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	<title>Tributi &#8211; AterAlbus</title>
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	<description>About Juve</description>
	<lastBuildDate>Tue, 06 Apr 2021 18:17:35 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Tributi &#8211; AterAlbus</title>
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		<title>Il Diego che non ebbe tempo di esserlo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Claudio Pellecchia]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Mar 2021 10:02:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tributi]]></category>
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					<description><![CDATA[Il 9 maggio 2012, allo Stadio Nazionale di Bucarest, con cinque minuti ancora da giocare della finale tutta spagnola di Europa League tra Atletico Madrid e Athletic Bilbao, Diego Ribas da Cunha prende palla sulla trequarti offensiva e comincia a correre. Tra lui e la porta di Gorka Iraizon ci sono trenta metri e la coppia Martinez-Amorebieta: Diego resiste al recupero di Toquero, si allunga il pallone sulla sinistra con&#46;&#46;&#46;]]></description>
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<p>Il 9 maggio 2012, allo Stadio Nazionale di Bucarest, con cinque minuti ancora da giocare della finale tutta spagnola di Europa League tra Atletico Madrid e Athletic Bilbao, Diego Ribas da Cunha prende palla sulla trequarti offensiva e comincia a correre. Tra lui e la porta di Gorka Iraizon ci sono trenta metri e la coppia Martinez-Amorebieta: Diego resiste al recupero di Toquero, si allunga il pallone sulla sinistra con il suo solito ritmo sincopato fatto di tocchi brevi, rapidi e ravvicinati, entra in area, rallenta per attirare l&#8217;uscita del difensore e crearsi lo spazio per la conclusione con la sua classica <em>hesitation</em>, salta secco Martinez e chiude di sinistro in diagonale sul palo opposto.  È la rete del 3-0, che chiude una partita di fatto già chiusa dalla doppietta di Radamel &#8220;El Tigre&#8221; Falcao, eppure il fantasista da Ribeirão Preto la celebra come se fosse la più importante della sua vita, correndo a perdifiato verso lo spicchio di tribuna riservato ai tifosi colchoneros e inginocchiandosi mentre si tiene la testa fra le mani, al limite (e forse oltre) delle lacrime. Dalla sua ultima partita in campionato con la maglia della Juventus &#8211; 70&#8242; in una sconfitta interna contro il Parma, con doppietta di Lanzafame &#8211; sono passati appena due anni. Praticamente ieri. Oppure tanto tempo fa.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="video-container"><iframe loading="lazy" title="Diego Ribas vs Athletic Bilbao" width="740" height="416" src="https://www.youtube.com/embed/JjULqdTM8M0?start=214&#038;feature=oembed&amp;wmode=opaque" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
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<p><strong>Fenomenologia di un trequartista</strong></p>



<p>La Juventus che, il 26 maggio 2009, ufficializza l&#8217;acquisto di Diego dal Werder Brema per quasi 25 milioni di euro, è una squadra in profondo rinnovamento e che, dopo il ritiro di Pavel Nedved e con un anno in più a gravare sulle carte d&#8217;identità di Alessandro Del Piero e Mauro German Camoranesi, ha assoluta necessità di nuovi leader tecnici ed emotivi nell&#8217;ultimo terzo di campo. Da questo punto di vista il profilo del ventiquattrenne paulista &#8211; che pure aveva attirato le attenzioni del Real Madrid in un dimenticabile <a aria-label="Real-Werder del 18 settembre 2007 (opens in a new tab)" href="https://www.dailymotion.com/video/xxxeop" target="_blank" rel="noreferrer noopener" class="rank-math-link">Real-Werder del 18 settembre 2007</a> &#8211; sembra essere quello ideale: Diego è un trequartista moderno, dal baricentro basso e fisicamente ben strutturato, che compensa la naturale inclinazione al tocco in più &#8211; soprattutto con la suola, una <em>move</em> molto <em>zidanesque</em> per applicazione, tempismo ed esecuzione &#8211; con la contro-intuitività delle sue giocate.</p>



<p>Un brasiliano atipico, la cui genialità si estrinseca sulle tracce geometricamente perfette e in linea retta su cui viaggiano i suoi assist per le punte, che adora strappare palla al piede in conduzione e che ha nella continuità e solidità delle sue prestazioni lo strumento per smentire stereotipi e luoghi comuni sul &#8220;genio e sregolatezza&#8221; dei calciatori sudamericani di talento: 54 gol e 42 assist in 132 gare con i bianco-verdi di Brema, una Coppa Uefa da dominatore &#8211; 6 gol e 1 assist in otto partite, 4 solo all&#8217;Udinese tra andata e ritorno dei quarti di finale &#8211; nonostante la finale saltata per squalifica (ricorda qualcuno?), la palma di miglior giocatore della Bundesliga 2006/2007, stagione in cui realizza <a aria-label="una rete da 60 metri (opens in a new tab)" href="https://youtu.be/7837USykoVQ?t=223" target="_blank" rel="noreferrer noopener" class="rank-math-link">una rete da 60 metri contro l&#8217;Alemannia Aachen</a> che diventa il biglietto da visita lasciato sulla scrivania dei dirigenti dei grandi club di tutta Europa.   </p>



<p>Per questo il colpo sembra essere di quelli destinati a cambiare a lungo termine le sorti e le prospettive di una squadra desiderosa di riprendersi il posto che le spetta nell&#8217;élite del calcio italiano ed europeo. Tanto più che Ciro Ferrara &#8211; confermato in panchina sull&#8217;onda lunga dell&#8217;idea che chiunque possa diventare per il club in cui ha militato da calciatore ciò che Pep Guardiola è già diventato per il Barcellona campione di tutto &#8211; gli affida fin da subito le chiavi dell&#8217;intera fase offensiva: Diego è il vertice alto del rombo di centrocampo di una squadra che, complice i problemi fisici di Del Piero &#8211; il capitano rientrerà in pianta stabile nelle rotazioni solo a fine novembre a causa di ripetuti problemi muscolari alla coscia sinistra &#8211; e in attesa di capire quanto sia giustificato l&#8217;<em>hype</em> attorno a Sebastian Giovinco, deve puntare sull&#8217;anacronismo del doppio centravanti (Amauri-Iaquinta con Trezeguet primo cambio), riciclando Camoranesi come mezzala di possesso e puntando molto sulle qualità di spinta di Grosso e De Ceglie sul lato in cui agisce un giovane e duttilissimo Claudio Marchisio, abile a riciclarsi anche come esterno sinistro nel 4-4-2 in fase di non possesso.</p>



<p>Tutto finalizzato alla realizzazione di quel calcio basato sulla «qualità tecnica abbinata ad una condizione fisica adeguata» promesso in <a aria-label="quest&#039;intervista (opens in a new tab)" href="https://www.repubblica.it/2008/12/sport/calcio/serie-a/juventus/ferrara-presentazione/ferrara-presentazione.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener" class="rank-math-link">quest&#8217;intervista</a> a <em>Repubblica</em> nei giorni della sua conferma dopo l&#8217;appendice delle due vittorie in altrettante partite, buone per ottenere i sei punti che valgono la matematica certezza di un posto in Champions League, sul finire di 2008/2009.   </p>



<p>Diego si presenta al calcio italiano con un&#8217;insolita maglia numero 28 &#8220;alla Zamorano&#8221;, un <a aria-label="gol nel Trofeo Berlusconi (opens in a new tab)" href="https://www.youtube.com/watch?v=CgGoTw1_jV8" target="_blank" rel="noreferrer noopener" class="rank-math-link">gol nel Trofeo Berlusconi</a> e un <a aria-label="l&#039;assist per la rete decisiva di Iaquinta (opens in a new tab)" href="https://youtu.be/_KIZ0CmSWts?t=43" target="_blank" rel="noreferrer noopener" class="rank-math-link">assist per la rete decisiva di Iaquinta</a> nella prima giornata di campionato contro il Chievo, prima di far credere alla Juventus, alla Serie A, al mondo, di essere davvero &#8220;the next big thing&#8221; dopo Lionel Messi e Cristiano Ronaldo, i naturali deuteragonisti con i quali spartirsi allori e Palloni d&#8217;Oro dei successivi dieci anni.</p>



<p>Quello che accade allo Stadio &#8220;Olimpico&#8221; di Roma il 30 agosto 2009, in effetti, può essere considerato tanto il caso più clamoroso di allucinazione collettiva della storia recente, quanto la dimostrazione pratica di come la volatilità emotiva di un contesto possano influenzare il modo di raccontare, in un senso o nell&#8217;altro, una squadra e un calciatore. Di certo, al 90&#8242;, non c&#8217;è un solo tifoso juventino sulla faccia della terra che non sia pronto a scommettere di trovarsi di fronte a uno dei giocatori più forti del mondo. Un giocatore che, in casa della prima fra le <em>contender</em> dell&#8217;Inter di Mourinho &#8211; che ha già fatto capire le sue intenzioni con il 4-0 al Milan nel derby del giorno prima -, domina a piacimento imponendo il suo ritmo, il suo calcio: al 25&#8242; ha già segnato il suo primo gol in bianconero, rubando palla a metà campo allo sciagurato Cassetti, resistendo al rivedibile tentativo di contrasto di Riise e beffando Julio Sergio Bertagnoli con la specialità della casa, il tocco d&#8217;esterno in controtempo; nella ripresa, invece, gli servono altri 23 minuti per ricevere palla dopo il velo di Iaquinta, disorientare Mexes con un doppia finta di corpo, entrare in area, e scaricare in rete un destro stilisticamente non impeccabile ma terribilmente efficace. La rete dell&#8217;1-3 finale di Felipe Melo &#8211; «la Juve brasiliana vola in vetta alla classifica» dice Maurizio Compagnoni che commenta la gara per <em>Sky</em> &#8211; è l&#8217;appendice perfetta di una partita in cui Diego si assume oneri e onori dell&#8217;essere il nuovo profeta chiamato a portare la Juventus alla terra promessa. Oneri e onori che finiranno per schiacciarlo, anzi travolgerlo. Ma, in quel momento, non lo sa. Nessuno può saperlo.    </p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="video-container"><iframe loading="lazy" title="ROMA JUVE 1-3 SKY HD" width="740" height="416" src="https://www.youtube.com/embed/Y8OOkUTCt18?feature=oembed&amp;wmode=opaque" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
</div><figcaption>Nell&#8217;esultanza dopo la seconda rete di Diego si vedono lui, Amauri e Felipe Melo correre sotto lo spicchio di Curva Nord destinato ai tifosi bianconeri. Lì c&#8217;è stato a chi ha pensato a una grande Juve alla brasiliana e chi mente</figcaption></figure>



<p><strong>2+8 non fa sempre 10</strong></p>



<p>La narrazione, orale e scritta, di quella stagione, vede in quella partita l&#8217;apice della carriera di Diego oltre che una sorta di &#8220;inizio della fine&#8221; individuale e collettivo che porterà a bollarlo come flop senza possibilità di appello. La realtà, invece, non sta tanto e non sta solo nei numeri &#8211; 7 gol e 16 assist (11 solo in campionato) in 44 presenze complessive <a aria-label="secondo Transfermarkt (opens in a new tab)" href="https://www.transfermarkt.it/diego/leistungsdatendetails/spieler/4248/plus/0?saison=2009&amp;verein=&amp;liga=&amp;wettbewerb=&amp;pos=&amp;trainer_id=" target="_blank" rel="noreferrer noopener" class="rank-math-link">secondo <em>Transfermarkt</em></a> &#8211; ma nel modo in cui le spesso buone prestazioni del numero 28 non siano riuscite ad avere impatto in un contesto tecnico e tattico totalmente disfunzionale. Nel 2014, in un&#8217;intervista concessa al portale brasiliano <em>Lancenet</em>, Diego dirà che «alla Juventus, avevo più responsabilità degli altri, anche per via del contratto che avevo firmato e di quanto ero costato. Ho giocato tanto da titolare e non credo sia andata così male. Ma mancavano i risultati e allora si guardava all&#8217;investimento fatto su di me», ribadendo come fosse il giocatore giusto nel posto e nel momento sbagliato, in una squadra che per accelerare il suo processo di risalita aveva finito con lo sbandare alle prime difficoltà.</p>



