La Juventus 2016-2017

di Luca Rossi


La sessione di calciomercato estiva con i grandi acquisti e le illustri cessioni compiute ha portato con sé una serie di dubbi di natura tecnica e tattica . Si è trattato di una vera e propria rivoluzione.


L’annata 2015/2016, quella che ha portato alla conquista del quinto scudetto consecutivo dopo una impressionante rimonta, ha visto l’alternarsi di diversi moduli e di svariati tentativi con i quali Allegri ha tentato di trovare la quadra dopo un inizio di stagione altamente preoccupante. L’allenatore toscano ha poi trovato il corretto equilibrio con l’adozione del 3-5-2, di contiana memoria ma di allegriana applicazione. Modulo maggiormente fluido che vedeva il passaggio anche nella stessa azione dalla difesa a 4 a  quella a 3. BBC sugli scudi con le marcature preventive; Marchisio a fare da equilibratore; Pogba a dominare, incidere e decidere; Sandro e Cuadrado sulle fasce ad arare chilometri creando la superiorità numerica necessaria; Mandžukić ad aprire spazi per la vena realizzativa di Dybala.

La sessione estiva di calciomercato è iniziata sul filo di tormentoni relativi a due nomi in uscita: Morata e Pogba. Per il mercato in entrata è stato effettuato subito il riscatto di Mario Lemina e sono stati piazzati i colpi Dani Alves e Pjanić. Poco dopo sono giunti alla corte della vecchia signora anche Medhi Benatia e Marko Pjaca. Ma è intorno a fine luglio e inizio agosto che si sono concentrati i movimenti in entrata e in uscita più decisivi e per certi versi inaspettati della sessione estiva di mercato. Dentro Higuain, capocannoniere del Napoli, reduce dalla sua migliore stagione in Italia, in virtù del pagamento della clausola da 90 milioni di euro; fuori Pogba per la cifra record di 105 milioni di euro sborsati dalla squadra in cui è cresciuto: il Manchester United di Mourinho. La finestra di calciomercato ha visto inoltre la cessione definitiva di Padoin, il ritorno di Morata a Madrid a causa della clausola di ricompra, il prestito di Zaza al West Ham, la cessione di Pereyra, il ritorno in prestito di Cuadrado e il mancato arrivo all’ultimo di Witsel per “colpa” dell’ITMS.

Una sessione estiva che, a discapito di ciò che si poteva pensare all’inizio, si è dimostrata una rivoluzione. L’acquisto di un ulteriore centrale difensivo con 4 già in rosa e quella di ben due uomini di fascia (Dani Alves e il ritorno di Cuadrado) hanno reso palese la volontà da parte della società di continuare il solco segnato dal 3-5-2 nella stagione precedente tentando di migliorarlo soprattutto dal punto di vista della profondità della rosa.

Anche Evra, a modo suo, ha espresso stupore per la profondità del pacchetto arretrato bianconero. Gli costerà il posto da titolare. E poi anche un viaggio di sola andata verso Marsiglia.

Il discrimine principale rispetto alla stagione precedente portato da questa rivoluzione è stato costituito dal vuoto lasciato da Pogba. Si è trattato di un vuoto in prima battuta atletico. Il giocatore francese si è dimostrato nel centrocampo juventino come dominante. Le sue grandi capacità di corsa lo hanno reso fondamentale in fase di non possesso; la stazza e l’imponente fisico lo hanno portato a essere decisivo nel recupero di palloni e nei duelli aerei (ben il 65% di duelli aerei vinti nella stagione 2015/2016); la protezione del pallone, unita alla fenomenali doti tecniche, lo hanno consacrato come elemento fondamentale per l’uscita palla al piede dal basso e l’elusione del pressing avversario. Tutto questo unito a una tecnica spaventosa, una visione di gioco ottima, dribbling e progressione incontrollabili lo hanno reso una fonte di gioco impossibile da sostituire. L’assenza di un centrocampista così totale per forza di cose provoca uno scompenso tecnico e tattico. In qualsiasi squadra. Così è stato infatti anche per la Juve. La nuova Juventus formatasi non ha potuto più permettersi di giocare con un baricentro troppo basso data l’impossibilità di uscita palla al piede e  la mancanza di giocatori in grado da soli di strappare portando su il pallone. In questa ottica Pogba è stato davvero  un centrocampista “box to box” e anche l’assenza di Morata in questo senso ha inciso. Gli unici Sandro e Cuadrado non potevano da soli reggere questo fardello anche perché con un pressing intelligente e armonioso si è rivelato poi facile per alcune compagini avversarie ridurre la loro incidenza.

