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La peggior stagione della carriera di Del Piero. Anzi, no

Prologo – Juventus-Venezia, 23 maggio 1999

C’è un’immagine, sfocata e nitida allo stesso tempo, nei miei ricordi di bambino: è una fotografia sulla copertina di un numero di Juve Squadra Mia – e se non sapete di cosa si sta parlando mi dispiace ma vi siete persi gli anni Novanta in tutta la loro purezza – in cui un Alessandro Del Piero, visibilmente oppresso dal caldo di un fine maggio torinese che mal si sposava con il completo di rappresentanza che indossa, saluta il pubblico del “Delle Alpi” pochi minuti prima di un Juventus-Venezia che passerà alla storia più per il terzo e ultimo gol in bianconero di Thierry Henry che per i tre punti che significano spareggio con l’Udinese per entrare in Coppa UEFA. Coda evitabile di un campionato balordo cui aveva fatto da contraltare la quarta finale di Champions consecutiva mancata solo a causa del Manchester United e della verve dei “Calypso Boys” nel 2-3 della semifinale di ritorno.

È una polaroid che oltre a ridefinire i canoni estetici cui fino a quel momento Del Piero ci aveva abituato – via i capelli lunghi bagnati di gel, le basette a punta e il pizzetto sagomato, spazio a un taglio corto minimale che avrebbe reso orgoglioso il presidentissimo Boniperti – colpisce per il suo significato simbolico: la Juventus che ritrova il suo numero 10 alla fine della stagione più difficile della sua storia recente (e svoltata in negativo quell’8 novembre maledetto) e all’alba di quella che dovrà essere consacrata al riscatto personale e di squadra.

Anche perché, otto giorni dopo, la rete di Paolo Poggi al minuto 71 pareggia quella di Inzaghi e manda l’Udinese in UEFA e la Juve in Intertoto. Si ripartirà da lì, da quel torneo estivo destinato a diventare la madeleine di un calcio che non c’è più e che pure ci troviamo a rimpiangere con la nostalgia di chi ha imparato a guardare il mondo con occhi diversi, più maturi, più cinici. E meno sognanti e speranzosi.

L’estate dell’illusione

Il 4 agosto 1999, otto mesi e 269 giorni dopo l’infortunio che aveva chiuso una prima parte di carriera da predestinato, Alessandro Del Piero torna a giocare una partita ufficiale. È il minuto 53 della semifinale di ritorno della Coppa Intertoto tra Juventus e Rostelmash Rostov quando Carlo Ancelotti, a qualificazione ipotecata – Juve vittoriosa 4-0 in Russia e in vantaggio 2-1 al “Dino Manuzzi” di Cesena, sede prescelta per evitare che quell’estate già malinconica di suo venisse ulteriormente immalinconita dai prevedibili vuoti del “Delle Alpi” per avversari come i rumeni del Cehalaul, eliminati non senza patemi nel turno precedente –, richiama in panchina Darko Kovacevic e restituisce al calcio italiano il suo giocatore più rappresentativo. E, come se il tempo non si fosse mai fermato, Del Piero riparte esattamente da dove aveva lasciato: dieci minuti dopo, alla prima azione della sua partita, raccoglie il filtrante di Tacchinardi in profondità, salta con quella levità che sarà per sempre soltanto sua il portiere Savchenko, e offre a Inzaghi il più classico dei “basta spingere”;  al 75’, poi, chiude come meglio non potrebbe la festa bianconera con il gol che tutti aspettavano.

Il giorno dopo la Gazzetta dello Sport titola a tutta pagina che «È tornato, è Del Piero» e l’inviato Salvatore Lo Presti lo omaggia addirittura con un 8 in pagella per aver «corso, lottato, segnato, rifinito, con naturalezza e semplicità».

La doppia finale con il Rennes, poi, sembra fugare definitivamente tutti i dubbi legati alla condizione psico-fisica e alle tempistiche necessarie per rivedere il Del Piero che rivaleggiava con Ronaldo e Zidane per il titolo di migliore del mondo: all’andata rifinisce il contropiede condotto dal francese – anche lui al rientro 100 giorni dopo dopo l’infortunio al menisco del ginocchio destro – offrendo a Inzaghi la palla per il 2-0, al ritorno gli assist sono addirittura due nel 2-2 che qualifica la Juventus al tabellone principale della Coppa UEFA.