<p>Difficoltà che si presentano sotto forma di due pareggi &#8211; piuttosto casuali a dire il vero &#8211; contro Bologna e Genoa dopo quattro vittorie nelle prime quattro partite e che aprono una crisi senza fine che fagocita tutto e tutti. Delle 11 partite di campionato disputate fino alla sosta natalizia &#8211; 17 contando un abbordabilissimo girone di Champions chiuso al terzo posto dietro Bayern Monaco e Bordeaux -, la Juventus ne perde cinque, con l&#8217;apice del <a aria-label="tragicomico 1-2 interno contro il Catania (opens in a new tab)" href="https://www.youtube.com/watch?v=ns92dLH9Gfg&amp;list=PLeLdlEy9TttrGPBTJO2QWaqmL5FoUdqNO&amp;index=31" target="_blank" rel="noreferrer noopener" class="rank-math-link">tragicomico 1-2 interno contro il Catania</a> del 20 dicembre in cui Diego, che la settimana prima a Bari aveva spedito nella stratosfera il <a aria-label="rigore del possibile 2-2 (opens in a new tab)" href="https://youtu.be/QQFNSOZBa-4?t=136" target="_blank" rel="noreferrer noopener" class="rank-math-link">rigore del possibile 2-2</a> contro la squadra di Ventura e Almiron, comunque si segnala per l&#8217;assist del momentaneo 1-1 a Salihamidzic. Il punto è proprio questo: il brasiliano, che in questa striscia negativa riesce a trovare il gol solo in occasione del 5-2 di Bergamo contro l&#8217;Atalanta di inizio novembre &#8211; un <a aria-label="bel tocco d&#039;esterno sinistro (opens in a new tab)" href="https://youtu.be/Uo3yfn8yZnY?t=143" target="_blank" rel="noreferrer noopener" class="rank-math-link">bel tocco d&#8217;esterno sinistro</a> che prende Consigli in controtempo -, non gioca male in senso assoluto ma non riesce a emergere dalla mediocrità generale di una squadra che, a gennaio, è già fuori da tutto. Anche perché se da un lato Diego non è, anzi non può essere, la soluzione dall&#8217;altro non è neanche il primo problema di un gruppo logoro &#8211; Cannavaro, Grosso &#8211; o inadeguato &#8211; Felipe Melo, Tiago e, progressivamente, Amauri &#8211; in alcuni dei ruoli chiave.</p>



<p>Come spesso succede chi paga per tutti è l&#8217;allenatore. Il 29 gennaio, il giorno dopo la sconfitta a San Siro in Coppa Italia contro l&#8217;Inter &#8211; rete di Diego su paperissima di Toldo, prima che Lucio e Balotelli ribaltino il risultato nell&#8217;ultimo quarto d&#8217;ora -, la quarta consecutiva dopo quelle contro Milan, Chievo e Roma in campionato, Ciro Ferrara viene esonerato: al suo posto arriva Alberto Zaccheroni che, pur mantenendo un 4-3-1-2 che aveva già dimostrato di non pagare i dividendi sperati, ha almeno il merito di riuscire a mettere Diego in condizioni migliori per esprimersi. Contro il Genoa fornisce a Del Piero <a aria-label="un assist di tacco (opens in a new tab)" href="https://youtu.be/WWlcscka71I?t=112" target="_blank" rel="noreferrer noopener" class="rank-math-link">un assist di tacco</a> espressione di ciò che poteva essere e non era stata quella connection che i tifosi così tanto avevano sognato e così poco avevano visto; a Bologna segna di volontà la <a aria-label="rete dell&#039;1-0 (opens in a new tab)" href="https://youtu.be/pKw5ShTMIUo?t=12" target="_blank" rel="noreferrer noopener" class="rank-math-link">rete dell&#8217;1-0</a> in mezzo a cinque maglie rossoblù; a Firenze realizza uno dei gol più belli della sua carriera con un <em>trick</em> da &#8220;menino da vila&#8221; (Belmiro, ovviamente) prima del colpo di suola a saltare Frey e depositare nella porta sguarnita. </p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-4-3 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="video-container"><iframe loading="lazy" title="DIEGO Amazing Goal vs Fiorentina !! [Fiore 1-2 Juventus] HQ" width="740" height="555" src="https://www.youtube.com/embed/hvyiP38j7-A?feature=oembed&amp;wmode=opaque" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
</div><figcaption>Se vi è piaciuto <a aria-label="questo gol (opens in a new tab)" href="https://www.youtube.com/watch?v=LqESCuOIvGw" target="_blank" rel="noreferrer noopener" class="rank-math-link">questo gol</a> di Totti contro il Torino non potrà non piacervi questo di Diego. Menzione d&#8217;onore per l&#8217;assist visionario di Antonio Candreva, quando era ancora uno dei giocatori più promettenti del panorama italiano</figcaption></figure>



<p>Si tratta dell&#8217;istantanea ideale della stagione di Diego nella Juventus, l&#8217;attimo in cui si comprendere che se qualcosa è andato storto non è stato per colpa sua. Il motivo è da ricercarsi in quello che Del Piero, nel suo <em>10+</em>, ha definito come</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-right"><p><em>«quel momento lì [quando] stai per fare una cosa e i tuoi avversari non sanno cosa farai, i tuoi compagni non sanno cosa farai, e soprattutto non lo sai neanche tu: lì il calcio non è più uno sport di squadra, e sei solo con la palla che sta arrivando. In quel momento conta enormemente come stai, come ti senti fisicamente, che motivazioni hai; conta il lavoro che hai svolto in allenamento, conta se senti o no la stima dell’allenatore e dei tuoi compagni, conta come ti va la vita privata, conta tutto»</em></p></blockquote>



<p>Se Diego non fosse un calciatore in pace con se stesso tecnicamente e psicologicamente, se non fosse consapevole di ciò che è in quel momento della sua carriera nonostante tutti e nonostante tutto, non solo non avrebbe mai fatto qual gol ma non avrebbe nemmeno pensato di farlo, cercando la giocata più semplice e conservativa che gli permettesse di rientrare in una logica di gioco sicura e uguale per tutti.    </p>



<p>Eppure questo non basta, non può bastare, in una stagione dove tutto ciò che può andare male finisce con l&#8217;andare peggio. La Juventus riesce nell&#8217;impresa di farsi eliminare ai quarti di Europa League dal Fulham &#8211; 3-1 a Torino, 1-4 a &#8220;Craven Cottage&#8221;, con Bobby Zamora in versione Van Basten &#8211; e Diego finisce nuovamente dentro le sabbie mobili di un progetto tecnico che doveva esaltare il suo talento e che, invece, finisce con il ridimensionarlo. <a aria-label="L&#039;assist a Iaquinta (opens in a new tab)" href="https://youtu.be/9dRJdqzxyMk?t=121" target="_blank" rel="noreferrer noopener" class="rank-math-link">L&#8217;assist a Iaquinta</a> nel 3-0 al Bari alla trentacinquesima giornata di un campionato chiuso mestamente al settimo posto è l&#8217;ultimo acuto di un&#8217;esperienza che si conclude qualche mese dopo alla &#8220;Merkur Arena&#8221; di Graz in un malinconico Sturm Graz-Juventus, gara d&#8217;andata dei preliminari di Europa League: a Torino sono già arrivati Del Neri, Krasic, Martinez e i rigidi schematismi del 4-4-2. Per Diego, che ritroverebbe il tecnico dei suoi primi difficili mesi al Porto nel 2004 &#8211; «Già allora era contrario al mio arrivo perché il suo sistema non prevedeva un trequartista o una mezzala» dirà nel 2016 &#8211; non c&#8217;è più posto. Ammesso che ci sia mai stato.</p>



<p><strong>Non sparate sul trequartista</strong></p>



<p>Il 1 aprile 2014, quasi due anni dopo il lampo nella notte di Bucarest, Diego &#8211; che, nel frattempo, ha fatto la spola tra Spagna e Germania, ricostruendosi faticosamente un nome e una credibilità con la maglia del Wolfsburg &#8211; è di nuovo protagonista in Europa con la maglia dell&#8217;Atletico Madrid. Il suo (grande, grandissimo) gol al &#8220;Camp Nou&#8221; nell&#8217;andata dei quarti di finale di Champions League contro il Barcellona vale un bel pezzo di semifinale e la gioia di essere tornato, anche se solo per un attimo, lì dove ha sempre pensato di meritare di essere: «Segnare è sempre bellissimo, ma farlo qui, al Barcellona, nel modo in cui l&#8217;ho fatto io è speciale. Sono stato bravo a colpire la palla nel modo giusto, è un momento bellissimo della mia vita». </p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="video-container"><iframe loading="lazy" title="Diego Ribas UNBELIEVABLE Goal | FC Barcelona 1 - 1 Atletico Madrid | 01/04/2014" width="740" height="416" src="https://www.youtube.com/embed/GJ4sqXjaS_o?feature=oembed&amp;wmode=opaque" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
</div></figure>



<p>In realtà il suo talento ha già cominciato quel processo di normalizzazione che lo trasformerà in un &#8220;emigrante del gol&#8221; alla perenne ricerca di se stesso, di ciò che era, di ciò che non poteva più essere. Madrid, Istanbul intesa come Fenerbache, la Rio de Janeiro rubro-negra cui regalerà una Libertadores, sono le tappe intermedie di un viaggio sul viale del tramonto imboccato nel momento in cui lui e la Juventus decisero di non darsi un&#8217;altra possibilità: «Con la maturità di oggi non me ne sarei andato subito. Avevo proposte da Real Madrid e Bayern ma scelsi la Juve, un club in cui si deve vincere. Purtroppo non fu ciò che successe ma non mi pento di nulla: fu un sogno».</p>



<p>Proprio come quel pomeriggio romano di tanto tempo fa.    </p>
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		<title>Quando Inzaghi segnava solo gol bellissimi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Claudio Pellecchia]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Mar 2021 08:07:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tributi]]></category>
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					<description><![CDATA[L&#8217;8 marzo 2006, al minuto 48 di un Milan-Bayern Monaco che i rossoneri stanno dominando ben più di quanto dica il 2-1 sul tabellone luminoso di San Siro, un rimpallo nell&#8217;area piccola dei bavaresi tra Demichelis e Ismael fa carambolare il pallone sullo scarpino destro di Filippo Inzaghi, e chi sennò. Il numero 9 rossonero non dovrebbe far altro che appoggiare in rete tanto più che Oliver Kahn, già a&#46;&#46;&#46;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>L&#8217;8 marzo 2006, al minuto 48 di un Milan-Bayern Monaco che i rossoneri stanno dominando ben più di quanto dica il 2-1 sul tabellone luminoso di San Siro, un rimpallo nell&#8217;area piccola dei bavaresi tra Demichelis e Ismael fa carambolare il pallone sullo scarpino destro di Filippo Inzaghi, e chi sennò. Il numero 9 rossonero non dovrebbe far altro che appoggiare in rete tanto più che Oliver Kahn, già a terra e in estensione per coprire la più ampia fetta di porta possibile, ha lasciato scoperto uno spazio alla sua sinistra che chiede solo di essere sfruttato: Inzaghi però, per qualche motivo, cicca la palla che si alza, gli sbatte &#8211; letteralmente &#8211; in una parte indefinita del volto tra naso e fronte e <a aria-label="finisce in rete (opens in a new tab)" href="https://youtu.be/BY6BSZuXa2M?t=126" target="_blank" rel="noreferrer noopener" class="rank-math-link">finisce in rete</a>. Vista al replay la scena ha la forza comica di un episodio del <em>Benny Hill Show</em>: al momento del primo impatto (fallito) di Inzaghi con il pallone, Kahn è a mezz&#8217;aria e cerca in ogni modo di volgere a proprio vantaggio quell&#8217;insperato colpo di fortuna, salvo poi vedersi beffato dal successivo tocco dell&#8217;attaccante e travolto da Demichelis sullo slancio in un ultimo, disperato, tentativo di recupero. </p>



