Serie A, 2a giornata: Juventus-Lazio 2-0

Quante volte abbiamo visto questa scena? La Juventus che ha vinto l’ennesima gara e si presenta sotto la curva per festeggiare è un’immagine cui ci siamo abituati ed è la normalità per una squadra che ha vinto gli ultimi sette campionati. Può essere normale una formazione reduce da una delle campagne trasferimenti più scintillanti della propria storia con l’arrivo del giocatore più mediatico, quello sempre atteso? La risposta d’Allegri è sì, la Juventus deve essere la solita forza tranquilla, una normalità rassicurante per lui e per tutti i tifosi bianconeri, non sempre scintillante, che permette di macinare punti su punti. La prima all’Allianz Stadium della nuova stagione è il debutto ufficiale in casa per Cristiano Ronaldo, l’avversario osannato qualche mese fa e atteso come poteva essere il primo concerto dei Beatles negli States, ma è anche e soprattutto la sfida con la Lazio, l’avversario che l’anno scorso ha battuto i bianconeri in due occasioni, la seconda proprio a Torino; per Allegri, quindi, un test attendibile, la prima vera partita stagionale dopo l’esordio con il Chievo.

Il rispetto per la formazione di Simone Inzaghi traspare nelle scelte iniziali; a differenza di quanto visto a Verona, quando l’allenatore juventino decise senza tanti pensieri di mettere in campo la quasi totalità dei giocatori più offensivi a disposizione, l’undici di partenza è chiaramente condizionato dalle caratteristiche dei laziali con l’obiettivo di coniugare equilibrio e solidità con pericolosità, tenendosi in panchina delle carte pesanti da giocare, potenzialmente devastanti nella parte centrale e finale della ripresa. La Juventus si presenta quindi con un 4-4-2 canonicamente fluido e asimmetrico, dove la difesa è confermata, mentre a centrocampo riappare la colla Matuidi sul centro-sinistra e Bernardeschi sulla destra, mentre in attacco è Mandžukić il partner di Cristiano Ronaldo. Dall’altra parte si presenta una Lazio reduce da una settimana nervosa e strana, ma soprattutto da un mercato che non ha cambiato le caratteristiche della squadra; una campagna trasferimenti che ha puntato sul mantenimento dello status quo, trattenendo così i migliori giocatori, probabilmente spegnendo un po’ d’entusiasmo. Simone Inzaghi ripresenta così il suo canonico 3-5-2, inserendo solamente un nuovo acquisto, Acerbi, all’interno di un sistema che si presuppone essere rodato.

La sceneggiatura della partita è chiara: la Lazio aspetta gli avversari con l’intento di partire in contropiede innescando Immobile in campo aperto e tentando di far allungare i bianconeri per giocare tra le linee, attaccando gli spazi con i movimenti senza palla delle mezzali. La Juventus è consapevole dei pericoli, vorrebbe mantenere il possesso pazientemente, senza forzare giocate, rompendo la barriera proposta superandole sulle fasce: il 4-4-2 senza palla diventa infatti un 4-3-3 con Cristiano Ronaldo centrale e due esterni, mentre le due mezzali, Khedira e Matuidi, attaccano con meno frequenza gli spazi, e si abbassano spesso per favorire l’uscita della palla consentendo ai due terzini d’alzarsi; il gioco interno bianconero, come spesso successo lo scorso anno, è sfavorito dalle caratteristiche degli interpreti, così come i due esterni alti non sempre riescono a tagliare dentro il campo facendosi trovare tra le linee e il cambio di gioco non riesce a essere sempre preciso. Specialmente nella prima mezzora la manovra juventina risente di un eccesso di frenesia, cercando in alcune occasioni la verticalizzazione per arrivare più velocemente in porta; il rischio  è quello di allungarsi e di favorire la ripartenza della Lazio, ma Matuidi, autentico collante del centrocampo, e il solito Chiellini sono dei maestri difensivi e impediscono sovente ai laziali di attuare la propria arma offensiva. Una squadra, quella biancoceleste, che si difende col 5-3-2, dove gli interni di centrocampo sono spesso chiamati a uscire sui terzini, con un blocco posizionale basso, inibendo agli avversari il gioco centrale; col pallone, a eccezione di qualche sbavatura individuale degli uomini d’Allegri, non riescono a rendersi pericolosi sbattendo contro la difesa juventina, ancora più fluida rispetto al solito.

Il 5-3-2 della Lazio. Protezione del centro, chiusura sugli esterni.

Mentre la formazione laziale preferisce l’occupazione degli spazi senza un vero e proprio pressing alto, la Juventus intende sabotare la difficoltosa e macchinosa costruzione dal basso della Lazio con le uscite alte di Pjanić sul vertice basso, Lucas Leiva, del centrocampo, riprendendo la consueta forma difensiva una volta superato il pressing alto.