A impressionare, però, è la dimensione fisica delle giocate: il Del Piero di quell’estate appare come un giocatore in completo e totale controllo dei suoi mezzi che, nemmeno un anno dopo essersi sbriciolato il crociato, può permettersi di strappare 40 metri palla al piede, resistere alla carica di un primo avversario, saltarne un secondo con tre doppi passi consecutivi e avere ancora la lucidità di premiare l’inserimento senza palla di Zambrotta. La cura Ventrone sembra funzionare: è un Del Piero magari meno leggero nella corsa ma più muscolare e brutale negli appoggi e nei cambi di direzione, senza che l’esecuzione e la pulizia del gesto tecnico ne risentano più di tanto.

Nel frattempo Alex si è concesso il lusso di decidere il Trofeo Berlusconi – negli anni in cui le amichevoli estive delle squadre italiane si meritavano i servizi del TG1 – e di far dimenticare la laboriosità e le polemiche legate a un rinnovo di contratto che era arrivato soltanto a fine giugno, al termine di una trattativa che aveva rischiato più volte di saltare a causa dello sfruttamento dei “diritti d’immagine”. Alla fine, però, a spuntarla erano stati i procuratori D’Amico e Pasqualin: quinquennale da 10 miliardi netti più i proventi dei contratti pubblicitari (tra cui quelli con adidas e Luxottica) in cui la Juve non è parte in causa. Del Piero non era diventato solo il calciatore più pagato al mondo ma aveva creato il precedente che avrebbe cambiato per sempre la percezione dei rapporti di forza tra calciatore e società di appartenenza: «Sono tutti contenti per il contratto di Del Piero ma credo che il più contento sia proprio lui» aveva commentato con la consueta punta di sarcasmo l’Avvocato Agnelli, mentre il diretto interessato, in quest’intervista alla Gazzetta, aveva detto che «il regalo che voglio farmi è essere in campo il 29 agosto per la prima di campionato. Il contratto e’ importantissimo, per carità: ma sapeste che voglia che ho di giocare una partita vera. Certo, i primi tempi potrei anche fare delle figuracce… Spero di no, comunque».

Una postilla cui nessuno sembra fare caso. In fondo, dopo un’estate così, cosa potrebbe mai andare storto?

L’autunno della realtà   

In effetti il 29 agosto, al debutto in campionato contro la Reggina, Del Piero è in campo accanto a Inzaghi e con Zidane a supporto, nel 3-4-1-2 che Ancelotti ha pensato come base di partenza per la sua seconda Juventus. Finisce 1-1, Del Piero conferma le buone sensazioni estive e solo la bandierina alzata del guardalinee gli nega la gioia del ritorno al gol in Serie A che manca da 11 mesi, dallo Juve-Inter successivo a quello di Iuliano-Ronaldo e deciso, ironia, della sorte, su calcio di rigore. Una settimana dopo, a Cagliari, è “Pinturicchio” a peccare di imprecisione, sprecando ben tre occasioni a tu per tu con il portiere, due su assist di Inzaghi – e tenete aperta quest’icona che tornerà utile. Eppure c’è la sua firma nella rete da tre punti di Conte in versione “shadow striker”, che batte Scarpi attaccando sul primo palo il pallone proveniente da calcio piazzato: uno schema replicato anche nel 3-1 al Milan campione d’Italia in carica, passato alla storia per questo gol di Inzaghi che beffa Abbiati calciando l’attimo successivo a quello in cui una zolla gli ha alzato la palla quel tanto che basta per non far risultare troppo debole la sua conclusione mancina. Anche in quel caso l’assist è di Del Piero.

Quello del gol, comunque, non sembra essere un problema. Non ancora, almeno: il 16 settembre il numero 10 va in gol a Nicosia contro l’Omonia con un pregevole scavino di sinistro nell’andata del primo turno di Coppa Uefa e, tre giorni dopo, si sblocca anche in campionato, procurandosi e realizzando il rigore che apre il 4-1 all’Udinese in cui entra anche nelle reti di Inzaghi e Zambrotta.