<p>Mi sono sempre chiesto come il collerico e rubicondo portierone nativo di Karlsruhe &#8211; che, in quella partita, si era già segnalato nel primo tempo <a aria-label="er aver urlato qualcosa a Shevchenko (opens in a new tab)" href="https://youtu.be/BY6BSZuXa2M?t=60" target="_blank" rel="noreferrer noopener" class="rank-math-link">per aver urlato qualcosa a Shevchenko</a> dopo un calcio di rigore sbagliato dall&#8217;ucraino, salvo poi vedersi infilato un minuto dopo da un suo colpo di testa &#8211; abbia resistito alla tentazione di rincorrere Inzaghi ed esibirsi nel cosplay di <a aria-label="Sebastiano Rossi con Christian Bucchi (opens in a new tab)" href="https://www.youtube.com/watch?v=9NkmBVXQv-Q" target="_blank" rel="noreferrer noopener" class="rank-math-link">Sebastiano Rossi con Christian Bucchi</a>. La risposta, probabilmente, sta nella natura stessa dei gol di Inzaghi: gol brutti, sporchi, cattivi &#8211; «rapinosi» avrebbe detto Bruno Pizzul &#8211; esteticamente sgradevoli nella loro resa stilistica, ma impareggiabili nel loro saper massimizzare il rapporto tra efficacia ed efficienza del singolo gesto. Subire un gol del genere da lui è come subirlo da Del Piero con un tiro a giro sul secondo palo, da Totti con un &#8220;cucchiaio&#8221;, da Juninho <a aria-label="su calcio di punizione da distanza siderale (opens in a new tab)" href="https://www.youtube.com/watch?v=AXBKmUzOWvs" target="_blank" rel="noreferrer noopener" class="rank-math-link">su calcio di punizione da distanza siderale</a>. Qualcosa che, insomma, è nell&#8217;ordine naturale delle cose. </p>



<p>C&#8217;è stata una stagione, però, in cui la narrazione dei gol &#8220;alla Inzaghi&#8221; ha subito una brusca variazione. Era il 1998/99 e &#8220;Superpippo&#8221;, con il peso dell&#8217;attacco bianconero a gravare quasi interamente sulle sue spalle, si inventò alcuni dei gol più belli della sua carriera da rapace dell&#8217;aria di rigore.     </p>



<p><strong>Bello di notte</strong></p>



<p>L&#8217;Inzaghi che, nell&#8217;estate del 1998, comincia la sua seconda stagione in bianconero è già uno dei migliori attaccanti del panorama italiano e internazionale: a 25 anni è già stato capocannoniere della Serie A ed è reduce da un 1997/98 da 27 reti complessive che gli sono valse la convocazione al Mondiale di Francia in cui, però, ha assistito da semi-spettatore alla staffetta Baggio-Del Piero e all&#8217;esplosione dell&#8217;amico Christian Vieri, autore di 5 gol in altrettante partite. Paradossalmente il suo unico acuto nella competizione è stato <a href="https://www.youtube.com/watch?v=FDwQE394fD8" target="_blank" aria-label="l&#039;assist (!) a Baggio (opens in a new tab)" rel="noreferrer noopener" class="rank-math-link">l&#8217;assist (!) a Baggio</a> per la rete del 2-0 contro l&#8217;Austria nell&#8217;ultima gara del girone.</p>



<p>L&#8217;inizio di 1998/99, tuttavia, non è così semplice: come se non bastassero i 64 incolori minuti nella finale di Supercoppa Italiana persa contro la Lazio di Eriksson, nelle prime dieci giornate di campionato le reti sono appena quattro, di cui <a href="https://youtu.be/bnvGc1m94tk?t=22" target="_blank" aria-label="una al Piacenza (opens in a new tab)" rel="noreferrer noopener" class="rank-math-link">una al Piacenza</a> &#8211; nella prima sfida in famiglia al fratello Simone con il quale, due anni dopo, farà coppia per 11 minuti in una grigia amichevole novembrina della Nazionale contro l&#8217;Inghilterra decisa dal <a aria-label="primo e unico gol azzurro di Gattuso (opens in a new tab)" href="https://www.youtube.com/watch?v=4yW7McYmT6c" target="_blank" rel="noreferrer noopener" class="rank-math-link">primo e unico gol azzurro di Gattuso</a> &#8211; e altre due in una <a aria-label="polemica gara interna contro la Sampdoria (opens in a new tab)" href="https://www.youtube.com/watch?v=IIsOEZigcoY&amp;list=PLeLdlEy9TttpU4zjhtsTqc1DhF3UrNLMZ&amp;index=22" target="_blank" rel="noreferrer noopener" class="rank-math-link">polemica gara interna contro la Sampdoria</a> del 1 novembre al termine della quale confessa a Franco Costa che «mi dà fastidio che si pensi che tutte le volte che Inzaghi tira in porta dovrebbe far gol». </p>



<p>Ben diverso l&#8217;approccio nelle notti europee: il 16 settembre, nella gara d&#8217;esordio contro i Turchi del Galatasaray al &#8220;Delle Alpi&#8221;, nella stesso posto e nella stessa porta &#8211; ma non nello stesso stadio &#8211; in cui Cristiano Ronaldo si farà applaudire da tutto il mondo, segna la rete dell&#8217;1-0 con una <a aria-label="splendida semirovesciata volante (opens in a new tab)" href="https://youtu.be/trS_-rUWhAA?t=35" target="_blank" rel="noreferrer noopener" class="rank-math-link">splendida semirovesciata volante</a> a dare forma e concretezza all&#8217;assist dalla destra di Del Piero; due settimane dopo a Trondheim contro il Rosenborg fa le prove generali di quel che sarà ad Atene 9 anni dopo &#8211; con una maglia diversa &#8211; <a aria-label="deviando in rete il tiro dalla distanza di Davids (opens in a new tab)" href="https://youtu.be/pcEYXVjcLaA?t=30" target="_blank" rel="noreferrer noopener" class="rank-math-link">deviando in rete il tiro dalla distanza di Davids</a>. Due gol nelle prime due partite che, però, valgono appena due pareggi (2-2 e 1-1) in un girone vissuto tra il grigio di cinque X consecutive e il rosso dei fumogeni dell&#8217; &#8220;Aly Sami Yen&#8221; di Istanbul, dal quale <a aria-label="la Juve riesce ad uscire con l&#039;1-1 (opens in a new tab)" href="https://www.youtube.com/watch?v=xoHq3vSdJ4E&amp;list=PLeLdlEy9TttpU4zjhtsTqc1DhF3UrNLMZ&amp;index=27" target="_blank" rel="noreferrer noopener" class="rank-math-link">la Juve riesce ad uscire con l&#8217;1-1</a> al termine di una partita andata molto oltre il campo per i motivi che Marco D&#8217;Ottavi <a aria-label="ha ben raccontato (opens in a new tab)" href="https://www.ultimouomo.com/galatasaray-juventus-la-partita-dei-20000-poliziotti/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" class="rank-math-link">ha ben raccontato</a> su <em>Ultimo Uomo</em>. All&#8217;ultima giornata, in programma la sera del 9 dicembre, tutto e tutti sono ancora in gioco: il Galatasaray e il Rosenborg sono in testa al girone con 8 punti, la Juventus &#8211; che sfida i norvegesi a Torino in un vero e proprio spareggio &#8211; segue a quota 5 ma con ampie possibilità di passaggio del turno in caso di vittoria e contemporaneo successo dell&#8217;Athletic di Luis Miguel Fernández al &#8220;San Mamés&#8221; di Bilbao. </p>



<p>L&#8217;inizio dei bianconeri è un inno alla tensione e alla paura di non farcela, tanto che al 10&#8242; sono gli ospiti ad avere la prima palla gol, un pallonetto di Jacobsen che Paolo Montero salva sulla linea di porta. Cinque minuti dopo è Inzaghi a mettere tutto a posto: sinistro sbilenco di Amoruso, palla che in qualche modo arriva in area sulle traccia percorsa in verticale dal numero 9 che frappone il corpo tra sé e il gigantesco Otto Bragstad e chiude con il sinistro il diagonale che non può mai uscire. Il raddoppio di Amoruso venti minuti dopo rende il resto della gara l&#8217;appendice di ciò che sta accadendo in terra basca: al 43&#8242; Julen Guerrero è già diventato per i tifosi juventini quello che, nella stagione precedente, erano stati Pedrag Djordjevic e la sua punizione del 2-2 in un Olympiakos-Rosenborg che aveva significato passaggio ai quarti come seconda miglior seconda (dei gironi) per differenza reti, ma bisogna comunque vivere un&#8217;altra ora con un occhio al campo e un orecchio alla radiolina. Al 90&#8242;, però, è ufficiale: il Galatasaray perde a Bilbao, Juventus che passa come prima per due gol di differenza.  </p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-4-3 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="video-container"><iframe loading="lazy" title="Juventus - Rosenborg 2-0 (09.12.1998) 6a Giornata, Gironi CL." width="740" height="555" src="https://www.youtube.com/embed/6HoBAxE-iKo?list=PLeLdlEy9TttpU4zjhtsTqc1DhF3UrNLMZ" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
</div><figcaption>Al termine di questo video si possono notare l&#8217;attuale allenatore dell&#8217;Inter che esulta per il passaggio della fase a gironi, Maurizio Pistocchi a commentare gli istanti finali dal San Mamés e l&#8217;indimenticato e indimenticabile Alberto D&#8217;Aguanno, rassicurante e familiare voce da bordocampo di tante notti europee</figcaption></figure>



<p><strong>Sulle spalle di Superpippo</strong></p>



<p>In campionato, però, la fortuna sembra essersi dimenticata dei campioni d&#8217;Italia in carica. La svolta in negativo della stagione si era materializzata l&#8217;8 novembre a Udine, un mese prima del <em>redde rationem</em> contro i norvegesi: Zidane aveva segnato l&#8217;1-0, <a aria-label="Inzaghi sigla il raddoppio &quot;alla Inzaghi&quot; (opens in a new tab)" href="https://youtu.be/W0w18WrEdVc?t=67" target="_blank" rel="noreferrer noopener" class="rank-math-link">Inzaghi aveva siglato il raddoppio &#8220;alla Inzaghi&#8221;</a>, poi Del Piero si era sbriciolato il ginocchio sinistro e l&#8217;Udinese di Guidolin aveva pareggiato nel recupero una partita che era praticamente già persa. Da allora tutto ciò che poteva andare male era andato peggio: quattro sconfitte e un pareggio nelle successive cinque partite &#8211; sette gol subiti e nessuno realizzato &#8211; il numero 10 fuori fino al termine dell&#8217;annata, Zidane che stava cominciando a comprendere come, talvolta, il dio del calcio si possa riprendere (sotto forma di infortuni) quello che ti aveva dato precedentemente (la Coppa del Mondo): «Quest&#8217;anno per me è da dimenticare» dirà un girone dopo, con la caviglia destra dolorante a causa della distorsione, al termine di uno Juventus-Udinese deciso, tanto per cambiare, da <a aria-label="un bel gol di Inzaghi a tre minuti dalla fine (opens in a new tab)" href="https://youtu.be/98MKU7u_JSA?t=105" target="_blank" rel="noreferrer noopener" class="rank-math-link">un bel gol di Inzaghi a tre minuti dalla fine</a>.</p>



<p>Il ritorno alla vittoria arriva solo alla vigilia della sosta natalizia: la <a aria-label="tripletta di Inzaghi alla Salernitana (opens in a new tab)" href="https://www.youtube.com/watch?v=CW5X7NFbZiY&amp;list=PLeLdlEy9TttpU4zjhtsTqc1DhF3UrNLMZ&amp;index=35" target="_blank" rel="noreferrer noopener" class="rank-math-link">tripletta di &#8220;Superpippo&#8221; alla Salernitana</a> regala a Marcello Lippi delle feste relativamente serene anche se le avvisaglie della fine dell&#8217;impero ci sono tutte tanto che, agli inizi di marzo, Maurizio Crosetti <a aria-label="scriverà (opens in a new tab)" href="https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1999/03/05/lippi-juventus-fini-pugni.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener" class="rank-math-link">scriverà</a> su <em>Repubblica</em> di una profonda spaccatura all&#8217;interno dello spogliatoio tra il tecnico e alcuni di quelli che potevano essere considerati come suoi fedelissimi, tra cui un autentico pretoriano come Didier Deschamps. </p>



