Champions League, ritorno quarti di finale: Real Madrid-Juventus 1-3

di Andrea Lapegna


Solo un episodio all’ultimo respiro toglie alla Juventus la gioia di una rimonta tanto insperata quanto meritata.


Nessuno, nella storia della coppa dalle grandi orecchie, è mai riuscito a recuperare uno svantaggio di tre reti maturato nella partita d’andata tra le mura amiche. L’epica di queste rimonte nella moderna Champions League è circoscritta a tre soli eventi, tutti verificatisi con il ritorno in casa. La Coruña, Barcellona, Roma l’altro ieri. Nessuno è mai riuscito a farlo in trasferta, nessuno si è mai nemmeno sognato di provarci al Santiago Bernabéu. L’impresa alla quale era chiamata la Juventus era troppo, troppo difficile. Al netto di rinnovate e usuranti speranze, ringalluzzite dall’impresa straordinaria della compagine di Di Francesco, la narrativa del pre-partita della Juventus si è condensata attorno all’atteggiamento che la squadra avrebbe dovuto adottare. Se la Roma è sembrata volare sulle ali di un pressing asfissiante sull’uscita avversaria, molti avrebbero voluto una Juve altrettanto arrembante anche nella sua particolarissima remuntada, con i big tutti dentro dall’inizio.

Ma Allegri, si sa, non farà mai a meno di un jolly nella manica da calare a partita in corso. Rispetto alla tragedia dell’Allianz Stadium, il tecnico livornese ritrova Pjanić e Benatia, ma perde Dybala e Bentancur per squalifica. Allegri sceglie allora un 4-3-3 con: Buffon; De Sciglio, Benatia, Chiellini, Alex Sandro; Khedira, Pjanić, Matuidi; D. Costa, Higuaín, Mandžukić. Cuadrado entrerà (leggasi sarebbe dovuto entrare) a partita in corso. Anche Zidane deve fare a meno di un giocatore chiae: Ramos è squalificato, e la sua assenza sarà durissima da coprire per la difesa del Real. Il 4-3-2-1 del francese si declina: Navas; Carvajal, Varane, Vallejo, Marcelo; Modrić, Casemiro, Kroos; Isco; Bale, Cristiano.

Sulla scia delle positività mostrate all’andata, Allegri ha impostato la partita cercando di risalire il terreno di gioco grazie al lavoro coordinato degli uomini di fascia. Spingendo a destra, la Juve sperava di allargare le maglie della difesa avversaria e sfruttare lo spazio dietro Marcelo, sempre generoso nelle sortite offensive ma non nell’attenzione alle spalle. Il ruolo di Douglas Costa, fondamentale sia nelle sponde che nelle girate dentro il campo, ha permesso alla squadra di arrivare con relativa facilità nell’ultimo terzo di campo, specialmente sfruttando la sovrapposizione di De Sciglio. Confidando sul collasso di uomini sul lato palla, l’azione doveva trovare sfogo sul lato opposto, dove i tagli interni di Mandžukić e l’ampiezza garantita da Alex Sandro avrebbero messo in inferiorità numerica il Real a ridosso della propria porta. Proprio da questo tipo di configurazione è nato il gol subitaneo di Mandžukić – in seguito ad una palla rubata da Costa – ma anche 2 o 3 occasioni immediatamente successive che hanno permesso al croato di far valere la differenza di stazza con Carvajal.

 

Senza la pretesa di comandare il pallone per tutta la gara, la Juventus gestiva le fasi di non possesso in maniera diversa a seconda dell’altezza della palla. Con la sfera dalle parti di Navas, la Juve non lesinava fasi di pressing aggressive, con forte orientamento all’uomo. Se invece il Real riusciva a consolidare il possesso grazie al palleggio, si sedeva profonda a difendere gli ultimi 30 metri. Ad ogni modo, i tempi della pressione facevano talvolta difetto, mostrando così il fianco a più d’una ripartenza. In questo tipo di frangenti, la Juventus si è mostrata particolarmente vulnerabile ad azioni “rugbistiche” che il Real portava avanti velocemente grazie ai rimorchi: percussione in verticale con la palla e passaggio sulla corsa del compagno. La prima mezz’ora di gara è stata così giocata da due squadre molto lunghe sul campo: una per necessità (la Juve), un’altra per contingenza (il Real). La strategia della Juventus ha cercato di saltare a pie’ pari il suo reparto più vulnerabile, e tagliar fuori al contempo il migliore degli avversari: il centrocampo.

Due uomini aggiungevano pepe a questo canovaccio. Douglas Costa per la Juve è stato fondamentale nel far progredire la manovra a destra grazie alle associazioni con De Sciglio – finché è rimasto in campo – e Khedira. Ma al tempo stesso ha dato imprevedibilità con i suoi anarchici (in senso buono, se mai ce ne fosse uno) strappi palla al piede. Dall’altro lato del terreno di gioco, Isco regalava alla sua squadra una tranquilla distonia; galleggiando tra le linee, ora a sinistra ora a destra, scendendo dietro Casemiro o affiancando Ronaldo in attacco, l’andaluso è stato ancora una volta impossibile da leggere per la difesa della Juve.