Poi, però, arriva il 3 ottobre. Una Juventus reduce dall’inopinato ko di Lecce, ospita il Venezia in una partita vinta al terzo minuto di recupero grazie al solito Antonio Conte. Una partita che ha visto Kovacevic sostituire un Del Piero che, secondo Luigi Garlando, «non è uscito dal tunnel, non ancora» e che, di colpo, si trova di fronte a una realtà che, dopo le prime uscite in cui ha sfruttato l’onda lunga dell’emotività e dell’adrenalina da rientro, gli presenta il conto di una stagione saltata praticamente per intero. Non è una questione di gerarchie da scalare o ristabilire – Ancelotti, convinto che la forma si recuperi giocando e che lo difende a spada tratta sempre e comunque, lo schiererà titolare in tutte le 34 gare di campionato sostituendolo in appena sei occasioni – ma di distanza tra reale e percepito, tra ciò che Del Piero vorrebbe fare e ciò che il suo corpo (non) gli consente ancora di fare. La peggior condizione possibile se sei il calciatore più pagato del mondo in una squadra e in un ambiente poco abituati a declinare i verbi al futuro.

Il Del Piero “autunnale” è un giocatore in potenza, che alterna giornate di pura ispirazione ad altre in cui è persino irritante a causa delle amnesie tecniche e psicologiche di cui sembra soffrire. E che finiscono con l’influenzare negativamente la narrazione che lo circonda, talvolta ben oltre quello che mostra in partita. Perché se da un lato il gol su azione che non arriva comincia a essere l’elefante nella stanza che non si può più fare finta di non vedere, dall’altro ci sono prestazioni che meriterebbero una maggiore e migliore considerazione per qualità e quantità: alla sesta giornata contro la Roma all’Olimpico lui e Zidane agiscono magistralmente tra le linee e mandano costantemente fuori giri le rotazioni difensive di Capello; a inizio dicembre, contro Bologna e Inter, confeziona due assist per Inzaghi con cui smentisce con i fatti l’idea che non sia più in grado di saltare l’uomo con continuità come ai bei tempi.

Eppure non basta, non basta ancora, sembra non bastare mai, ben al di là della circostanza dei voti in pagella che non vanno oltre il 6, 6,5 se proprio l’inviato di turno si sente ben disposto e comprensivo.

Alla fine del girone d’andata i gol in campionato sono appena 4, tutti su rigore: anni dopo, nel suo 10+, Del Piero scriverà che proprio quell’anno aveva deciso di cambiare il modo di tirarli, puntando sull’eye contact con il portiere e scoprendo di essere «abbastanza refrattario ai loro tentativi di condizionarmi, per cui il loro vantaggio psicologico spariva e il mio aumentava».

In quella stagione la Juventus vincerà nove partite per 1-0, due delle quali grazie a un rigore di Del Piero. Più in generale, tutte le volte (otto in totale) che il numero 10 andrà sul dischetto lo farà per sbloccare una gara in bilico, senza sbagliare mai. Ma, proprio come quella dichiarazione all’inizio dell’estate precedente, nessuno sembra farci caso.

Perché Del Piero non è ancora Del Piero. Perché la sensazione, ormai, è che Del Piero non tornerà mai più Del Piero, anche se sforna assist a ripetizione ed è diventato il rigorista più affidabile del mondo.

L’inverno dell’abisso      

Se ne facciamo una questione di comune sentire, il punto più basso della sua stagione Del Piero lo tocca in una fredda domenica di fine gennaio a Reggio Calabria. La Juventus vince 2-0 contro la Reggina grazie a un colpo di testa di Kovacevic su azione d’angolo – battuto indovinate da chi? – e a uno dei gol più belli della carriera di Zinedine Zidane. È la prima, vera, “fuga scudetto” della stagione eppure Ancelotti nel post partita si trova a dover rispondere a domande che riguardano quasi solo il suo campione in cerca d’autore o, forse, di se stesso: «Gli manca ancora qualcosa per tornare quello di due stagioni fa ma se siamo in testa è anche grazie a lui. Ha giocato tutte le partite finora e sono sicuro che farà di più, ma intanto accontentiamoci. Abbiamo fatto molti gol su palle inattive: e corner e punizioni le batte spesso lui» dice in conferenza stampa, squarciando il velo di Maya sul dilemma che sta condizionando la stagione bianconera ben oltre i risultati. In una squadra che, dal punto di vista offensivo, dipende dalle intuizioni di Zidane e dalle corse con e senza palla di Conte e Zambrotta, ha ancora un senso aspettare – l’Avvocato e la battuta su “Godot” sono ancora di là da venire – un calciatore che fatica così tanto a ritrovarsi, mentalmente prima ancora che fisicamente?