<p>Il mercato di gennaio porta in dote Henry ed Esnaider ma la sensazione è che, comunque, tutto il peso dell&#8217;attacco sia sulle spalle del numero 9. Che, ovviamente, si infortuna a metà gennaio e assiste impotente allo sfacelo di una delle squadre più vincenti di sempre: il 7 febbraio Chiesa e Crespo vandalizzano ciò che rimane della prima Juve lippiana, costringendo il tecnico alle dimissioni e la dirigenza ad anticipare l&#8217;arrivo di Carlo Ancelotti. Inzaghi rientra proprio in concomitanza dell&#8217;esordio dell&#8217;allenatore emiliano sulla panchina bianconera &#8211; 25 minuti in un <a aria-label="Piacenza-Juventus deciso dalle reti di Mirkovic e Birindelli (opens in a new tab)" href="https://www.youtube.com/watch?v=MhsP8CLpN5c&amp;list=PLeLdlEy9TttpU4zjhtsTqc1DhF3UrNLMZ&amp;index=44" target="_blank" rel="noreferrer noopener" class="rank-math-link">Piacenza-Juventus deciso dalle reti di Mirkovic e Birindelli</a> &#8211; e a due settimane dall&#8217;andata dei quarti di finale di Champions League contro l&#8217;Olympiakos. </p>



<p>Quando, il 3 marzo, i greci si presentano a Torino, Ancelotti ha già derogato ai rigidi schematismi del suo 4-4-2, optando per un 4-3-1-2 in cui Zidane è il giocatore di trama e ordito di una intera fase offensiva che ha in Inzaghi principale finalizzatore e in Conte il primo &#8220;shadow striker&#8221; di una batteria di centrocampisti di corsa e inserimento quando l&#8217;azione si sviluppa sugli esterni. In quel periodo Mediaset è solita mandare in differita la gara del mercoledì che non è riuscita a trasmettere in <em>prime time</em> quindi sono tantissimi i tifosi bianconeri che si mettono davanti alla TV ben oltre le 23 e che vedono la Juventus vincere 2-1 e Inzaghi realizzare la <a aria-label="rete dell&#039;1-0 (opens in a new tab)" href="https://www.youtube.com/watch?v=eqhV6S9PUyw" target="_blank" rel="noreferrer noopener" class="rank-math-link">rete dell&#8217;1-0</a> girando al volo, di sinistro, il cross dalla sinistra di Davids: è uno dei gol più belli e meno celebrati della sua carriera, che testimonia la grandissima (e sottovalutata) capacità del bomber piacentino di torcere la caviglia a piacimento per colpire al volo/di controbalzo nella maniera più pulita e precisa possibile mentre corre in parallelo alla linea di porta. Una <em>move</em> replicata, in tono minore, quatto giorni dopo a Marassi nella vittoria in extremis contro la Sampdoria &#8211; andata in vantaggio con una rete di Ariel &#8220;El Burrito&#8221; Ortega desideroso di vendicare Tokyo e il River Plate -, la terza di quattro (in cinque partite) che Ancelotti ottiene nel suo primo mese in panchina. </p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="video-container"><iframe loading="lazy" title="Sampdoria - Juventus 1-2 (07.03.1999) 7a Ritorno Serie A." width="740" height="416" src="https://www.youtube.com/embed/xcBV25xKuBc?list=PLeLdlEy9TttpU4zjhtsTqc1DhF3UrNLMZ" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
</div><figcaption>Dite la verità, in questo video Esnaider non sembra poi così male</figcaption></figure>



<p>Il 17 si vola ad Atene per l&#8217;ennesima notte da leggenda e da tregenda, complicata ulteriormente dal rigore trasformato al 90&#8242; della gara d&#8217;andata da Niniadis. A farla da padrone all&#8217;Olympiako Stadio Athinon sono la pioggia, il vento e il tifo incessante degli oltre settantamila in bianco-rosso, che possono esultare già al 12&#8242; per la rete di Gogic su assist di Georgatos (sì, <em>quel</em> Georgatos) a sfruttare la dormita collettiva del trio Iuliano-Montero-Rampulla. È una partita dai contenuti tecnici pressoché nulli &#8211; il principale highlight è l&#8217;invasione di un cane randagio che ha la brillante idea di espellere le sue deiezioni nel cerchio di centrocampo &#8211; ma emotivamente logorante per 21 dei 22 in campo: il ventiduesimo è Antonio Conte da Lecce che all&#8217;85&#8217; ha ancora la lucidità di raccogliere il pallone uscito dal rimpallo tra Inzaghi ed Eleftheropoulos e <a aria-label="depositarlo in rete (opens in a new tab)" href="https://youtu.be/1yoPL0ayDY0?t=80" target="_blank" rel="noreferrer noopener" class="rank-math-link">depositarlo in rete</a> spazzando via i fantasmi di 16 anni prima.</p>



<p>In campionato, intanto, i due punti raggranellati tra Roma, Empoli e Bologna spengono ogni velleità di risalita verso le zone altissime della classifica e convincono l&#8217;ambiente a puntare tutto sull&#8217;Europa che conta: tra i bianconeri e la quarta finale consecutiva c&#8217;è il Manchester United di Sir Alex Ferguson. Una grande classica del calcio europeo, tanto da convincere Pepsi a farne il contesto di una serie di commercial di assoluto culto:</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-4-3 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="video-container"><iframe loading="lazy" title="david beckham&amp;Filippo inzaghi pubblicita pepsi" width="740" height="555" src="https://www.youtube.com/embed/YFuvc00TcHM?feature=oembed&amp;wmode=opaque" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
</div><figcaption>Questa non la ricordavate eh?</figcaption></figure>



<p><strong>Vengeance knows no mercy</strong></p>



<p>Il 7 aprile la Juventus scende in campo a &#8220;Old Trafford&#8221; con un insolito 4-4-1-1: per contrastare la creatività di Giggs e Beckham sugli esterni, Ancelotti ha scelto di rinforzare le catene laterali con Di Livio messo sulle tracce del formidabile gallese per dar man forte a Zoran Mirkovic e Davids a sinistra per costringere lo &#8220;Spice Boy&#8221; con il numero 7 a qualche ripiegamento difensivo in più. </p>



<p>La mossa paga i dividendi sperati: al 25&#8242;, un taglio esterno-interno ad attaccare lo spazio centrale svuotato dalla giocata &#8220;a uscire&#8221; di Zidane, permette all&#8217;olandese di premiare l&#8217;inserimento di Conte che fulmina Smeichel con un sinistro a incrociare preparato da un controllo orientato da punta vera. Già la punta: lasciato da solo a battagliare contro Berg e Stam, Inzaghi disputa una gara di grande sacrificio e abnegazione e, sempre nel primo tempo, sfiora lo 0-2 in ben due occasioni, ricevendo nel secondo caso anche un durissimo <a aria-label="rimprovero da Zidane (opens in a new tab)" href="https://youtu.be/oiv-X3Dd_uo?t=82" target="_blank" rel="noreferrer noopener" class="rank-math-link">rimprovero da Zidane</a> che aspettava a centro area un assist da dover solo spingere in rete. </p>



<p>La ripresa, come prevedibile, si trasforma nell&#8217;assedio dei Red Devils: Peruzzi compie un autentico miracolo su un <a aria-label="colpo di testa ravvicinato di Giggs (opens in a new tab)" href="https://youtu.be/oiv-X3Dd_uo?t=91" target="_blank" rel="noreferrer noopener" class="rank-math-link">colpo di testa ravvicinato di Giggs</a>, poi un gol annullato a Roy Keane per fuorigioco di Sheringham si trasforma nella miccia che accende definitivamente il match. La resistenza della Juventus è perfino eroica in certi frangenti di quella che assume sempre più i contorni di un&#8217;esercitazione di attacco contro difesa che sembra durare un&#8217;eternità, spezzata dal <a aria-label="guizzo in mischia di Giggs che fa 1-1 (opens in a new tab)" href="https://youtu.be/oiv-X3Dd_uo?t=125" target="_blank" rel="noreferrer noopener" class="rank-math-link">guizzo in mischia di Giggs che fa 1-1</a> al secondo dei quattro minuti di recupero concessi dall&#8217;arbitro spagnolo Manuel Diaz Vega. Si tratta di un&#8217;impresa a metà che, però, permette alla Juventus di avere due potenziali risultati su tre in vista del ritorno.</p>



<p>Eppure, due settimane dopo, al minuto 12 sembra già non esserci più spazio per calcoli e tatticismi: Inzaghi ha già colpito due volte &#8211; la seconda  girando attorno a Stam come se fosse la cosa più facile del mondo &#8211; sulla strada che porta al Camp Nou di Barcellona. </p>



<p>Poi, però, una cosa va storta. </p>



<p>Poi un&#8217;altra. </p>



<p>Poi un&#8217;altra ancora. </p>



<p>Fin quando tutto quello che doveva compiersi, si compie. Nel giro di dieci minuti, tra il 24&#8242; e il 34&#8242;, Keane e Yorke fanno 2-1 e 2-2 azzerando il risultato sfavorevole di Manchester, nella ripresa Inzaghi prima si vede annullare il terzo gol personale per un fuorigioco evidente poi fallisce una ghiotta occasione dalla stessa mattonella dalla quale aveva segnato al Rosenborg pochi mesi prima, scegliendo di chiudere il sinistro sul primo palo invece di incrociare. A cinque minuti dalla fine è Andy Cole a mettere la parola fine al discorso qualificazione e ad anni di incubi in bianco e nero: finalmente Alex Ferguson è riuscito a battere la squadra che aveva sempre indicato ai suoi come il modello da seguire.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="video-container"><iframe loading="lazy" title="Juventus 2 3 Manchester United All Goals &amp; Highlights 1999 English Commentary" width="740" height="416" src="https://www.youtube.com/embed/D6VFWBIF2I4?feature=oembed&amp;wmode=opaque" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
</div></figure>



<p><strong>Epilogo</strong></p>



<p>Inzaghi segnerà altre tre volte prima della fine di quell&#8217;annata: uno <a aria-label="splendido colpo di testa contro la Fiorentina (opens in a new tab)" href="https://youtu.be/iHotoVK13T4?t=44" target="_blank" rel="noreferrer noopener" class="rank-math-link">splendido colpo di testa contro la Fiorentina</a>, un <a aria-label="tocco sottomisura (opens in a new tab)" href="https://youtu.be/Crs_Et2u2tI?t=45" target="_blank" rel="noreferrer noopener" class="rank-math-link">tocco sottomisura</a> all&#8217;ultima giornata contro il Venezia, un rigore realizzato nel malinconico spareggio per la UEFA contro l&#8217;Udinese: totale 20 gol in 42 partite, miglior marcatore di una squadra che, nel momento più importante della stagione più difficile, si era appoggiata in tutto e per tutto a lui e alla sua capacità di fare anche gol belli, anzi bellissimi. Il fatto che al fattore estetico non abbia fatto seguito la concretezza di un trofeo da alzare deve averlo convinto che, in fondo, è meglio segnare a Kahn con un auto-rimpallo che con un sinistro volante all&#8217;incrocio dei pali. Oh, alla fine ha avuto ragione lui.   </p>



<p>    </p>



<p>  </p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il giorno in cui Ale tornò Del Piero</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Saccia]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Feb 2021 09:51:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tributi]]></category>
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					<description><![CDATA[Per gli juventini della mia età, nessuno è stato, è o sarà mai come Alessandro Del Piero. Ed è un legame, questo, che non si può spiegare con il suo record di gol e presenze, con le tantissime vittorie, con i gol meravigliosi, con la tecnica e la classe di un giocatore fantastico come pochi nella storia del calcio italiano, né con il fatto che sia arrivato alla Juve ragazzino&#46;&#46;&#46;]]></description>
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<p>Per gli juventini della mia età, nessuno è stato, è o sarà mai come Alessandro Del Piero. Ed è un legame, questo, che non si può spiegare con il suo record di gol e presenze, con le tantissime vittorie, con i gol meravigliosi, con la tecnica e la classe di un giocatore fantastico come pochi nella storia del calcio italiano, né con il fatto che sia arrivato alla Juve ragazzino e se ne sia andato uomo, a oltre 37 anni, tra le lacrime di uno stadio intero. Non era la fascia di capitano al braccio, né quel magico numero 10 che nella storia della Juve è quasi sempre stato proprietà di giocatori speciali. Non era nemmeno per quella componente di eleganza, grazia, bellezza e magia che c’era non solo nei suoi gol, ma in ogni suo gesto tecnico. Tutto questo è calcio, ma quello che ci ha legato a questo giocatore più di ogni altra cosa non è stato il calcio, è stata la vita.</p>