Nelle fasi successive della partita, i ritmi si sono fisiologicamente abbassati su frequenze più umane, e questo ha inevitabilmente favorito la tecnica superiore del Madrid. La difesa dello spazio della Juve si sostanziava in un 4-5-1 dinamico e asimmetrico, in cui la mezzala bianconera andava a prendere il portatore sul proprio lato. Le situazioni offensive si sono invece cristallizzate in poche sortite palla al piede, peraltro pressoché solo in transizione. Tuttavia, contro il contesto, la Juventus non ha rinunciato ad applicare il proprio copione, anche in situazioni di apparente dispnea. Dalla stessa identica progressione sulla destra ha avuto origine il cross di Lichtsteiner. Dalla stessa identica posizione di superiorità fisica (il tanto abusato termine “mismatch”) di Mandžukić su Carvajal, il colpo di testa dello 0-2.

 

Il problema del primo tempo bianconero è stato che, a dispetto del risultato e della bontà della strategia messa in atto, la squadra ha comunque subito più di un brutto contropiede. Il Real è rimasto vivo, ha attaccato e tirato, e lo ha fatto proprio quando la Juventus abbassava ritmo del pressing e baricentro, lasciando che l’inerzia scorra dove vuole l’avversario. Ma in partite come queste basta il battito d’ali di una farfalla o la giocata di un fuoriclasse per indirizzarla; nella fattispecie, solo Buffon e la traversa hanno salvato la porta bianconera nella prima frazione.

Provando a capitalizzare precisamente sulle incertezze in transizione difensiva, Zidane ha inserito immediatamente Asensio e Vasquez, giocatori rapidi e capaci meglio di Casemiro e di un poco ispirato Bale di condurre in porto una ripartenza. Per un capriccio del fato beffardo, a differenza della prima frazione i problemi della Juve sono arrivati maggiormente quando il Real abbassava i ritmi e al contempo il baricentro degli ospiti: un compito senz’altro più agevole con i cambi effettuati da Zidane che oltre a saper condurre una ripartenza, sanno anche far girare il pallone. Nel secondo tempo la Juventus ha sofferto soprattutto il palleggio ragionato del Real, non essendo più capace di attaccare allungandosi. Per questo, il primo quarto d’ora della ripresa è stato passato nei propri 50 metri: e, incapace di reagire alla pressione portata dal palleggio del Real, la fase di difesa posizionale della Juve ha cominciato a dare segnali di cedimento.  E ciononostante, in una stoica perseveranza e fiducia nel piano iniziale, e in una delle poche volte che la Juve è riuscita a mettere il naso fuori dalla propria metà campo, è nato il terzo gol della Juve. Dall’ennesimo traversone dalla destra, complice un Navas amatoriale in versione parrocchia.

 

Paradossalmente, dopo il terzo gol, la partita si è congelata ed entrambe le squadre sono rimaste bloccate. La Juventus, per aver dato fondo alle energie nervose e a gran parte di quelle fisiche; il Real, per aver improvvisamente realizzato di non essere più al caldo della coperta confezionata all’andata e aver visto materializzarsi i fantasmi vestiti di giallo del fracaso. Le due squadre davano così vita ad un finale bizarro, con il Real incapace di dare un senso al proprio possesso palla, e la Juventus senza idee su come rompere il palleggio avversario o come uscire con il pallone. Forse un appunto tattico che si poteva fare alla Juve, è di non aver saputo adattare la propria strategia su quella del Real cangiante del secondo tempo: senza Casemiro e la sua fisicità, forse di poteva tentare di passare per il centro con Costa? Ma dopotutto, la strategia di Allegri è stata formidabile nel tenere la Juventus aggrappata al filo della speranza per oltre 90 minuti, e certamente si sarebbe arricchita della freccia Cuadrado nei tempi supplementari.

L’analisi della partita finisce qui. Si potrebbe argomentare sull’uscita avventata di Chiellini, su Alex Sandro che non tiene Ronaldo sul secondo palo (chi potrebbe?), o su Benatia che lascia mezzo metro di troppo a Vasquez. Ma quello che è successo nel recupero è talmente emotivo da non essere materiale da analisi, casomai da moviola, e io non ho né le competenze né la lucidità per discuterne.

Un’analisi dei 180’ non può però prescindere da quanto di positivo si è visto, sia a Torino che a Madrid. Nel contesto della doppia sfida, entrambi i risultati sono probabilmente bugiardi rispetto a quanto emesso dal campo: all’andata la Juve avrebbe meritato di più, al ritorno il Real ha creato più di quanto non dica il risultato rocambolesco (ed è un ottimo reminder che le prestazioni singole vanno analizzate al di là dello score). Piuttosto, quello che dobbiamo portare a casa è la consapevolezza di non aver meritato l’eliminazione. Rimane quindi opportuno sottolineare le prove maiuscole di Chiellini e Buffon, non irreprensibili all’andata, forse per la troppa pressione psicologica; ma anche Pjanić, ripresosi il centrocampo, e Costa, unico. La qualità migliore della Juventus è stata probabilmente aver minato le certezze psicologiche della squadra più solida al mondo: l’aver gestito meglio i momenti dell’incontro rispetto a chi ci ha insegnato come farlo. Alla luce di questo, ma anche dei meccanismi tattici portati in campo, della paura instillata ai campioni in carica, e dell’emotività immensa del quarto di finale, la Juventus ha il dovere di tornare a Torino orgogliosa della propria prestazione e di voltare pagina il prima possibile per riversare la rabbia agonistica sul campionato.

Andrea Lapegna

About Andrea Lapegna

Vive a Bruxelles ed è ancora all'alba della sua carriera da commentatore di Juve. Scribacchia per Aspen Institute e Sphera Sports, ora è in AterAlbus per parlare di calcio giocato e per correggere la punteggiatura nei nostri articoli.
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