I prossimi avversari: il Sassuolo di Di Francesco

di Andrea Lapegna


Domani la Juventus affronterà il Sassuolo di Di Francesco. Le idee di gioco dietro il più affermato discepolo di Zeman e le divergenze dal maestro boemo. 


Nonostante i rassicuranti risultati sportivi ed economici degli ultimi tre anni, il Sassuolo rimane una realtà sostanzialmente piccola. La città conta appena 40.000 abitanti, buoni per riempire giusti giusti lo Juventus Stadium. L’Enzo Ricci di Sassuolo ne potrebbe contenere circa un decimo, ma a causa dell’inadeguatezza delle infrastrutture il club neroverde si è visto costretto a vagabondare prima a Modena e poi a Reggio Emilia. Qui, in concomitanza con la storica promozione in Serie A, il patrón Squinzi ha rilevato lo stadio comunale trasformandolo nel Mapei Stadium (dal nome della propria azienda di chimica edile). Ora, non sono tanto i 25 chilometri che separano Reggio Emilia da Sassuolo a rendere la situazione surreale (gli stessi, per dire, dalla periferia sud di Roma allo stadio Olimpico), quanto piuttosto che siano due comuni distinti.

Con corposi investimenti, un’ottima gestione manageriale (leggasi d.g. Giovanni Carnevali), e soprattutto tempo e pazienza, oggi il Sassuolo si giocherà la sua fetta di Europa League con la serenità di chi non solo ha poco da perdere, ma anche di chi continua a vivere una crescita costante. Se guardiamo agli sponsor, cartina tornasole delle società di calcio, il Sassuolo non è proprio quella cenerentola di cui parla la demografia. La scelta di puntare su un progetto a lungo termine ha portato due grandi e visibili conseguenze: 1. La prima squadra ha più giocatori italiani di qualsiasi altra formazione di A; 2. Di Francesco è l’allenatore che da più tempo siede sulla propria panchina in Italia.

Proprio il tecnico pescarese è la main feature dei neroverdi: ottimo ex-calciatore, guidato da tecnici come Zeman e Capello, dopo una prima esperienza sfortunata a Lecce, ha potuto svolgere la propria gavetta nella squadra che lo farà poi sbocciare come uno dei migliori allenatori di Serie A. Se è vero che il 4-3-3 di Di Francesco profuma ancora di Zemanlandia, bisogna riconoscere che i paradigmi sono assai differenti. Di Francesco infatti, seguendo uno dei principi del calcio guardiolesco, è consapevole di poter proporre una fase offensiva entusiasmante e convincente solo a patto di contare su una tenuta difensiva rigorosa.

L’esperienza di Paolo Cannavaro e la tranquillità di Francesco Acerbi dopo la doppia malattia contribuiscono a formare una delle coppie più rodate del campionato. I terzini, nelle varie versioni del Sassuolo succedutesi nel tempo, sono sempre a tutto campo: Šime Vrsaljko esempio perfetto, ma non dimentichiamo che Di Francesco ha insegnato a Peluso ad arrivare sul fondo. La ritrovata vena difensiva del Sassuolo si riconosce nelle uscite aggressive sugli attaccanti e negli attenti scivolamenti difensivi. La squadra beneficia di questa attitudine, rimanendo molto corta, specialmente in transizione. Difesa che peraltro non è mai troppo alta o intenta a praticare un talebano fuorigioco, come invece avrebbe preferito il Maestro, mutuandone il concetto dalla nouvelle vague sacchiana.

Il trio di centrocampisti è un assortimento di tutte le qualità imprescindibili per un buon reparto. Magnanelli è uno dei metodisti meno considerati del panorama italiano, e unisce buona visione di gioco a un grande senso della posizione: equilibratore prima ancora che creatore di gioco, i fantacalcisti più assidui lo conoscono bene per le ottime pagelle e le partite pulite. Duncan incarna la definizione di calciatore con tre polmoni e recupera una quantità industriale di palloni (quest’anno 5 tackle e 2 intercetti nell’unica partita disputata, col Pescara), concedendosi di tanto in tanto efficaci sortite offensive. Il neo-acquisto Sensi – in coordinazione con la Juventus – è il giocatore verticale che mancava.

L’eredità del tecnico boemo si declina soprattutto nei triangoli naturali in mezzo al campo – che il modulo certamente facilita – e nell’utilizzo stretto degli esterni alti. Questi sono peraltro attaccanti leggeri e dai piedi educati, ragion per cui la palla viaggia spesso e volentieri a filo d’erba, raramente in cielo a cercare le sponde del centravanti. Proprio come le squadre di Zeman, con la sola notevole eccezione della Roma di Paulo Sergio. Nella casella di ala sinistra, Di Francesco ha suo malgrado perso Sansone, uno dei giocatori-simbolo della squadra (tiratore scelto dalla media distanza, 7 reti e 4 assist l’anno scorso). Pur di schierare Matteo Politano, Di Francesco sembra voler rinunciare al proprio credo degli esterni alti a piede invertito, che garantivano più dialoghi e meno fondo, oltre a creare un naturale spazio per l’inserimento dei terzini (Zdeněk, sei tu?!). Con la promozione dell’ex prodotto del vivaio giallorosso, le due ali mancine – l’altra è ovviamente il promesso sposo Berardi – garantiscono ancor più imprevedibilità alla manovra, secondo il vecchio adagio popolare che vuole i giocatori mancini meno leggibili dai difensori avversari.