<p>Per quelli della mia generazione, guardare Del Piero, tifare per Del Piero, ha significato vivere con lui, soffrire con lui, crescere con lui; è stato come avere un fratello molto, molto famoso, che nemmeno ci conosceva, ma che tutti noi conoscevamo benissimo. O almeno questo era ciò che pensavamo. Con gli anni ho imparato una cosa sui calciatori, anzi, sui cosiddetti “idoli”. Non c’è niente di male a impazzire per un tizio che calcia le punizioni come nessuno, che gioca il tennis degli dei o che suona la chitarra come se fosse capace di incendiarla a ogni nota, e chi pensa il contrario è solo un povero vecchio senza più una goccia di poesia dentro l’anima. Ma quello che tu ami alla follia è il calciatore, il tennista, il chitarrista, tutto ciò che lui è e rappresenta in quel momento, in quei 90 minuti di calcio con la maglia a strisce addosso, in quelle 5 ore di tennis, in quelle 2 ore di concerto. Tutto ciò che c’è prima e che c’è dopo, tutto ciò che non puoi vedere, per un certo periodo pensi di volerlo conoscere. Ma tu, in realtà, non lo vuoi davvero conoscere, e non devi. Perché l’uomo dietro al mito non potrà mai essere all’altezza: è solo un uomo. Nessun essere umano, nemmeno il migliore tra noi, potrà mai essere all’altezza della sua stessa leggenda.</p>



<p>In ogni caso, ciò che della vita reale di Alessandro Del Piero e della sua vicenda umana abbiamo potuto scorgere, filtrato da una coltre di riservatezza ed educazione al silenzio imparata dai suoi genitori, è esattamente ciò che fa sì che nessuno di noi (ex)ragazzi nati negli anni ‘70 possa pensare a quel (non più) ragazzo con il 10 bianconero sulla schiena senza emozionarsi, senza sentire il proprio cuore accelerare un po’. Perché la vita da calciatore di Alessandro, Alex per i tifosi, Ale per la famiglia e per quelli di noi che lo percepivano come uno di famiglia, è una storia di successo, dolore, cadute, rinascite, nuove cadute e nuove rinascite, in un continuo alternarsi di sconfitte e vittorie individuali oltre che di squadra. Ed è normale che sia così: chi può davvero immedesimarsi in un eroe sempre perfetto, invulnerabile, indistruttibile, che abbatte ogni difficoltà apparentemente senza fatica? Certo, uno così lo ammiri, ma lo vedi sempre come qualcosa di sovrumano, lontano dalle tue miserie quotidiane. Ma è l’eroe caduto in disgrazia, capace di scrollarsi di dosso la polvere, rialzarsi, e riprendersi ciò che gli è stato tolto che ti emoziona davvero, perché ti viene da pensare che se ce l’ha fatta lui, allora devi farcela anche tu.</p>



<p>A titolo personale, posso dire questo: guardo calcio da 35 anni, sono sicuro che Del Piero non sia stato il giocatore più forte che io abbia mai visto o che avessi visto sino ad allora, anche se lo è stato in alcune partite e in alcuni periodi, ma sicuramente nessuno mi ha emozionato e mi emozionerà mai quanto lui. Se oggi faccio il mio lavoro e lo amo così tanto, è perché l’8 novembre del 1998 il ginocchio di Del Piero andò in frantumi a Udine. Da allora, da quel momento in poi, il mio obiettivo, il mio sogno, è stato uno: riparare il ginocchio di Del Piero per restituirgli la magia e la bellezza del gioco. E se lui ce l’avesse fatta a tornare Del Piero, io dovevo farcela a realizzare il mio sogno.</p>



<p>Non ho intenzione e non voglio parlare di tutto quello che sono state quelle 19 stagioni, sarebbe troppo lungo, e anche difficile da riassumere. Spesso si parla molto di vittorie, di grandi gol in Champions League, o di grandi delusioni sportive. Eppure chi di noi conosce davvero la storia di Del Piero, chi di noi l’ha vissuta, partita dopo partita, sa bene che uno dei momenti più importanti e commoventi della sua vita calcistica è stato a Bari, in una partita forse non così importante, in una stagione alla fine deludente. Ma in quella stagione c’è “il gol di Bari”, il gol della rinascita di Del Piero.</p>



<p>Guardate questo gol adesso, senza pensarci troppo, guardate il gol, e tenetelo in un angolo della memoria. Poi ne riparleremo.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-4-3 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="video-container"><iframe loading="lazy" title="Bari-Juventus 0-1 (18/2/2001) Grandissimo gol di DEL PIERO - Radiocronaca di Livio Forma (Radio Rai)" width="740" height="555" src="https://www.youtube.com/embed/CehCYkjD_FE?feature=oembed&amp;wmode=opaque" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
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<p>Per capire fino in fondo quel gol, bisogna tornare indietro al maledetto 8 novembre 1998, il giorno prima del 24esimo compleanno di Ale. La stagione precedente è stata la sua migliore, è da tutti ritenuto il più forte giocatore al mondo alla pari con Ronaldo “il Fenomeno”. Ma la stagione si è chiusa male: infortunio e sconfitta in finale di Champions, difficilissimo e incompleto recupero per il Mondiale, Mondiale deludente e giocato male, il tutto corredato dalle assurde accuse di doping piovutegli ingiustamente addosso.</p>



<p>La nuova stagione inizia quindi con qualche difficoltà, ma poi tutto sembra tornare a posto, la forma ritorna, i gol anche, la Juve è prima in classifica. Fino a Udine. Lì, con il ginocchio di Del Piero, si spezza la Juve di Lippi. La squadra entra in crisi, Lippi si dimette a metà stagione, stagione che terminerà con un orrendo settimo posto e Del Piero alle prese con un recupero dall’intervento lungo 8-9 mesi.</p>



<p>La stagione successiva, Del Piero gioca diverse belle partite, ma <a href="/la-peggior-stagione-della-carriera-di-del-piero-anzi-no/" class="rank-math-link">la porta pare maledetta</a>, segna solo su rigore, e in qualche modo si capisce che ancora non è sé stesso. La squadra dilapida un vantaggio pazzesco in classifica e perde il campionato all’ultima giornata su un campo simile a una piscina, a Perugia. Un’altra delusione.</p>



<p>La stagione 2000-01, quindi, viene vista da tanti come l’ultima spiaggia per Del Piero, l’ultima possibilità per dimostrare di poter tornare a essere il vero Del Piero, quello di prima dell’infortunio. Parte anche bene, con un bel gol. Ma poi si perde, partita dopo partita. Noi tifosi lo guardiamo, e vediamo che in campo non c’è Del Piero, il giovane campione che conoscevamo, ma c’è Ale, un ragazzo che sembra avere smarrito il suo talento, che forse ha paura di non tornare mai più quello di prima, che dubita delle proprie capacità. In campo lo vedi tentare le sue giocate sempre di meno, come se avesse paura di sbagliare. Quando le tenta, è come se avesse sempre un attimo di esitazione fatale. La mente dei grandi sportivi, durante la gara, funziona in modo particolare: non pensano, non possono pensare perché non c’è il tempo, sono guidati dalle proprie percezioni, dagli automatismi sviluppati in migliaia di ore di allenamento, e soprattutto da quelle doti naturali che non si possono imparare. Del Piero stesso spiegherà anni dopo che prima di un gol è come se scattasse un “click” nella sua testa, per cui quello che avviene poco prima del gol lui stesso non lo ricorda mai con precisione, come se una parte inconscia prendesse improvvisamente il controllo delle operazioni. Ale ora è lì, è in campo, ma corre con una zavorra addosso, corre con il peso di mille pensieri, dubbi, paure e ansie, e quel “click” del campione sembra averlo perso per sempre, tanto da finire spesso in panchina. E’ in quei momenti, in quei mesi difficili, che il legame tra noi tifosi e quel ragazzo caduto nella polvere con la maglia numero 10 addosso è diventato speciale.</p>



<p>Nessuno di noi sapeva, avrebbe potuto sapere, che oltre a tutto questo, Alessandro si portava dentro un peso ancora più grande: la malattia del padre. Da oltre un anno il papà di Ale si stava spegnendo lentamente e dolorosamente per un tumore, e per quanto tu possa essere un calciatore ricco e famoso, in quei momenti sei come tutti gli altri: un ragazzo di 26 anni che sta perdendo il papà, senza poterci fare nulla.</p>



<p>Quello che non sapevamo, lo scoprimmo pochi giorni prima di quella partita di Bari: il papà di Alessandro Del Piero morì il 13 febbraio 2001. Il 18 febbraio la Juve si presentò a Bari con Del Piero comprensibilmente ancora una volta in panchina, e reduce ormai da 18 mesi di difficoltà tecniche e psicologiche.</p>



<p>Potete non crederci, ma ricordo benissimo quella partita, persino dove l’ho vista (non avevo la pay tv e andavo a vedere le partite nella sede dello Juventus Club a cui ero iscritto). Ricordo persino dove ero seduto, in quella sala con il maxi-schermo. Mi rendo conto ora che sono passati 20 anni, quasi metà della mia vita, eppure lo ricordo benissimo.</p>



<p>Avevamo quella orrenda e triste maglia blu scuro con i fregi gialli della Lotto, e provavamo in qualche modo ad attaccare, peraltro piuttosto male, pur creando diverse occasioni, ma rischiando anche di prendere gol in contropiede.&nbsp; Finito il primo tempo sullo 0-0, inizia il secondo nello stesso modo: Juve all’attacco ma incapace di segnare contro un Bari scarso e impelagato a fondo classifica, la tipica partita invernale contro la tipica piccola squadra italiana bravissima a difendersi che rende il campionato italiano di quel periodo il più tattico e difficile del mondo, e ogni trasferta una potenziale trappola mortale. E a un certo punto di quella partita uguale ad altre migliaia, Ale si alza dalla panchina ed entra in campo. E mentre da il cambio a Kovacevic io penso: “se c’è un giorno per rinascere, Ale, quel giorno è oggi”.</p>



<p>Quello che succede dopo lo sapete, e l’avete già visto, ma è quasi giunto il momento di riguardarlo, ora. Che è un bel gol lo capisce anche chi non è abituato a guardare il calcio, ma non è la bellezza del gol di per sé. E’ la percezione che all’improvviso quel ragazzo si sia liberato di tutte le ansie, i pensieri, le delusioni e il dolore di 18 mesi. La sensazione che abbia finalmente smesso di pensare e abbia ricominciato a essere leggero. Guardando con attenzione, puoi vedere l’assoluta eleganza e perfezione improvvisamente ritrovata in ogni gesto tecnico, il modo di condurre la palla con l’esterno destro e accarezzarla il giusto per non perdere velocità e allo stesso tempo non consegnarla all’avversario, convergendo da sinistra verso il centro, sul piede forte, il destro, per crearsi lo spazio per il tiro. E’ quel doppio passo fulmineo che manda il difensore dalla parte sbagliata, perché nella partita a poker dell’uno contro uno il difensore ha pensato che Ale sceglierà il tiro a giro sul palo lontano con il piede destro, che è la sua scelta tipica, e invece Ale dopo averlo sbilanciato e avergli preso il tempo corre a sinistra, defilato, forse troppo defilato rispetto alla porta, con il portiere in uscita che chiude lo specchio e la palla sul piede debole, il sinistro. E lì, proprio in quel momento, scatta il “click”. Ale scava sotto al pallone con il piede sinistro e scavalca morbidamente il portiere, facendo atterrare la palla dove l’ha mandata oltre 300 volte in carriera: in rete. In ogni gesto tecnico di questo gol, se la sai cogliere, puoi vedere la bellezza dello sport ai massimi livelli: una continua lotta del proprio corpo contro lo spazio e il tempo, la costante ricerca della cosa giusta, dei centimetri giusti, del decimo di secondo giusto, in una parola, della perfezione. Riguardate il gol adesso, e potrete osservare tutte queste cose.</p>



