire alla Juventus aveva semplicemente giochicchiato: giocava a pallone per il piacere di farlo, non per vincere.

Di Marcello Lippi dirà sempre che è stato il tecnico che gli ha dato fiducia e che l’ha lanciato nel calcio che conta. Con Lippi Zidane impara la necessità di vincere, impara che la vittoria non è il solo obiettivo, ma è addirittura la sola ragione per cui si trova su un campo verde. Ma è veramente così semplice calarsi in questa realtà per uno che viene dai campetti in cemento della periferia marsigliese? Alessandro Del Piero parla con piacere fraterno delle difficoltà di Zidane nei primi mesi a Torino; diceva che doveva lavorare, il francese, e i compagni non si curavano della testa bassa durante gli allenamenti perché, a detta del capitano, « si vedeva che voleva migliorarsi ». Pare che Zidane si pose addirittura la fatidica domanda « ma ne sono all’altezza? ». La sua storia è veramente fatta di ambientamenti difficili ed esplosioni irriducibili. Segna il primo gol il 20 ottobre con l’Inter, con un sinistro da fuori area la cui traiettoria è talmente imprevedibile da risultare quasi sbilenca.

Ne aggiungerà solamente altri 4 nel corso del campionato. Insieme alle prestazioni, bastano comunque ad attirare l’attenzione da next big thing in patria.

Generalizzando, possiamo considerare il popolo kabyle un popolo molto fiero. Nell’esternalizzazione di questa fierezza, il sentimento si sostanzia spesso con una marcata idiosincrasia verso arabi e francesi, entrambi visti come invasori. Anche se ormai in Algeria la convivenza è sostanzialmente pacifica e i casi di métissage sono all’ordine del giorno, la comunità mantiene un orgoglioso distacco. È il sentimento della taqbaylit (letteralmente la “kabylità”, se mi si passa il neologismo). Per questo, quando cominciano ad arrivare a Zidane le prime richieste di interviste esclusive e i giornalisti fanno riferimento alle sue origini algerine, lui non riesce a non irrigidirsi. La volontà di sondare gli aspetti personali di un astro nascente del calcio, unita ad un’ignoranza di fondo rispetto alle questioni etniche dell’ex-colonia, causano (in)evitabili gaffe. Alla classica e impudente domanda « parli arabo? », le sue risposte variano dal caustico « no, perché, dovrei? » al tranchant « comunque io sono kabyle ».

In realtà Zidane non parla l’amaziɣ, per sua stessa ammissione (anche se sembra comprenderlo); è una lingua totalmente diversa dall’arabo – e ovviamente dal francese – , in Algeria ne era proibito l’insegnamento sino al febbraio scorso, e senza un esercizio costante è facile perderla (ha addirittura un alfabeto graficamente diverso). Tuttavia, nel francese di Zidane si ritrovano le radici popolari e focesi. Ha infatti un pesante accento marsigliese: i suoni nasali chiusi, le r appena accennate, e i finali di parole strascicati. Anche il tono di voce rimanda alla strada: quando parla fa sempre spallucce, è costantemente sulla difensiva, sembra lo scugnizzo che deve difendersi dall’accusa di una bravata. Viene da una famiglia di ultimi, e gli ultimi sono sempre i primi colpevoli agli occhi della nostra società.

Alla Juve diventa un campione di caratura planetaria. Non c’è una vera e propria stagione della svolta, ma è stato probabilmente quel gol all’Inter ad aver avviato un’accelerazione inarrestabile. Zidane incanta, crea, segna gol mai banali, diventa un punto fermo per tutta la squadra e si impone, in una formazione di campioni, come meneur du jeu (letteralmente colui che “conduce” il gioco: regista offensivo, da noi). Più di tutti, lega con Didier Deschamps e con Alessandro Del Piero.

Grazie al repentino ambientamento alla Juve, la sua vita diventa una parabola in ascesa. In due anni passano sì due finali perse di Champions League, ma anche due scudetti. Sino all’apice rappresentato dalla Coppa del Mondo, vinta il 12 luglio 1998. In casa. Con una doppietta. Al Brasile campione in carica. Zidane dirà molto genuinamente di aver avuto una vita prima di quella partita, e una vita dopo. In patria si grida di follia, ci si prostra ai suoi piedi, ci si augura addirittura il colpo di stato per vederlo sul gradino più alto della nazione. Zidane però rifiuta la nomea dell’eroe, perché secondo il suo immaginario l’eroe è colui che compie miracoli e lui, i miracoli, non sa proprio come si facciano. Lui dà calci a un pallone, et c’est tout. Significative – ancorché scontate – le parole della mamma, dopo quella finale: « Per la Francia è un eroe, per me è solo il mio bambino ». Viene da una famiglia umile e gli umili sono – molto tautologicamente – umili.