Di Francesco è rimasto uno dei pochi allenatori idealisti e totalizzanti, nel senso platonico: è convinto che le Idee, se ben insegnate, possano trovare applicazione e successo ovunque, indipendentemente dal contesto e forse persino dai giocatori. La maturità è avvenuta con il progressivo abbandono dei dogmi zemaniani di verticalità in favore di un equilibrio generale, ed ha portato in dote una normalizzazione dei risultati (non più sconfitte inspiegabili con 2 o 3 gol di scarto o folli vittorie sulle grandi squadre). La chiave di volta è una filosofia generalmente accettata, puntellata da piccoli grandi accorgimenti in corso d’opera (stagione 2015): il recupero palla più alto possibile e la disponibilità della squadra ad accettare i momenti passivi del match arroccandosi ai 25 metri. A parere di chi scrive il suo grande merito, ancor più della spiccata abilità nel tessere trame tattiche, è quello di aver convinto i propri giocatori che le sue idee sono le migliori sia per arrivare ai risultati prefissati, che per sviluppare il pieno potenziale dei ragazzi.



di Francesco Federico Pagani


Avremmo voluto dedicare un bel focus su Berardi, il talento più importante del Sassuolo (e che piace alla Juve), ma non sarà della partita. E allora spendiamo due parole su Acerbi e Magnanelli e su quelli che potrebbero essere i punti deboli dei neroverdi.


Il Sassuolo annovera tra le proprie fila quello che per talento assoluto è probabilmente l’under 21 più atteso del prossimo futuro, per quanto concerne il calcio italiano: quel Domenico Berardi che però, a causa di un’elongazione del collaterale mediale del ginocchio, non sarà della partita. Restano quindi due, oltre ad un affiatamento unico ed una preparazione tattica maniacale, i punti di forza dei neroverdi: Acerbi e Magnanelli.

Il primo è un giocatore che ha avuto una carriera travagliatissima, ma che giunto a Sassuolo sta finalmente trovando continuità di rendimento ad alto livello, tanto che Conte prima e Ventura poi lo hanno già preso in considerazione anche per la Nazionale.
Centrale mancino di lotta e di governo, è marcatore più che discreto, ottimo nella difesa della profondità e regista arretrato con pochi pari in Italia (forse, ad oggi, il secondo miglior specialista dopo l’inarrivabile Bonucci). Bravo di testa e nelle letture del gioco, è in possesso di un bagaglio tecnico piuttosto completo per essere un centrale di difesa. Per livello di gioco meriterebbe un top club, posto che probabilmente solo alla Juventus, oggi, farebbe panchina.

Il secondo è invece un mediano dalle letture superlative, capace di giostrare davanti alla difesa per schermare i centrali, andando a tamponare ovunque sia necessario intervenire. Dotato di una grande anticipazione motoria, ha un bagaglio tecnico discreto per il livello ed è in possesso di una regia elementare, limitandosi spesso a contribuire alla circolazione di palla senza cercare verticalizzazioni (più di sovente messe in carico al succitato Acerbi). Non particolarmente veloce ma molto dinamico, è bravo nello sporcare le linee di passaggio avversarie e nell’intercettamento della sfera. Un gregario del pallone piuttosto sottovalutato in un calcio fatto sempre più da super star.

Sempre parlando di singoli, quali potrebbero invece essere i punti deboli del Sassuolo?

In attacco dovrebbe giocare Antonino Ragusa in luogo di Berardi. L’ex Genoa ha una sola presenza in Serie A alle spalle. Tra i giocatori più interessanti espressi negli ultimi anni dalla nostra cadetteria, potrebbe pagare l’inesperienza a certi livelli. Oltre che l’emozione di essere, di fatto, alla sua prima vera stagione in massima divisione. A centrocampo dovrebbe partire titolare Biondini, per una mediana che completata da Magnanelli e Duncan potrebbe mancare in qualcosa dal punto di vista della circolazione della sfera. Biondini è un giocatore instancabile e bravo anche negli inserimenti, ma non dà quel quid di qualità alla manovra garantita invece dal titolare degli ultimi anni. Una mancanza che potrebbe farsi sentire, per quanto dalla panchina potrebbero presto alzarsi lo stesso Missiroli o il giovane Sensi. In difesa, infine, qualche dubbio lo lasciano gli esterni. Da una parte Peluso è un giocatore che non sempre convince fino in fondo. Dall’altra Gazzola ha iniziato benissimo la stagione, ma un conto è giocare contro Lucerna e Stella Rossa in Europa League, un altro contro la Juventus in Serie A…