Sarri, la partita, l’allenamento e l’intensità della Juventus

Ok, panico?

Il nostro ultimo podcast lo abbiamo intitolato così ed effettivamente la prestazione e il risultato col Lione rappresentano quella punta di un iceberg che da qualche mese naviga con sempre più pericolosità dentro il grande oceano bianconero tanto da accendere tutte le spie e far suonare qualsiasi campanello d’allarme. La partita di mercoledì sera ovviamente è un punto di partenza per molteplici discussioni, molte delle quali anche all’interno della nostra chat Telegram; proprio parlando tra di noi, giovedì mattina mi sono ricordato le ultime 5 partite della Juventus nella fase finale della Champions disputate nelle ultime tre stagioni:

La domanda è retorica, così come il grado di difficoltà incontrato è differente – e il Lione è certamente l’avversario più debole -, ma è un dato utile per fotografare uno stato di fatto. Vorrei però mettere contribuire a fare un po’ di ordine e desidero partire da una rapida cronistoria di quanto accaduto mercoledì sera.

1) Il litigio Bonucci-Matuidi durante il riscaldamento. Questi momenti precedenti la partita rappresentano quegli istanti in cui ognuno dei calciatori inizia a entrare dentro la gara. Mi sembra evidente che fosse il segno di un eccesso di tensione emotiva e mentale, ma ne parleremo meglio quando commenteremo le parole dello stesso Bonucci a fine partita.

2) L’inizio della Juventus è stato di apparente controllo. Ritmi bassi, pressing accennato, circolazione del pallone lenta. In questa fase della gara si sono evidenziati i limiti della squadra quando gioca male a calcio: poco movimento senza palla, posizioni non rispettate, scarsa aggressività.

3) La traversa del Lione segna l’inizio della difficoltà. Qui la Juventus si scompone totalmente, è slegata, non pressa gli avversari, si fa saltare facilmente, si allunga, corre all’indietro. Una fase prolungata di assenza e di confusione che porta al gol del Lione, alle ripetute occasioni e che si manifesta nella giocata di palese incertezza sull’asse Pjanic-Bonucci.

4) L’intervallo è servito a riprendere fiato. La squadra di Sarri riesce a riprendere un po’ di ordine e di campo, non soffrendo più ma non costruendo niente.

5) Il cambio Pjanic-Ramsey aiuta a verticalizzare meglio il gioco e smistare più velocemente il pallone, ma è l’intensità della Juventus a essere più alta. Si palesano le difficoltà in rifinitura, lo scarso attacco della profondità e la poca velocità, ma la prestazione è sufficiente a schiacciare il Lione nella propria trequarti, non a pareggiare perché si continua a creare poco.

6) A fine partita arrivano le dichiarazioni di Bonucci: “Non ho ripreso Blaise, gii ho detto che la squadra la fa anche chi sta fuori. Tutti e 18 devono essere concentrati, ma si capiva che qualcosa non fosse acceso. Anche negli undici titolari”.

7) Infine parla Sarri e sono parole chiare: “Il perché del nostro brutto approccio? Ogni tanto succede e faccio fatica a spiegare il perché. Non abbiamo girato la palla velocemente, non abbiamo fatto movimento, ci hanno aggrediti, abbiamo perso palla e abbiamo subito. Quello che ci è mancato in fase offensiva – cioè la velocità e la cattiveria nel muovere la palla velocemente – è mancato per un quarto d’ora anche in fase difensiva. Siamo stati poco aggressivi, poi c’è stato qualche episodio sfortunato e abbiamo subito il gol in 10, con De Ligt fuori. Il secondo tempo è stato nettamente migliore, ma è troppo poco per una partita di Champions. Faccio fatica a far passare il concetto del muovere la palla velocemente alla squadra, anche quando giochiamo a due tocchi siamo troppo lenti e questo dà grossi vantaggi a chi si difende. Questo è un concetto che prima o poi dovrà passare. Nell’allenamento la palla viaggia a duecento all’ora, lo strano è che in partita ciò non accade. Quando perdi velocità diventa tutto più difficile. Lo strano è che in allenamento lavoriamo a velocità doppia rispetto a quanto fatto stasera. Non penso che il Lione ci abbia messo una pressione forsennata in certe zone, partivamo noi da dietro a ritmi bassi senza cambiare mai passo avanzando. Giocare a calcio con questo presupposto è difficile, in allenamento lavoriamo a velocità doppia”.

