6a Serie A: Palermo Juventus 0-1

di Andrea Lapegna


La Juventus vince una partita più difficile di quanto non si pensasse. A rendere l’incontro ostico però è stata la stessa squadra bianconera, piuttosto che il piano gara di un Palermo comunque rinunciatario. 


Il grande campione di scacchi Garri Kasparov soleva dire che « non si vincono le partite semplicemente spostando in avanti i propri pezzi ». Il principio è applicabile a molte attività umane e sportive, ed il calcio non ne è certo esente. La Juventus vince sì una partita brutta e bloccata, ma interpreta all’estremo questa massima scacchistica spostando tutte le pedine a ridosso del proprio Re.

Nell’usuale conferenza stampa pre-partita, c’è un momento in cui Allegri sta parlando dei propri giocatori, ma poi si ferma ed esclama “ecco, vi sto dando la formazione”. E sul prato del Barbera per i bianconeri non ci sono infatti sorprese: Buffon; Rugani, Bonucci, Barzagli; Dani Alves, Khedira, Lemina, Pjanic, Alex Sandro; Higuain, Mandžukić. Il tecnico toscano sceglie dunque di lasciare in panchina Hernanes, nonostante la confortante prestazione con il Cagliari, e riprova Lemina metodista. De Zerbi invece non rinuncia al suo iconico 3-4-2-1, ma mischia le carte soprattutto in attacco: Posavec; Goldaniga, Gonzalez, Cionek; Rispoli, Gazzi, Jajalo, Aleesami; Diamanti, Chochev; Balogh. In panchina restano quindi Hiljemark e Nestorovski, con il gioiellino Posavec straconfermato tra i pali.

La Juventus decide di provare a fare la partita. Nell’uscita della palla dalla difesa però, si notano delle difficoltà: Lemina scende spesso accanto a Bonucci per offrire supporto, confidando quasi nella marcatura di Chochev. Invece per controbilanciare il movimento di Lemina, De Zerbi decide di non disturbare proattivamente la costruzione della Juve, ma di ingolfare le vie centrali. Piuttosto, è Gazzi a mettersi a uomo su Pjanic, seguendolo anche nei suoi ormai consueti (ma quanto utili?) tagli orizzontali. Il risultato è una castrazione del centrocampo bianconero, in evidente inferiorità numerica con e senza palla.

Pjanic e Khedira sono soli contro il piattissimo pentagono centrale del Palermo (1 centravanti + 2 trequarti + 2 interni)

In più, il blocco del Palermo nega i corridoi centrali e i movimenti di Higuain svuotano parzialmente l’ultimo terzo di campo: la soluzione più cercata diventa il lancio lungo. I lanci lunghi di Bonucci, per quanto precisi in tempo e spazio, non devono gettare fumo negli occhi: la Juventus ha lungamente avuto difficoltà a far uscire palloni puliti dalla difesa.

Nei bianconeri c’è anche grande curiosità attorno alla coppia di panzer, e le indicazioni sono chiare sin dai primi minuti. A Gonzalo Higuain viene chiesto di rispolverare il lavoro di galleggiamento basso che faceva con Sarri, e giocare da muro restituendo il pallone ai centrocampisti. Questo ha come effetto immediato che Goldaniga è chiamato a risalire il campo, uscire dalla linea e lasciare momentaneamente la propria posizione per francobollare l’argentino. Se con il Napoli erano Callejon e Insigne a buttarsi in quello spazio, ieri sera questa situazione ha avuto come risultato ultimo dei corridoi centrali in cui è stato chiamato ad inserirsi Mandžukić. Solo la reattività del giovane portiere croato Posavec ha impedito al suo più celebre connazionale di entrare nel tabellino dei marcatori.

Accanto alle tele di Bonucci, va sottolineata ancora una volta la posizione ibrida di Dani Alves. Il brasiliano non è un esterno ordinario, lo sappiamo, ma anche quando si può – deve – provare una circolazione periferica, tende ad abbandonare il corridoio esterno per buttarsi su quello interno. Le posizioni medie ci diranno che Dani è sempre accanto a Khedira, molto più vicino alla propria mezz’ala di quanto non lo sia Alex Sandro a Pjanic.