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<div class="video-container"><iframe loading="lazy" title="Serie A 2000-2001, day 19 Bari - Juventus 0-1 (Del Piero)" width="740" height="416" src="https://www.youtube.com/embed/iOnlnp3I-c0?feature=oembed&amp;wmode=opaque" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
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<p>Dopo il gol Ale esulta, io esulto, tutti noi esultiamo insieme, e lo guardi correre e urlare fuori di sé tutto il dolore, la delusione, la rabbia, la tristezza accumulate in 18 mesi in cui sembrava che la caduta fosse inarrestabile. Lo guardi spezzare il primo abbraccio di un compagno per poter continuare a correre, calciare pieno di rabbia un oggetto a bordo campo e poi arrendersi all’abbraccio dei suoi compagni, Tacchinardi, Pessotto, Zidane, e poi tutti gli altri, e in quell’abbraccio, anche se non lo vedi distintamente, sai che sta nascondendo le lacrime per la perdita del papà, le lacrime per tutto ciò che gli è successo, per quello che gli è stato detto e fatto in quei 18 mesi, le lacrime per sentirsi finalmente e all’improvviso di nuovo nella luce proprio nel momento più buio. E le sue lacrime sono le stesse nostre lacrime, di noi tifosi che sappiamo perfettamente cosa si nasconde in quell’abbraccio dei suoi compagni anche senza vederlo.</p>



<p>Da lì in poi, da quel gol in un pomeriggio qualunque a Bari, Ale ritorna Del Piero. Un po’ alla volta ritornano i gol, i numeri, le magie. Ci saranno altri momenti difficili, qualche altra panchina, nelle successive undici stagioni. E la verità è che il Del Piero di prima dell’infortunio, quel giocatore leggero e aggraziato anche se magari un po’ discontinuo, dallo spunto micidiale, non l’avremmo visto più, sostituito da un altro tipo di giocatore, meno rapido e agile, più forte e più intelligente, più preciso, letale dentro l’area di rigore, chirurgico nel tiro da fuori area con entrambi i piedi. E’ normale, è la vita, che quando ti ferisce in quel modo poi ti costringe a fare i conti con le cicatrici per sempre, che siano in un ginocchio o dentro l’anima. Ma quando nel 2012 Alessandro Del Piero saluterà il suo stadio e la sua gente, tra lacrime e lanci di sciarpe, i gol segnati dopo l’infortunio saranno enormemente di più di quelli segnati prima.</p>



<p>Io non credo nell’aldilà, nella vita dopo la morte, negli sguardi su di noi dall’alto da parte di chi ci amava e ci ha lasciato. Credo nel ricordo. Credo che quello che resta di noi dopo la morte sia dentro le persone che abbiamo amato, quelle con cui abbiamo condiviso parte della nostra vita, quelle che abbiamo anche, in qualche modo, ispirato. Questa è l’unica vita eterna che come uomini ci possiamo permettere. Credo che quel giorno più di ogni altro, nella vita di Alessandro, il ricordo del papà gli abbia dato la forza di rialzarsi. Se c’è una cosa che ho capito quel giorno, è che anche quando pensi di aver perso tutto, quando pensi che non ti rialzerai più, puoi trovare qualcosa a cui aggrapparti, che magari qualcuno ha lasciato lì per te, per uscire dall’angolo buio in cui sei precipitato.</p>



<p>“A egregie cose il forte animo accendono l’urne de’ forti” scriveva Foscolo all’inizio de “I Sepolcri”. Ho sempre pensato che fosse vero. Si può essere un’ispirazione, si può essere “forti” per milioni di persone o anche solo per una, ma questo è ciò che resta di noi dopo che ce ne andiamo: ciò che seminiamo dentro gli altri.</p>



<p>Molti anni dopo l’accaduto, parlando della morte di suo padre, Ale l’ha definito “il più grande dolore della mia vita”, rimpiangendo di non aver detto di più a suo padre “ti voglio bene”.&nbsp; Oggi che siamo cresciuti, io e lui, che entrambi siamo padri, vorrei dirglielo, ma forse non ce n’è nemmeno bisogno: lo sapeva Ale, lo sapeva.</p>
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		<title>Perché Roberto Baggio è il mio giocatore preferito</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Michele Tossani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Feb 2021 15:46:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tributi]]></category>
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					<description><![CDATA[È difficile per me scrivere questo genere di articoli. Non si tratta infatti di dover fare una lucida analisi di quanto visto sul campo o di dover descrivere tecnicamente e tatticamente i pregi di un giocatore. E nemmeno è mia intenzione ripercorrere le vicende storiche che hanno scandito una traiettoria calcistica che fondamentalmente ha attraversato tre decenni. Molto è stato scritto su questa carriera o su singoli episodi della medesima&#46;&#46;&#46;]]></description>
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<p>È difficile per me scrivere questo genere di articoli. Non si tratta infatti di dover fare una lucida analisi di quanto visto sul campo o di dover descrivere tecnicamente e tatticamente i pregi di un giocatore. E nemmeno è mia intenzione ripercorrere le vicende storiche che hanno scandito una traiettoria calcistica che fondamentalmente ha attraversato tre decenni. Molto è stato scritto su questa carriera o su singoli episodi della medesima e sul web si trovano tanti contributi di qualità. Quello che mi preme fare in questa sede (e quello che effettivamente mi è stato chiesto di scrivere) non è quindi descrivere Roberto Baggio in se stesso ma piuttosto delineare che cosa ha rappresentato nell&#8217;immaginario collettivo di quelli della mia generazione. Ebbene, per chi sulla carta d&#8217;identità, nell&#8217;anno di nascita, ha un 7 come penultima cifra, il divin codino è stato un mito, un eroe, uno che è cresciuto insieme a noi e ci ha accompagnato dall&#8217;infanzia all&#8217;adolescenza proprio come il primo Vasco, i cartoni animati giapponesi o certi programmi televisivi che ormai non esistono più. Per noi, per quella che è stata definita anche come la generazione Bim Bum Bam, Roberto Baggio è stato, con Maradona, il modello calcistico da seguire, il calciatore da imitare ogni volta che a scuola, sotto casa o nel piazzale vicino c&#8217;era da calciare un pallone. È inutile cercare di fare paragoni : ogni generazione tendenzialmente è portata a considerare l&#8217;idolo della propria gioventù come il più grande. Se chiedete ad un ragazzo di ora vi dirà che il più forte di tutti i tempi è Ronaldo o Messi. Chi è cresciuto negli anni 70 dirà Cruyff o, se si parla di italiani, Rivera. I più attempati diranno che non c&#8217;è stato nessuno migliore di Pelé. Ogni tentativo di affermare che Baggio sia stato il più forte calciatore italiano del dopoguerra si scontrerebbe quindi con i sostenitori del sopracitato Rivera, di Totti o Del Piero. È il bello del calcio. E allora rinuncio a difendere la mia tesi e il fatto che hai fatto quello che hai fatto praticamente senza ginocchia…dico solo che a Firenze e nella Juve si è visto il miglior Baggio di sempre. Sono cresciuto con molti miti calcistici ma soprattutto con Baggio e Maradona. Diego non c&#8217;è più e l&#8217;infanzia è finita da tanto ma restano i ricordi e resti tu, Roberto da Caldogno. Non importa a nessuno di quel rigore: volevamo essere tutti come te…ma non era possibile perché c&#8217;è solo un Roberto Baggio!</p>
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		<title>La peggior stagione della carriera di Del Piero. Anzi, no</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Claudio Pellecchia]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Jan 2021 07:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tributi]]></category>
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					<description><![CDATA[Prologo – Juventus-Venezia, 23 maggio 1999 C’è un’immagine, sfocata e nitida allo stesso tempo, nei miei ricordi di bambino: è una fotografia sulla copertina di un numero di Juve Squadra Mia – e se non sapete di cosa si sta parlando mi dispiace ma vi siete persi gli anni Novanta in tutta la loro purezza – in cui un Alessandro Del Piero, visibilmente oppresso dal caldo di un fine maggio&#46;&#46;&#46;]]></description>
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<p><strong>Prologo – Juventus-Venezia, 23 maggio 1999</strong></p>



<p>C’è un’immagine, sfocata e nitida allo stesso tempo, nei miei ricordi di bambino: è una fotografia sulla copertina di un numero di <em>Juve Squadra Mia</em> – e se non sapete di cosa si sta parlando mi dispiace ma vi siete persi gli anni Novanta in tutta la loro purezza – in cui un Alessandro Del Piero, visibilmente oppresso dal caldo di un fine maggio torinese che mal si sposava con il completo di rappresentanza che indossa, saluta il pubblico del “Delle Alpi” pochi minuti prima di un <a href="https://www.youtube.com/watch?v=Crs_Et2u2tI&amp;list=PLeLdlEy9TttpU4zjhtsTqc1DhF3UrNLMZ&amp;index=54" class="rank-math-link" target="_blank" rel="noopener">Juventus-Venezia</a> che passerà alla storia più per il terzo e ultimo gol in bianconero di Thierry Henry che per i tre punti che significano spareggio con l’Udinese per entrare in Coppa UEFA. Coda evitabile di un campionato balordo cui aveva fatto da contraltare la quarta finale di Champions consecutiva mancata solo a causa del Manchester United e della verve dei “Calypso Boys” nel <a href="https://www.youtube.com/watch?v=D6VFWBIF2I4" class="rank-math-link" target="_blank" rel="noopener">2-3 della semifinale di ritorno</a>.</p>



<p>È una polaroid che oltre a ridefinire i canoni estetici cui fino a quel momento Del Piero ci aveva abituato – via i capelli lunghi bagnati di gel, le basette a punta e il pizzetto sagomato, spazio a un taglio corto minimale che avrebbe reso orgoglioso il presidentissimo Boniperti – colpisce per il suo significato simbolico: la Juventus che ritrova il suo numero 10 alla fine della stagione più difficile della sua storia recente (e svoltata in negativo quell&#8217;8 novembre maledetto) e all’alba di quella che dovrà essere consacrata al riscatto personale e di squadra. </p>



<p>Anche perché, otto giorni dopo, la rete di Paolo Poggi al minuto 71 pareggia quella di Inzaghi e manda l’Udinese in UEFA e la Juve in Intertoto. Si ripartirà da lì, da quel torneo estivo destinato a diventare la madeleine di un calcio che non c’è più e che pure ci troviamo a rimpiangere con la nostalgia di chi ha imparato a guardare il mondo con occhi diversi, più maturi, più cinici. E meno sognanti e speranzosi.</p>



<p><strong>L’estate dell’illusione</strong></p>



<p>Il 4 agosto 1999, otto mesi e 269 giorni dopo l’infortunio che aveva chiuso una prima parte di carriera da predestinato, Alessandro Del Piero torna a giocare una partita ufficiale. È il minuto 53 della semifinale di ritorno della Coppa Intertoto tra Juventus e Rostelmash Rostov quando Carlo Ancelotti, a qualificazione ipotecata – Juve vittoriosa 4-0 in Russia e in vantaggio 2-1 al “Dino Manuzzi” di Cesena, sede prescelta per evitare che quell’estate già malinconica di suo venisse ulteriormente immalinconita dai prevedibili vuoti del “Delle Alpi” per avversari come i rumeni del Cehalaul, eliminati non senza patemi nel turno precedente –, richiama in panchina Darko Kovacevic e restituisce al calcio italiano il suo giocatore più rappresentativo. E, come se il tempo non si fosse mai fermato, Del Piero riparte esattamente da dove aveva lasciato: dieci minuti dopo, alla prima azione della sua partita, raccoglie il filtrante di Tacchinardi in profondità, salta con quella levità che sarà per sempre soltanto sua il portiere Savchenko, e <a href="https://youtu.be/5BNf3_N0sbM?t=61" target="_blank" aria-label=" (opens in a new tab)" rel="noreferrer noopener" class="rank-math-link">offre a Inzaghi il più classico dei “basta spingere</a>”;&nbsp; al 75’, poi, chiude come meglio non potrebbe la festa bianconera con <a href="https://youtu.be/5BNf3_N0sbM?t=71" target="_blank" aria-label=" (opens in a new tab)" rel="noreferrer noopener" class="rank-math-link">il gol che tutti aspettavano</a>.</p>



<p>Il giorno dopo la <em>Gazzetta dello Sport</em> titola a tutta pagina che «È tornato, è Del Piero» e l’inviato Salvatore Lo Presti lo omaggia addirittura con un 8 in pagella per aver «corso, lottato, segnato, rifinito, con naturalezza e semplicità».</p>



<p>La doppia finale con il Rennes, poi, sembra fugare definitivamente tutti i dubbi legati alla condizione psico-fisica e alle tempistiche necessarie per rivedere il Del Piero che rivaleggiava con Ronaldo e Zidane per il titolo di migliore del mondo: all’andata rifinisce il contropiede condotto dal francese – anche lui al rientro 100 giorni dopo dopo l’infortunio al menisco del ginocchio destro – <a aria-label=" (opens in a new tab)" href="https://youtu.be/uV63ViF2sIM?t=77" target="_blank" rel="noreferrer noopener" class="rank-math-link">offrendo a Inzaghi la palla per il 2-0</a>, al ritorno gli assist sono addirittura due nel 2-2 che qualifica la Juventus al tabellone principale della Coppa UEFA. </p>