Di certo Del Piero non è nemmeno fortunato nelle slidin’ door che potrebbero svoltare la sua stagione, quanto meno dal punto di vista delle chiavi di lettura. Il gol su azione tanto atteso arriva, ma in Coppa Italia, nel ritorno dei quarti di finale contro la Lazio, competizione dalla quale la Juve esce a causa dei due gol subiti al “Delle Alpi” quando era avanti 3-0; nello scialbo 1-1 contro il Cagliari è tra i migliori in campo e meriterebbe quel gol che Scarpi e la traversa gli negano a più riprese; contro il Bari, offre di tacco a Conte la palla dell’1-0, segna il raddoppio su rigore e colpisce un altro legno, questa volta di testa; al “Penzo”, contro il Venezia potrebbe, sfatare finalmente il tabù se il suo compagno di linea non fosse Inzaghi Filippo da Piacenza, egoista e senza pietà come solo i grandi bomber sanno essere.

Negli anni tante cose verranno dette e scritte su quella partita, sulle conseguenze che ha avuto sull’unità d’intenti dello spogliatoio e sulle implicazioni fuori dal campo in chiave strategie di mercato: in ogni caso la prossemica di Alex sul terzo e quarto gol, in contrapposizione alla consueta esultanza belluina ed elettrica del suo partner d’attacco, sono la migliore fotografia possibile di un momento in cui riesce a fare notizia solo per ciò che non (gli) va bene.

Il gol su azione, in effetti, è diventato un peso eccessivo e a tratti insostenibile, oltre che una sorta di bias cognitivo per chiunque sia chiamato a descrivere una partita di Del Piero e della Juventus, come se non si riuscissero ad accettare le difficoltà e gli incidenti di percorso sulla strada di un completo recupero psico-fisico più lungo del previsto: il risultato è che, spesso, una singola prestazione viene filtrata attraverso giudizi diametralmente opposti ed ugualmente validi. L’esempio lampante è rappresentato dal racconto che viene fatto della trasferta del 12 marzo al “Garilli”: i bianconeri vincono 2-0, grazie alla doppietta di Inzaghi – che, grande ex o meno, esulta allo stesso modo di tre settimane prima in Laguna noncurante delle leggi non scritte del calcio – su due assist del fantasista. Nel suo servizio per 90º minuto Gianni Cerqueti parla di «show di Del Piero», il giorno dopo Alberto Cerruti sulla Gazzetta scrive di un Del Piero «insufficiente nel primo tempo» e che «si sveglia nella ripresa quando entra nei due gol di Inzaghi con altrettanti cross decisivi», e quindi meritevole di un 6 stiracchiato, strappato per il rotto della cuffia.

Intanto la Juventus ha trovato il modo – espressione che troverà d’accordo chi ricorda quella partita – di farsi eliminare anche dalla Coppa Uefa per mano del Celta Vigo di Mostovoi, Karpin e Benny McCarthy: il 9 marzo al Balaidos finisce 4-0, per Del Piero l’umiliazione di 90’ da Sansone chiamato a morire con tutti i filistei. L’obiettivo per l’ultimo mese e mezzo della stagione è chiaro: gestire il rassicurante vantaggio di nove punti sulla Lazio e portare a termine la missione ventiseiesimo scudetto. Anche se gli inspiegabili (e sempre più frequenti) blackout individuali e collettivi della notte galiziana anticipano in qualche modo quello che sta per succedere. Qualcosa che va oltre Del Piero e il gol su azione che non arriva.

La primavera della speranza

L’inizio della primavera coincide con un clamoroso calo fisico che porta in dote due sconfitte consecutive – a San Siro contro il Milan e a Torino nello scontro diretto contro la Lazio – che riduce il vantaggio dei bianconeri sui biancocelesti di Eriksson ad appena tre punti.

Il crocevia della stagione diventa, a questo punto, la seconda trasferta milanese nel giro di tre settimane contro la disfunzionale Inter di Marcello Lippi. Nel posticipo del 16 aprile, con il conforto del 3-3 del sabato tra Fiorentina e Lazio, Ancelotti deve rinunciare a Zidane squalificato e decide di schierare Del Piero trequartista alle spalle di Inzaghi e Kovacevic. La scelta paga dividendi per certi versi insperati: al Meazza scende in campo un Alex in versione “big time player make big time plays in big time games”, veloce e imprendibile come da tempo non si vedeva, decisivo anche se non entra nei due gol di Kovacevic che decidono partita e, probabilmente, anche il campionato. La Lazio, infatti, è ormai distante cinque punti a quattro giornate dal temine.