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Questa sfumatura assume ancor più rilevanza se pensiamo che la Juventus produce gioco sostanzialmente a destra, dove quindi ci si aspetterebbe di occupare pienamente tutto il campo, diluendo così lo spazio a favore di una circolazione più pulita. Dani Alves diventa dunque il regista occulto di cui tanto si parlava a Barcellona. A testimoniarcelo sono i numeri: nessuno ha giocato più passaggi del brasiliano ieri sera (80 positivi su 90 totali, di cui 20 su 24 nel terzo di campo avversario).

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Semmai, il downside di questa attitudine ad esplorare corridoi interni è una minore reattività a pallone perso. Spesso infatti Dani Alves si è trovato preso in mezzo a Diamanti e Aleesami, che sfruttavano la traccia esterna lasciata vacante per creare e disfare rapidi triangoli tra di loro. Con Rugani costretto ad uscire alto e largo, si creava un effetto domino per cui Bonucci si è trovato a sua volta a dover coprire la porzione di campo alla propria destra.

Qui è proprio Dani Alves a perdere il pallone in seguito ad un’ingenuità tecnica. Per nostra fortuna la lettura in anticipo è uno dei punti di forza del difensore azzurro.

L’infortunio di Rugani toglie le certezze del piano gara alla Juventus, ma è anche l’occasione di correggere in corsa difetti strutturali che altrimenti si sarebbero probabilmente protratti sino all’ora di gioco, il momento dei primi cambi. In questo senso va letto l’inserimento di Cuadrado e non di un difensore. Con il colombiano Allegri vuole più ampiezza in proiezione offensiva, ma l’esterno di Necoclí serve anche semplicemente a far salire la squadra palla al piede con strappi verticali e senza ricorrere al lancio lungo.  Portare cioè la sfera in alto nel modo più semplice, con percussioni palla al piede. Ora si tratta solo di capire con che sistema di gioco si metta con campo la Juve.

Fluidità è un termine che ha cominciato a popolare il dizionario allegriano a partire dalla campagna di Champions della scorsa stagione. Può servire a descrivere un sistema antidogmatico in cui le posizioni sono intercambiabili attraverso scivolamenti e uscite; ma può anche mascherare una confusione di fondo, se non addirittura un’anarchia più involontaria che non. La seconda opzione è più o meno quello che accade negli ultimi 15 minuti del primo tempo, in cui la Juventus deve assestarsi al cambio. In fase di possesso consolidato la difesa è ancora a tre, mentre in transizione si passa al 4-qualcosa. Quel “qualcosa” è dato più che altro dalla posizione di Cuadrado. A seconda dell’altezza (e dell’ampiezza) del colombiano, alcuni analisti hanno visto un 4-4-2, altri un 4-3-3 spurio e asimmetrico con Mandžukić molto più stretto. D’altra parte Allegri stesso l’aveva anticipato in conferenza: Mandžukić al Wolfsburg faceva l’esterno alto. Detto, fatto.

Dopo l’intervallo tuttavia si serrano i ranghi. La squadra si sistema con un 4-4-2 in cui a Pjanic viene chiesto di scivolare largo a sinistra. È una mossa rischiosa perché il bosniaco ha tutto fuorché il passo dell’esterno, e gli viene sostanzialmente chiesto di coprire il passaggio diagonale centro-fascia, ma con un portento come Alex Sandro ad arare tutta la fascia ci si può permettere di correre il rischio senza grossi patemi.

La rete di Dani Alves (o autogol di Goldaniga) non è frutto di situazioni di gioco, ma della sfacciatezza del brasiliano che tenta la conclusione da 40 metri. Per capire quanto velleitario fosse il tentativo, nel sistema degli Expected Goals quella conclusione ha meno del 10% di possibilità di essere convertita in rete. Il gol fortunoso di Dani Alves avrebbe dovuto avere quantomeno il merito di svegliare la Juventus, se non altro in quel possesso di controllo tanto decantato nelle conferenze stampa. Invece il possesso rimane sterile e il dominio territoriale desiderato si limita ad un’infruttuosa circolazione ad U, peraltro molto bassa.