<p>A impressionare, però, è la dimensione fisica delle giocate: il Del Piero di quell’estate appare come un giocatore in completo e totale controllo dei suoi mezzi che, nemmeno un anno dopo essersi sbriciolato il crociato, può permettersi di strappare 40 metri palla al piede, resistere alla carica di un primo avversario, saltarne un secondo con tre doppi passi consecutivi e avere ancora la lucidità di premiare l’inserimento senza palla di Zambrotta. La cura Ventrone sembra funzionare: è un Del Piero magari meno leggero nella corsa ma più muscolare e brutale negli appoggi e nei cambi di direzione, senza che l’esecuzione e la pulizia del gesto tecnico ne risentano più di tanto.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-4-3 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="video-container"><iframe loading="lazy" title="Rennes  - Juventus 2-2 (24.08.1999) Ritorno, Finale Torneo Intertoto." width="740" height="555" src="https://www.youtube.com/embed/vRpLRN_9GOU?list=PLeLdlEy9Tttog3dfiv1vAt-lKymnMxGFy" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
</div></figure>



<p>Nel frattempo Alex si è concesso il lusso di decidere il Trofeo Berlusconi – negli anni in cui le amichevoli estive delle squadre italiane si meritavano <a href="https://www.youtube.com/watch?v=JS4QzrVl6Ec" target="_blank" rel="noopener">i servizi del TG1</a> – e di far dimenticare la laboriosità e le polemiche legate a un rinnovo di contratto che era arrivato soltanto a fine giugno, al termine di una trattativa che aveva rischiato più volte di saltare a causa dello sfruttamento dei “diritti d’immagine”. Alla fine, però, a spuntarla erano stati i procuratori D’Amico e Pasqualin: quinquennale da 10 miliardi netti più i proventi dei contratti pubblicitari (tra cui quelli con adidas e Luxottica) in cui la Juve non è parte in causa. Del Piero non era diventato solo il calciatore più pagato al mondo ma aveva creato il precedente che avrebbe cambiato per sempre la percezione dei rapporti di forza tra calciatore e società di appartenenza: «Sono tutti contenti per il contratto di Del Piero ma credo che il più contento sia proprio lui» aveva commentato con la consueta punta di sarcasmo l’Avvocato Agnelli, mentre il diretto interessato, in <a aria-label=" (opens in a new tab)" href="http://archiviostorico.gazzetta.it/1999/giugno/30/Del_Piero_emozioni_oro_ga_0_9906306598.shtml" target="_blank" rel="noreferrer noopener" class="rank-math-link">quest’intervista</a> alla <em>Gazzetta</em>, aveva detto che «il regalo che voglio farmi è essere in campo il 29 agosto per la prima di campionato. Il contratto e&#8217; importantissimo, per carità: ma sapeste che voglia che ho di giocare una partita vera. Certo, i primi tempi potrei anche fare delle figuracce&#8230; Spero di no, comunque». </p>



<p>Una postilla cui nessuno sembra fare caso. In fondo, dopo un’estate così, cosa potrebbe mai andare storto?</p>



<p><strong>L’autunno della realtà&nbsp;&nbsp;&nbsp;</strong></p>



<p>In effetti il 29 agosto, al debutto in campionato contro la Reggina, Del Piero è in campo accanto a Inzaghi e con Zidane a supporto, nel 3-4-1-2 che Ancelotti ha pensato come base di partenza per la sua seconda Juventus. <a aria-label=" (opens in a new tab)" href="https://www.youtube.com/watch?v=8k4hSzfCX-0" target="_blank" rel="noreferrer noopener" class="rank-math-link">Finisce 1-1</a>, Del Piero conferma le buone sensazioni estive e solo la bandierina alzata del guardalinee gli nega la gioia del ritorno al gol in Serie A che manca da 11 mesi, dallo Juve-Inter successivo a quello di Iuliano-Ronaldo e deciso, ironia, della sorte, <a aria-label=" (opens in a new tab)" href="https://www.youtube.com/watch?v=tm_ajOUjSGE" target="_blank" rel="noreferrer noopener" class="rank-math-link">su calcio di rigore</a>. Una settimana dopo, a Cagliari, è “Pinturicchio” a peccare di imprecisione, sprecando ben tre occasioni a tu per tu con il portiere, due su assist di Inzaghi – e tenete aperta quest’icona che tornerà utile. Eppure c’è la sua firma nella rete da tre punti di Conte in versione “shadow striker”, che batte Scarpi attaccando sul primo palo il pallone proveniente da calcio piazzato: <a aria-label=" (opens in a new tab)" href="https://youtu.be/37rLrwC-MkM?t=101" target="_blank" rel="noreferrer noopener" class="rank-math-link">uno schema replicato anche nel 3-1 al Milan</a> campione d’Italia in carica, passato alla storia per <a aria-label=" (opens in a new tab)" href="https://youtu.be/37rLrwC-MkM?t=163" target="_blank" rel="noreferrer noopener" class="rank-math-link">questo gol di Inzaghi</a> che beffa Abbiati calciando l’attimo successivo a quello in cui una zolla gli ha alzato la palla quel tanto che basta per non far risultare troppo debole la sua conclusione mancina. Anche in quel caso l’assist è di Del Piero.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-4-3 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="video-container"><iframe loading="lazy" title="1999/2000, Serie A, Cagliari - Juventus 0-1 (02)" width="740" height="555" src="https://www.youtube.com/embed/9PNeGAD539I?feature=oembed&amp;wmode=opaque" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
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<p>Quello del gol, comunque, non sembra essere un problema. Non ancora, almeno: il 16 settembre il numero 10 va <a aria-label=" (opens in a new tab)" href="https://youtu.be/LLmUblZtsqo?t=21" target="_blank" rel="noreferrer noopener" class="rank-math-link">in gol a Nicosia contro l’Omonia</a> con un pregevole scavino di sinistro nell’andata del primo turno di Coppa Uefa e, tre giorni dopo, si sblocca anche in campionato, procurandosi e realizzando il rigore che apre il <a aria-label=" (opens in a new tab)" href="https://www.youtube.com/watch?v=vsY5_CYz9U0" target="_blank" rel="noreferrer noopener" class="rank-math-link">4-1 all’Udinese</a> in cui entra anche nelle reti di Inzaghi e Zambrotta. </p>



<p>Poi, però, arriva il 3 ottobre. Una Juventus reduce dall’inopinato ko di Lecce, ospita il Venezia in una partita vinta al terzo minuto di recupero grazie al solito Antonio Conte. Una partita che ha visto Kovacevic sostituire un Del Piero che, <a href="http://archiviostorico.gazzetta.it/1999/ottobre/04/Conte_solito_salva_Juve_ga_0_9910042967.shtml" target="_blank" aria-label=" (opens in a new tab)" rel="noreferrer noopener" class="rank-math-link">secondo Luigi Garlando</a>, «non è uscito dal tunnel, non ancora» e che, di colpo, si trova di fronte a una realtà che, dopo le prime uscite in cui ha sfruttato l’onda lunga dell’emotività e dell’adrenalina da rientro, gli presenta il conto di una stagione saltata praticamente per intero. Non è una questione di gerarchie da scalare o ristabilire – Ancelotti, convinto che la forma si recuperi giocando e che lo difende a spada tratta sempre e comunque, lo schiererà titolare in tutte le 34 gare di campionato sostituendolo in appena sei occasioni – ma di distanza tra reale e percepito, tra ciò che Del Piero vorrebbe fare e ciò che il suo corpo (non) gli consente ancora di fare. La peggior condizione possibile se sei il calciatore più pagato del mondo in una squadra e in un ambiente poco abituati a declinare i verbi al futuro.</p>



<p>Il Del Piero “autunnale” è un giocatore in potenza, che alterna giornate di pura ispirazione ad altre in cui è persino irritante a causa delle amnesie tecniche e psicologiche di cui sembra soffrire. E che finiscono con l’influenzare negativamente la narrazione che lo circonda, talvolta ben oltre quello che mostra in partita. Perché se da un lato il gol su azione che non arriva comincia a essere l’elefante nella stanza che non si può più fare finta di non vedere, dall’altro ci sono prestazioni che meriterebbero una maggiore e migliore considerazione per qualità e quantità: alla sesta giornata <a aria-label=" (opens in a new tab)" href="https://www.youtube.com/watch?v=KVPN5XhEO_c&amp;list=PLeLdlEy9Tttog3dfiv1vAt-lKymnMxGFy&amp;index=8" target="_blank" rel="noreferrer noopener" class="rank-math-link">contro la Roma all’Olimpico</a> lui e Zidane agiscono magistralmente tra le linee e mandano costantemente fuori giri le rotazioni difensive di Capello; a inizio dicembre, contro <a aria-label=" (opens in a new tab)" href="https://www.youtube.com/watch?v=3A9VGhuvFSc&amp;list=PLeLdlEy9Tttog3dfiv1vAt-lKymnMxGFy&amp;index=14" target="_blank" rel="noreferrer noopener" class="rank-math-link">Bologna</a> e Inter, confeziona due assist per Inzaghi con cui smentisce con i fatti l’idea che non sia più in grado di saltare l’uomo con continuità come ai bei tempi.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="video-container"><iframe loading="lazy" title="Juventus - Inter 1-0 (12.12.1999) 13a Andata Serie A." width="740" height="416" src="https://www.youtube.com/embed/f_A6Y574D1I?list=PLeLdlEy9Tttog3dfiv1vAt-lKymnMxGFy" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
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<p>Eppure non basta, non basta ancora, sembra non bastare mai, ben al di là della circostanza dei voti in pagella che non vanno oltre il 6, 6,5 se proprio l’inviato di turno si sente ben disposto e comprensivo.</p>



<p>Alla fine del girone d’andata i gol in campionato sono appena 4, tutti su rigore: anni dopo, nel suo <em>10+</em>, Del Piero scriverà che proprio quell’anno aveva deciso di cambiare il modo di tirarli, puntando sull’eye contact con il portiere e scoprendo di essere «abbastanza refrattario ai loro tentativi di condizionarmi, per cui il loro vantaggio psicologico spariva e il mio aumentava».</p>



<p>In quella stagione la Juventus vincerà nove partite per 1-0, due delle quali grazie a un rigore di Del Piero. Più in generale, tutte le volte (otto in totale) che il numero 10 andrà sul dischetto lo farà per sbloccare una gara in bilico, senza sbagliare mai. Ma, proprio come quella dichiarazione all’inizio dell’estate precedente, nessuno sembra farci caso.</p>



<p>Perché Del Piero non è ancora Del Piero. Perché la sensazione, ormai, è che Del Piero non tornerà mai più Del Piero, anche se sforna assist a ripetizione ed è diventato il rigorista più affidabile del mondo.</p>



<p><strong>L’inverno dell’abisso&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</strong></p>



<p>Se ne facciamo una questione di comune sentire, il punto più basso della sua stagione Del Piero lo tocca in una fredda domenica di fine gennaio a Reggio Calabria. La Juventus vince 2-0 contro la Reggina grazie a un colpo di testa di Kovacevic su azione d’angolo – battuto indovinate da chi? – e a <a aria-label=" (opens in a new tab)" href="https://www.youtube.com/watch?v=LJx0BGCRwgY" target="_blank" rel="noreferrer noopener" class="rank-math-link">uno dei gol più belli della carriera di Zinedine Zidane</a>. È la prima, vera, “fuga scudetto” della stagione eppure Ancelotti nel post partita si trova a dover rispondere a domande che riguardano quasi solo il suo campione in cerca d’autore o, forse, di se stesso: «Gli manca ancora qualcosa per tornare quello di due stagioni fa ma se siamo in testa è anche grazie a lui. Ha giocato tutte le partite finora e sono sicuro che farà di più, ma intanto accontentiamoci. Abbiamo fatto molti gol su palle inattive: e corner e punizioni le batte spesso lui» dice in conferenza stampa, squarciando il velo di Maya sul dilemma che sta condizionando la stagione bianconera ben oltre i risultati. In una squadra che, dal punto di vista offensivo, dipende dalle intuizioni di Zidane e dalle corse con e senza palla di Conte e Zambrotta, ha ancora un senso aspettare – l’Avvocato e la battuta su “Godot” sono ancora di là da venire – un calciatore che fatica così tanto a ritrovarsi, mentalmente prima ancora che fisicamente? </p>