Il giorno dopo Repubblica elogia Ancelotti per «aver vinto lo scudetto della pazienza» e da più parti ci si chiede se non sia il caso di suggerire a Del Piero di recedere dal suo sentirsi attaccante a tutti i costi e arretrare il suo raggio d’azione – “alla Boniperti” (cit.) –, in considerazione della miglior prestazione stagionale coincisa nel momento in cui ha agito da giocatore di trama e ordito dell’intera fase offensiva.

Finalizzatore o rifinitore, il numero 10 è decisivo anche una settimana dopo quando realizza il rigore da tre punti contro la Fiorentina: la sua esecuzione a spiazzare uno specialista come Francesco Toldo, aprendo il piatto destro all’ultimo momento utile, è l’unico gesto tecnico di rilievo in un partita agonica, condizionata dal gran caldo e dalle notizie che arrivano dall’Olimpico dove la Lazio liquida il Venezia ben più facilmente di quanto racconti il 3-2 finale.

La Juventus è ormai sulle gambe. Una realtà che di manifesta in tutta la sua drammatica evidenza nella sconfitta di Verona contro l’Hellas quando Fabrizio Cammarata, ex golden boy delle giovanili bianconere – e spalla di Del Piero nella vittoria del Torneo di Viareggio del 1994 –, dispone a piacimento della coppia Iuliano-Tudor e realizza la seconda doppietta del suo campionato a una squadra animata più dalla paura di perdere che dalla voglia di vincere.

Una squadra che ha bisogno del suo eroe. Una squadra che il suo eroe lo ritrova quando nessuno ci credeva più.

Juventus in difficoltà, Lazio che si avvicina, una partita con il Parma – che nel girone d’andata aveva imposto il pareggio in 9 contro 11 – che non si sblocca, Del Piero che fa pace con i suoi demoni nel giorno più importante e che si inchina al popolo che lo ha aspettato così tanto e così a lungo.

Ascesa-caduta-risalita-rinascita.

Il finale perfetto.

Forse.

Perché manca ancora una partita, contro il Perugia, anche se tutti sembrano dimenticarsene.

Come si può rovinare quel viaggio in cui la strada è stata quasi più importante della meta raggiunta?

Epilogo – Naufragio (?) 

L’immagine di Del Piero che rientra a testa bassa negli spogliatoi del “Renato Curi” rifiutando i microfoni, indossando la sua maglia numero 10 fradicia di pioggia e di sudore, è la polaroid di una stagione che, negli anni, verrà raccontata come il “sacrificio” necessario della Juventus per ritrovare il suo campione più rappresentativo. E la stessa narrativa “delpierana” identifica il 1999/00 come l’inevitabile interludio – che avrà una coda drammatica in quel «è colpa mia» sussurrato all’inviato RAI nella notte di Rotterdam segnata da due errori sottoporta da togliere il sonno – nel percorso di catarsi e redenzione che ha caratterizzato la seconda parte dell’epopea del più grande juventino di sempre.

Tuttavia se ne facciamo una questione di dati e di contesto, non si dovrebbe raccontare come assolutamente negativa un’annata da 12 gol e 19 assist complessivi – 14 solo in campionato, tutt’ora record nella storia della Serie A condiviso con Ronaldinho. Quel Del Piero, seppur al 50% del proprio potenziale fisico e atletico – come normale che fosse nell’epoca in cui un infortunio ai legamenti poteva ancora costarti la carriera – era comunque fondamentale in una Juventus legata a doppio filo alla dimensione creativa sua e di uno Zidane (che, statisticamente parlando, ebbe un impatto di molto inferiore al suo compagno di squadra) con la testa già agli Europei in Belgio e Olanda, in un calcio che non distingue tra ruoli, compiti e funzioni e parzialmente ancora legato alle logiche ancestrali del colpo risolutivo e fuori script del fuoriclasse avulso dal sistema squadra. Per questo l’idea di una Juve disposta a perdere un campionato per aspettare Del Piero o quella di un Ancelotti che si gioca la prima parte di carriera e la sua credibilità schierandolo titolare in 34 gare su 34 perché “prima Del Piero poi la squadra”, è una forzatura.

O, meglio, il modo in cui si è scelto di raccontare quella stagione in cui non tutto è andato per il verso giusto ma nemmeno in quello sbagliato sempre e comunque.

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