Ricostruendo quanto successo, mi sono formato questa opinione.

Se prendiamo per vero quanto dice Bonucci, ci possono essere due verità: o non si è del tutto concentrati, o si sente troppo la partita, di conseguenza la tensione per quello che è l’obiettivo grosso fa perdere lucidità, concentrazione e aggressività. La Juventus è abituata da anni a un determinato tipo di calcio, l’ultima eccezione è stata la prima di Conte, in cui ha eccelso nella fase di difesa posizionale, nella gestione dei momenti, nei ritmi bassi con dei picchi prestazionali ed emotivi all’interno della stessa partita. Una squadra con troppi alti e bassi all’interno della stessa gara, che ha vissuto i momenti migliori nelle stagioni che hanno portato a Cardiff disputando partite di grande intensità, applicazione e concentrazione, ma che non è poi riuscita a replicarsi. Una Juventus che sente troppo la tensione o che non è concentrata pecca quindi di aggressività e questo è letale per il gioco che vuole proporre: pressare, tenere la squadra corta, difendere in avanti, muovere velocemente il pallone mantenendo posizioni, smarcarsi sono condizioni necessarie, e non sufficienti, per fare la partita. Sarri non è un rivoluzionario, non sta proponendo niente di diverso rispetto a quello che molti in Europa già fanno da tempo.

Le parole dello stesso Sarri sono ancora più nette. Nessuno può mettere in discussione quanto dice sulla qualità degli allenamenti, ma resta un dato di fatto: in partita si verifica spesso l’opposto e non c’è continuità prestazionale. Perché? La Juventus quando incontra delle difficoltà si rifugia mentalmente nelle proprie abitudini, quelle che hanno portato a vincere per così tanto tempo, quelle tradizionali che questo gruppo ha dentro di sé. La partita è un mondo completamente diverso rispetto all’allenamento: la durata non può essere paragonata, così come lo stress emotivo.

Non a caso, questo gruppo ha sempre dimostrato di reagire quando è spalle al muro, quando non pensa, ma agisce di istinto. Lo ha fatto ribaltando risultati su campi proibitivi, lo ha fatto vincendo così delle partite date ormai per morte. Quella che è una virtù è anche un grosso limite. In più, e va dato credito ad Allegri per averlo pensato, ci sono giocatori che hanno difficoltà evidenti nell’essere continui, intensi, sia atleticamente che mentalmente, all’interno della stessa partita.

Se la realtà è questa, le soluzioni nell’immediato non sono molte e le responsabilità sono diffuse. Le idee di Sarri non si sono imposte, non tutti i giocatori sono adatti per il calcio che si vuole proporre, perché non c’è stata quella rottura che era lecito aspettarsi. La Juventus che ha vinto tra ottobre-novembre-dicembre faceva risultati ma era una Juventus con limiti forti che si sono manifestati con maggiore forza adesso che si gioca per vincere e che le difficoltà e le tensioni aumentano. Secondo me, serve davvero puntare su quel ristretto numero di giocatori che dimostrano SUL CAMPO, e non in allenamento, di fare quello che si chiede e si vuole, quelli che hanno la capacità di avere intensità mentale e fisica per lunghi tratti della partita, che si applicando e mostrano concentrazione e la giusta tensione emotiva. Ancora una volta, servono scelte chiare, nette e precise.

Tutto quello che sta accadendo serve per indicare la rotta per l’estate. Non funziona più il modo d’operare della Juventus che accumula giocatori – e le ricadute sui conti sono evidenti – senza avere un piano preciso; il mercato delle opportunità con gli allenatori di turno che tramite esperimenti devono trovare soluzioni non regge più. Come ha avuto occasione di ribadire Enrico Ferrari sulla nostra chat Telegram, il calcio è andato verso giocatori intensi atleticamente e mentalmente con squadre che hanno una continuità mentale e fisica, con velocità impressionante. Non è quindi questione di Sarri sì o Sarri no, nemmeno della più grande stupidata in circolazione del DNA, ma di continuare a evolversi

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