<p>Di certo Del Piero non è nemmeno fortunato nelle slidin’ door che potrebbero svoltare la sua stagione, quanto meno dal punto di vista delle chiavi di lettura. Il gol su azione tanto atteso <a aria-label=" (opens in a new tab)" href="https://youtu.be/LLmUblZtsqo?t=143" target="_blank" rel="noreferrer noopener" class="rank-math-link">arriva</a>, ma in Coppa Italia, nel ritorno dei quarti di finale contro la Lazio, competizione dalla quale la Juve esce a causa dei due gol subiti al “Delle Alpi” quando era avanti 3-0; nello scialbo <a aria-label=" (opens in a new tab)" href="https://www.youtube.com/watch?v=EkkT9x3u5gI&amp;list=PLeLdlEy9Tttog3dfiv1vAt-lKymnMxGFy&amp;index=19" target="_blank" rel="noreferrer noopener" class="rank-math-link">1-1 contro il Cagliari</a> è tra i migliori in campo e meriterebbe quel gol che Scarpi e la traversa gli negano a più riprese; <a aria-label=" (opens in a new tab)" href="https://www.youtube.com/watch?v=APVhA5oYgDE&amp;list=PLeLdlEy9Tttog3dfiv1vAt-lKymnMxGFy&amp;index=23" target="_blank" rel="noreferrer noopener" class="rank-math-link">contro il Bari</a>, offre di tacco a Conte la palla dell’1-0, segna il raddoppio su rigore e colpisce un altro legno, questa volta di testa; al “Penzo”, contro il Venezia potrebbe, sfatare finalmente il tabù se il suo compagno di linea non fosse Inzaghi Filippo da Piacenza, egoista e senza pietà come solo i grandi bomber sanno essere.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="video-container"><iframe loading="lazy" title="Venezia - Juventus 0-4 (20.02.2000) 5a Ritorno Serie A" width="740" height="416" src="https://www.youtube.com/embed/PtxRFP5q9aw?list=PLeLdlEy9Tttog3dfiv1vAt-lKymnMxGFy" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
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<p>Negli anni tante cose verranno dette e scritte su quella partita, sulle conseguenze che ha avuto sull’unità d’intenti dello spogliatoio e sulle implicazioni fuori dal campo in chiave strategie di mercato: in ogni caso la prossemica di Alex sul terzo e quarto gol, in contrapposizione alla consueta esultanza belluina ed elettrica del suo partner d’attacco, sono la migliore fotografia possibile di un momento in cui riesce a fare notizia solo per ciò che non (gli) va bene.</p>



<p>Il gol su azione, in effetti, è diventato un peso eccessivo e a tratti insostenibile, oltre che una sorta di bias cognitivo per chiunque sia chiamato a descrivere una partita di Del Piero e della Juventus, come se non si riuscissero ad accettare le difficoltà e gli incidenti di percorso sulla strada di un completo recupero psico-fisico più lungo del previsto: il risultato è che, spesso, una singola prestazione viene filtrata attraverso giudizi diametralmente opposti ed ugualmente validi. L’esempio lampante è rappresentato dal racconto che viene fatto della trasferta del 12 marzo al “Garilli”: i bianconeri vincono 2-0, grazie alla doppietta di Inzaghi – che, grande ex o meno, esulta allo stesso modo di tre settimane prima in Laguna noncurante delle leggi non scritte del calcio – su due assist del fantasista. Nel suo <a aria-label=" (opens in a new tab)" href="https://www.youtube.com/watch?v=M_giT_Cz79s&amp;list=PLeLdlEy9Tttog3dfiv1vAt-lKymnMxGFy&amp;index=25" target="_blank" rel="noreferrer noopener" class="rank-math-link">servizio per 90º minuto</a> Gianni Cerqueti parla di «show di Del Piero», il giorno dopo Alberto Cerruti sulla <em>Gazzetta</em> <a aria-label=" (opens in a new tab)" href="http://archiviostorico.gazzetta.it/2000/marzo/13/Del_Piero_crea_Inzaghi_segna_ga_0_0003132069.shtml" target="_blank" rel="noreferrer noopener" class="rank-math-link">scrive</a> di un Del Piero «insufficiente nel primo tempo» e che «si sveglia nella ripresa quando entra nei due gol di Inzaghi con altrettanti cross decisivi», e quindi meritevole di un 6 stiracchiato, strappato per il rotto della cuffia.</p>



<p>Intanto la Juventus ha trovato il modo – espressione che troverà d’accordo chi ricorda quella partita – di farsi eliminare anche dalla Coppa Uefa per mano del Celta Vigo di Mostovoi, Karpin e Benny McCarthy: il 9 marzo <a aria-label=" (opens in a new tab)" href="https://www.youtube.com/watch?v=8bjcIYUYGGg&amp;list=PLeLdlEy9Tttog3dfiv1vAt-lKymnMxGFy&amp;index=24" target="_blank" rel="noreferrer noopener" class="rank-math-link">al Balaidos finisce 4-0</a>, per Del Piero l’umiliazione di 90’ da Sansone chiamato a morire con tutti i filistei. L’obiettivo per l’ultimo mese e mezzo della stagione è chiaro: gestire il rassicurante vantaggio di nove punti sulla Lazio e portare a termine la missione ventiseiesimo scudetto. Anche se gli inspiegabili (e sempre più frequenti) blackout individuali e collettivi della notte galiziana anticipano in qualche modo quello che sta per succedere. Qualcosa che va oltre Del Piero e il gol su azione che non arriva.</p>



<p><strong>La primavera della speranza</strong></p>



<p>L’inizio della primavera coincide con un clamoroso calo fisico che porta in dote due sconfitte consecutive – a San Siro contro il Milan e a Torino nello scontro diretto contro la Lazio – che riduce il vantaggio dei bianconeri sui biancocelesti di Eriksson ad appena tre punti.</p>



<p>Il crocevia della stagione diventa, a questo punto, la seconda trasferta milanese nel giro di tre settimane contro la disfunzionale Inter di Marcello Lippi. Nel posticipo del 16 aprile, con il conforto del 3-3 del sabato tra Fiorentina e Lazio, Ancelotti deve rinunciare a Zidane squalificato e decide di schierare Del Piero trequartista alle spalle di Inzaghi e Kovacevic. La scelta paga dividendi per certi versi insperati: al Meazza scende in campo un Alex in versione “big time player make big time plays in big time games”, veloce e imprendibile come da tempo non si vedeva, decisivo anche se non entra <a aria-label=" (opens in a new tab)" href="https://www.youtube.com/watch?v=I1fce6Mh38U&amp;list=PLeLdlEy9Tttog3dfiv1vAt-lKymnMxGFy&amp;index=32" target="_blank" rel="noreferrer noopener" class="rank-math-link">nei due gol di Kovacevic che decidono partita</a> e, probabilmente, anche il campionato. La Lazio, infatti, è ormai distante cinque punti a quattro giornate dal temine.</p>



<p>Il giorno dopo <em>Repubblica</em> elogia Ancelotti per «aver vinto lo scudetto della pazienza» e da più parti ci si chiede se non sia il caso di suggerire a Del Piero di recedere dal suo sentirsi attaccante a tutti i costi e arretrare il suo raggio d’azione – “alla Boniperti” (cit.) –, in considerazione della miglior prestazione stagionale coincisa nel momento in cui ha agito da giocatore di trama e ordito dell’intera fase offensiva.</p>



<p>Finalizzatore o rifinitore, il numero 10 è decisivo anche una settimana dopo quando <a href="https://www.youtube.com/watch?v=c_f1ayw-4us" target="_blank" aria-label=" (opens in a new tab)" rel="noreferrer noopener" class="rank-math-link">realizza il rigore da tre punti</a> contro la Fiorentina: la sua esecuzione a spiazzare uno specialista come Francesco Toldo, aprendo il piatto destro all’ultimo momento utile, è l’unico gesto tecnico di rilievo in un partita agonica, condizionata dal gran caldo e dalle notizie che arrivano dall’Olimpico dove la Lazio liquida il Venezia ben più facilmente di quanto racconti il 3-2 finale.</p>



<p>La Juventus è ormai sulle gambe. Una realtà che di manifesta in tutta la sua drammatica evidenza nella <a href="https://www.youtube.com/watch?v=--hgvR5AwJ4" target="_blank" aria-label=" (opens in a new tab)" rel="noreferrer noopener" class="rank-math-link">sconfitta di Verona contro l’Hellas</a> quando Fabrizio Cammarata, ex golden boy delle giovanili bianconere – e spalla di Del Piero nella vittoria del Torneo di Viareggio del 1994 –, dispone a piacimento della coppia Iuliano-Tudor e realizza la seconda doppietta del suo campionato a una squadra animata più dalla paura di perdere che dalla voglia di vincere.</p>



<p>Una squadra che ha bisogno del suo eroe. Una squadra che il suo eroe lo ritrova quando nessuno ci credeva più.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-dailymotion wp-block-embed-dailymotion wp-embed-aspect-4-3 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="video-container"><iframe loading="lazy" title="Del Piero Juventus-Parma torna al gol su azione (Caressa)" frameborder="0?wmode=opaque" width="740" height="555" src="https://www.dailymotion.com/embed/video/x4yigs" allowfullscreen allow="autoplay"></iframe></div>
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<p>Juventus in difficoltà, Lazio che si avvicina, una partita con il Parma – che nel girone d’andata aveva imposto il pareggio in 9 contro 11 – che non si sblocca, Del Piero che fa pace con i suoi demoni nel giorno più importante e che si inchina al popolo che lo ha aspettato così tanto e così a lungo.</p>



<p>Ascesa-caduta-risalita-rinascita.</p>



<p>Il finale perfetto.</p>



<p>Forse.</p>



<p>Perché manca ancora una partita, contro il Perugia, anche se tutti sembrano dimenticarsene. </p>



<p>Come si può rovinare quel viaggio in cui la strada è stata quasi più importante della meta raggiunta?</p>



<p><strong>Epilogo &#8211; Naufragio (?)&nbsp;</strong></p>



<p>L’immagine di Del Piero che rientra a testa bassa negli spogliatoi del “Renato Curi” rifiutando i microfoni, indossando la sua maglia numero 10 fradicia di pioggia e di sudore, è la polaroid di una stagione che, negli anni, verrà raccontata come il “sacrificio” necessario della Juventus per ritrovare il suo campione più rappresentativo. E la stessa narrativa “delpierana” identifica il 1999/00 come l’inevitabile interludio – che avrà una coda drammatica in quel «è colpa mia» sussurrato all’inviato RAI nella notte di Rotterdam segnata da due errori sottoporta da togliere il sonno – nel percorso di catarsi e redenzione che ha caratterizzato la seconda parte dell’epopea del più grande juventino di sempre.</p>



<p>Tuttavia se ne facciamo una questione di dati e di contesto, non si dovrebbe raccontare come assolutamente negativa un’annata da 12 gol e 19 assist complessivi – 14 solo in campionato, tutt’ora record nella storia della Serie A condiviso con Ronaldinho. Quel Del Piero, seppur al 50% del proprio potenziale fisico e atletico – come normale che fosse nell’epoca in cui un infortunio ai legamenti poteva ancora costarti la carriera – era comunque fondamentale in una Juventus legata a doppio filo alla dimensione creativa sua e di uno Zidane (che, statisticamente parlando, ebbe un impatto di molto inferiore al suo compagno di squadra) con la testa già agli Europei in Belgio e Olanda, in un calcio che non distingue tra ruoli, compiti e funzioni e parzialmente ancora legato alle logiche ancestrali del colpo risolutivo e fuori script del fuoriclasse avulso dal sistema squadra. Per questo l’idea di una Juve disposta a perdere un campionato per aspettare Del Piero o quella di un Ancelotti che si gioca la prima parte di carriera e la sua credibilità schierandolo titolare in 34 gare su 34 perché “prima Del Piero poi la squadra”, è una forzatura. </p>



<p>O, meglio, il modo in cui si è scelto di raccontare quella stagione in cui non tutto è andato per il verso giusto ma nemmeno in quello sbagliato sempre e comunque.</p>


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