Il pressing alto della Juventus fortemente orientato sull’uomo.

Una partita bloccata tatticamente che vede il primo vero squillo su una verticalizzazione di Bonucci a premiare l’inserimento senza palla di Matuidi e Cristiano Ronaldo e che si sblocca su una ripartenza in campo aperto da parte della Juventus; la Lazio è disattenta nelle marcature e coperture preventive, mentre l’asso portoghese è impareggiabile nel sapersi posizionare correttamente per ricevere il pallone e attaccare palla al piede con spazio davanti a sé. La gara così si mette sui binari previsti e i bianconeri gestiscono senza problemi la ripresa, aiutati anche dal vistoso calo della Lazio: i cambi di Simone Inzaghi, passato a un 3-4-1-2 con Sergej Milinković-Savić dietro Immobile-Correa e la doppia coppia Badelj-Lucas Leiva a centrocampo, sfilacciano ulteriormente la propria formazione; si creano così spazi per la Juventus, molto abili a sfruttare la differente qualità tecnica, che trova il raddoppio su una buona combinazione in velocità sulla destra tra Douglas Costa e Cancelo. Gli ultimi minuti sono ancora più a senso unico con i padroni di casa che non si rilassano e provano a trovare la terza rete che non arriverà.

Un Juventus-Lazio come da previsione. Un undici di partenza più difensivo e fisico per Allegri è segno di rispetto e attenzione per le qualità di chi si è trovato di fronte, sapendo perfettamente che l’ultima mezzora avrebbe disegnato un altro scenario tattico e atletico, completamente opposto a quello del primo tempo. La squadra bianconera ha presentato gli stessi pregi e difetti della scorsa stagione: una notevole solidità, problemi a produrre il gioco interno con quel centrocampo e con Bernardeschi che è più in difficoltà quando è l’unico che deve raccordare mediana e attacco, un tasso qualitativo maggiore e una superiorità nella lettura globale dei novanta minuti di gioco. La differenza, oltre alle capacità di Bonucci, rispetto un anno fa nasce dalla presenza di Cancelo, giocatore che ha tutto il potenziale per diventare uno dei migliori interpreti in quel ruolo nella storia recente bianconera: il portoghese è associativo, dialoga bene coi compagni, palleggia con buona precisione, ha un dribbling da fermo di assoluto livello, mezzi atletici notevoli, qualità tattiche col pallone sorprendenti ma migliorabili. La sua presenza in fase di possesso è destinata a diventare totale, con una sfera d’influenza che tocca tutte le fasi: costruzione, rifinitura, finalizzazione.

Il principale difetto difensivo è nell’uno contro uno per via di una postura da correggere, compito non complicato, e la tendenza a intervenire sempre col piede destro.

L’altro portoghese, quello più atteso, è sempre il pericolo principale: all’interno di una gara in cui non è stato servito costantemente, Cristiano Ronaldo è riuscito a concludere quattro volte verso la porta laziale, mostrando una facilità di tiro impressionante; è maggiormente a più agio quando può attaccare in campo aperto, dove è letale, partendo da una posizione più defilata, ma la sua presenza è già determinante e provocherà un modo d’attaccare diverso rispetto le ultime stagioni. Chi ha dimostrato di poter assumere un ruolo di primaria importanza all’interno delle rotazioni è certamente Emre Can: schierato come vertice basso del centrocampo a tre, il nazionale tedesco ha dimostrato una buona proprietà di palleggio e verticalizzazione cui unisce la capacità di attaccare gli spazi. Sarà una soluzione in più per Allegri, viste le difficoltà iniziali di Pjanić: tolto il grandissimo gol, la prestazione del regista non è stata esente da sbavature. Il suo potenziale è altissimo, ma deve essere totalmente liberato, aumentando il suo tasso d’incisività con un raggio d’azione più esteso.

Se la Juventus dovrà cercare di coniugare solidità, equilibrio con un gioco maggiormente basato sul possesso palla e l’occupazione efficace degli spazi, sfruttando le eccelse qualità tecniche a disposizione, il compito per la Lazio sembra essere più arduo: la formazione di Simone Inzaghi lascia l’impressione d’essere arrivata alla fine di un percorso tecnico e tattico ben preciso ed è chiamata a una crescita collettiva che chiama in causa l’evoluzione di qualche singolo, ormai specializzato in un singolo aspetto, come Sergej Milinković-Savić, sempre meno presente all’interno della manovra e usato principalmente, quasi esclusivamente, come centravanti in movimento.

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