Un possesso di controllo dovrebbe avere il pregio di far correre l’avversario senza affaticare i propri giocatori. Muovere la palla velocemente a uno o due tocchi significa sfilacciare l’organizzazione avversaria, costringendo i giocatori ad abbandonare la propria posizione per prendere l’uomo (o la palla), fortificando invece la propria. Si tratta di uno dei principi del juego de posición, che per essere attuato ha bisogno proprio di quei giocatori di tecnica superiore chiesti ed ottenuti da Allegri. Ciononostante, la Juventus non pratica affatto questo sistema dopo la rete del vantaggio.

La differenza sta semmai nell’atteggiamento del Palermo, che alla ricerca del pareggio esce in pressione sui centrali della Juventus per sporcarne l’impostazione, quando nel primo tempo aveva concentrato i suoi sforzi nel ridurre in inferiorità numerica il centrocampo bianconero. Quest’ultimo, che dovrebbe almeno teoricamente approfittare delle maggiori chance di respiro per provare a costruire, ha invece ancora difficoltà nel trovare il compagno smarcato. Pjanic si nasconde, Khedira si limita a scarichi verso l’esterno e Lemina, nonostante un’ottima partita da recuperatore di palloni (ben 8), imposta male e da lontano. La manovra ristagna nuovamente.

Pjanic in particolare è sembrato smarrito, cancellando de facto le certezze che avevano accompagnato la sua prova con il Cagliari. Oltre ad errori di collocazione spaziale, il bosniaco colleziona anche un preoccupante numero di errori tecnici che fanno visibilmente arrabbiare Allegri. Con l’ingresso di Asamoah, la Juventus si schiera stabilmente con un 4-4-2 stretto nelle linee e nello spazio. In questa fase la partita rimane bloccata, non tanto per l’anestesia imposta dai bianconeri quanto per l’incapacità del Palermo di creare problemi alla porta di Buffon. Ma Allegri decide di mettere in cassaforte il risultato abbassando ancora il baricentro.

Con l’ultima staffetta Chiellini per Dani Alves infatti, la Juventus torna definitivamente al 3-5-2. Tuttavia, l’intenzione è conservativa: viste le difficoltà di gestione e controllo del pallone, Allegri sfida la sorte e si arrocca (tanto per rimanere nella metafora scacchistica iniziale). Confidando nell’inaffondabilità della BBC, la Juventus si spalma ai propri 16 metri, abbassando ulteriormente gli esterni, Alex Sandro e Cuadrado (stavolta libero da equivoci tattici) per evitare di lasciare spazi alle loro spalle. Questa mossa ha fatto storcere il naso a molti tifosi: perché rischiare lasciando campo agli avversari, quando per le scorse settimane Allegri ha insistito sulla necessità di dominare il pallone e controllare la partita? Non è forse lo stesso errore che ha portato l’Inter – squadra di qualità comunque superiore al Palermo – a fare due gol negli ultimi 25 minuti a Milano? Si tratta di un sacrificio dei princìpi di gioco sull’altare del pragmatismo. Tanto più che il Palermo continua a portare una pressione ordinata (ma sterile) anche nei minuti finali.

pressione-palermoDisposizione dei giocatori in rosa. Buffon sarà infine costretto a lanciare il pallone il più lontano possibile dalla sua porta.

In barba alle considerazioni di carattere filosofico, la difesa a 5 ha tenuto. La Juventus torna da Palermo con i 3 punti desiderati, ma nella valigia trovano spazio anche numerosi dubbi. La decisione di concedere volontariamente campo agli avversari è figlia dell’estemporaneità del momento, o è una scelta che poggia su volontà più profonde? I problemi di Pjanic sono interpretativi o è “solo” fuori condizione? Con il bosniaco libero di svariare in orizzontale e Khedira di difendere esclusivamente in avanti, quanti polmoni dovrà avere il metodista per coprire tutta l’ampiezza della mediana? Ma anche: se il centrocampo restituisce palloni alla difesa nell’impossibilità di impostare fronte alla porta avversaria, significa che ci sarà bisogno di Dybala in posizione ancora più arretrata? Intendiamoci, sono 3 punti, whatever works. Tanto più che, per spezzare una lancia in favore del tecnico toscano, settembre è da sempre territorio di caccia all’assetto migliore e poco male se difendiamo il gol di vantaggio in trasferta. Ma Allegri dovrà chiarire l’equivoco filosofico, ancor prima che l’atteggiamento tattico.