L’Arco di Trionfo è invece piuttosto celebrativo.

La magia attorno a Zidane è tale da superare qualsiasi confine, nazionale, etnico, culturale o anche solo emotivo. Riesce nell’impresa di portare il popolo kabyle a tifare per un decennio scarso per l’équipe de France. Ripeto, algerini che tifano Francia: esempio cristallino delle straordinarie potenzialità dello sport. Quell’anno gli viene assegnato uno dei palloni d’oro più scontati e meritati di sempre.

Zidane gioca nominalmente mezz’ala sinistra con Lippi e trequartista con Ancelotti. Ma è il suo gioco etereo, più che la posizione o i gol, a farne manifesto e personificazione del Calcio; non sentiva pressioni, ha giocato in egual modo in finale di Champions League e in Intertoto, con un santone come Lippi e con un novellino come Ancelotti. Idolo dei tifosi, all’apice della propria forma viene ceduto per la cifra record di 150 miliardi di lire al Real Madrid; il presidente Pérez sta allestendo los Galacticos, e Zidane ne è la pietra angolare. Come un innamorato scottato per la fine di una relazione, l’avvocato Agnelli lo definirà « più divertente che utile ». Rispettosamente dissentiamo.

Andrà a scolpire altri comandamenti a Madrid

Zidane è sempre stato associato ai concetti di grazia ed eleganza, quando ancora giocava. A ben rivedere i filmati con la mente di un adulto, non era però un funambolo della tecnica come la scuola brasiliana del tempo (Denilson) imponeva, e nemmeno un cultore del movimento perfetto (Beckham); sarà che i palloni di vent’anni fa erano più pesanti di quelli odierni, ma Zidane non ha nemmeno mai dato l’impressione di avere la colla ai piedi (Messi). Ciononostante, Zidane era in grado di controllare il pallone anche mantenendolo a un metro da sé, aveva sempre il pieno controllo dello spazio proprio ed altrui, senza nemmeno dover utilizzare gli arti superiori per liberarsi di un avversario insistente. Non ha mai avuto l’agilità di Ronaldo o la velocità di Owen, eppure riusciva ad infilarsi in spazi che in tv si riescono appena a percepire. Aveva una consapevolezza del proprio corpo e dei limiti di quello altrui che gli permetteva di conoscere in anticipo il gesto più efficace e i movimenti per eseguirlo.

C’è un gol che mi piace pensare condensi tutto quello che era Zidane. È a 90° rispetto alla porta, girato verso il lato sinistro, e riceve un pallone orizzontale da Ronaldo. In questa situazione ci si aspetta uno scarico esterno, magari sullo stesso Ronaldo, o che prenda tempo per l’inserimento dell’esterno in traccia centrale. Lui compie una roulette, si libera della doppia marcatura dei due centrali di difesa e si ritrova, in uscita dal movimento, davanti al portiere. È fatta. Invece no, l’ultimo appoggio della finta precedente è anche il primo di un doppio passo (di rara efficacia), tanto per esser certi che il portiere vada a farfalle e non osi intralciare l’esecuzione perfetta di una rete magistrale. Quanto ci ho messo a scrivere queste 7 righe, tre minuti? Lui a pensare ed eseguire quel gesto tre secondi.

Il 26 aprile 2006 Zidane annuncia il suo ritiro dal calcio giocato. È una giornata di lutto in Francia, in Spagna e nel mondo intero. Riceve telefonate da chiunque, i suoi ex allenatori, i suoi ex compagni, addirittura dal Presidente della Repubblica del tempo, Jacques Chirac. Il suo amico Bixente Lizarazu lo chiama quasi in lacrime: « quante volte mi hai mandato sul fondo con un colpo di tacco: e ogni volta era un dono dal cielo! ».

Zidane aveva già deciso di ritirarsi alla fine della stagione sportiva 2005/06, ma c’è un Mondiale da giocare. « Hai una cosuccia da fare in Germania », gli dicono. Così, il suo obiettivo in quella rassegna iridata diventa « evitare che ogni partita diventi l’ultima », tirare la corda il più possibile, sfamare la propria voglia di calcio giocato fino alla sazietà. Il quarto di finale con il Brasile è un inno alla sua carriera e un condensato di tutte le magie che gli abbiamo visto fare in 10 anni. Deve aver nascosto nelle tasche dei pantaloncini uno strumento per fermare il tempo attorno a sé, perché la naturalezza con cui il suo pensiero viaggia più veloce degli altri è straniante: scherza con gli avversari, duetta con tutti, dribbla brasiliani come pedine del subbuteo, provoca boati di estasi nel pubblico.

Alla fine il telecronista inglese si lascia scappare un emblematico « per favore non ti ritirare »

In finale dimostra di avere le couilles – le palle – di scucchiaiare un rigore. Secondo il celebre attore nordafricano Jamel Debbouze la forza di Zidane è stata isolarsi, uscire da quel paio di miliardi di persone che lo stavano guardando e tirare. Se non l’avesse fatto, « quel Panenka sarebbe diventato una pannacotta ». Lui, dal canto suo, qualche anno dopo dirà che c’era bisogno di imprimere il suo marchio su quella partita. « Il fallait que ça reste », doveva rimanere [nella memoria]. La bellezza di Zidane, la sua genuinità, sta anche nella candida trasparenza con cui ammette che quel gesto era per se stesso: non – soltanto – per la storia, non per la Francia, nemmeno per i suoi compagni di squadra. Per se stesso, nella maniera più egoistica possibile. Non vorrei perdere altro tempo a parlare del seguito di quella finale perché 1) non è un bel momento per Zidane e 2) l’epilogo ce lo ricordiamo tutti.

Rivedendo quella partita però, ho trovato un fermo immagine significativo dell’ingresso in campo.

In quello stesso 2006, dopo aver chiuso nel peggiore dei modi una carriera semidivina, torna in Kabylie. Ed è accolto « come un capo di Stato ». In realtà, Zidane sarebbe da considerarsi a tutti gli effetti un roumi, termine dispregiativo con cui i kabyle indicano chi tra di loro ha passato sufficiente tempo in Europa da prenderne gusti e cultura. La comunità sembrava anche aver dimenticato il suo silenzio cinque anni prima, quando la polizia (corpo a stragrande maggioranza araba) assassinò oltre 120 berberi d’Algeria e a lui, al vertice della parabola di celebrità sportiva, fu chiesto di fare da antenna per le rivendicazioni del suo popolo. Rifiutò. Ciononostante, non vi è risentimento alcuno, solo idolatria. Viene accolto addirittura dal Presidente Abdelaziz Bouteflika (tutt’ora al potere) con cinque baci sulle guance, a cominciare da destra: una particolare ed antica forma di saluto berbera riservata solo ai membri della famiglia.

Oggi, anche se vive stabilmente nel quartiere Conde Orgaz di Madrid, la sua longa manus opera ancora in Algeria. La sua fondazione di beneficenza, coordinata dal padre, fornisce infatti aiuti alla comunità kabyle: infrastrutture, pozzi, centri-servizi per gli anziani, materiale ospedaliero e sanitario, scuolabus, e persino la moschea di Aguemoune è stata finanziata da Zidane. Solo la costruzione dello stadio è stata frenata da burocrazie locali. La sua fondazione ha avuto anche il merito di tirarlo fuori dai guai quando fu accusato di aver ricevuto oltre 15 milioni di dollari da fondi qatarioti per sponsorizzare la candidatura dell’emirato ai Mondiali 2022. Lui, senza negare, si è limitato a trasferire quei soldi sul conto della sua fondazione, chiudendo di fatto la diatriba.

Zindédine Zidane è rimasto un giocatore iconico per la sua epoca e per lo sport del calcio. Ancor di più, in Francia e in Kabylie è stato vestito dei drappi riservati alle divinità. C’è un filmato molto significativo di fine anni ‘90 in cui un bambino tira calci ad un pallone tra la polvere. Gli viene chiesto se da grande vuole diventare come Zidane; sorprendentemente, il bambino dice di no, e motiva la sua risposta adducendo che Zidane è troppo grande e nessuno può pensare di paragonarsi a lui. Alla fine del video – per chi non ha letto la didascalia – si capisce che quel bambino è Samir Nasri, marsigliese e kabyle anche lui. Nasri ha tracciato involontariamente l’identikit di Zidane per il suo popolo: idolo troppo grande per non essere venerato, icona da ammirare e dono da preservare.