La partenza di Morata e la sua sostituzione con Higuain hanno portato senza dubbio un miglioramento dal punto di vista realizzativo e associativo. L’attaccante argentino si è dimostrato in grado di fungere anche da regista d’attacco. Senza dubbio però, come accennato, si è perso grande parte del potenziale negli spazi larghi per il contropiede. Morata è stato decisivo in questo tipo di partite; Higuain fisicamente non ha potuto compiere lo stesso lavoro.

In definitiva la sessione estiva di mercato ha evidentemente portato degli importanti upgrade grazie all’inserimento in rosa di fuoriclasse del ruolo e di nessun gregario. Però fin da subito si è fatta palese la necessità di modifiche tattiche, di atteggiamento e di interpretazione della gara poiché sono stati persi giocatori con determinate caratteristiche e sono stati acquistati campioni con altre.  Tanto materiale ma anche tanto lavoro per il mister Massimiliano Allegri.


 

di Charles Onwuakpa


I primi mesi d’esperimenti. La Juventus vince, ma Allegri cerca ancora il modo per scaricare sul terreno tutto il potenziale della squadra.


L’estate 2016 è stata ancora una volta ricca di profondi cambiamenti nella rosa della
Juventus, ma gli obiettivi stagionali stabiliti tra Massimiliano Allegri e la società invece non sono cambiati: per entrambe le parti c’era la volontà di ribadire la propria egemonia nazionale (con il sesto Scudetto consecutivo e la Coppa Italia) e proseguire l’importante percorso di crescita europea, in modo da poter competere stabilmente per la vittoria della Champions League.

Rispetto al 2015 non ci sono stati molti passi falsi tra agosto e settembre: i bianconeri hanno vinto 5 delle prime 6 giornate di campionato rispettivamente contro Fiorentina, Lazio Sassuolo, Cagliari e Palermo, perdendo solamente contro l’Inter di De Boer.
Dal punto di vista tattico i principì di gioco di Madama sono rimasti immutati: i bianconeri hanno confermato il classico 3-5-2 come modulo di base. Quello che invece è cambiato è stato la sua interpretazione da parte dei giocatori, dovuta anche all’assenza di elementi chiave come Marchisio ed alle caratteristiche dei neo-acquisti.

A causa delle non ottimali condizioni fisiche di Higuaín e Pjanić, nelle prime due uscite il trio di centrocampo era composto da Khedira, Lemina ed Asamoah, mentre in attacco Mandžukić affiancava Dybala. In fase di costruzione bassa la BBC si apriva per rendere più difficile la pressione avversaria, mentre la mezzala sinistra (Asamoah) si allargava verso la fascia, aprendo così il corridoio interno per la verticalizzazione di un centrale. Dybala invece ha mostrato tendenze piuttosto associative, muovendosi tra le linee connettendosi con il fluidificante di destra (Dani Alves) e favorendo gli inserimenti profondi di Khedira. Proprio le tracce verticali del tedesco si sono rivelate decisive per le vittorie contro Fiorentina e Lazio. La presenza di Mandžukić in più favoriva un atteggiamento più diretto da parte dei centrali che, se pressati, potevano ricorrere al lancio lungo per saltare velocemente le linee di pressione.

In fase di non possesso invece la Juventus ha alternato fasi di pressing alto (offensivo ed ultra-offensivo) a momenti di difesa posizionale con fluide scalate tra il 4-4-2 ed il 5-3-2 (il fludificante sul lato forte esce sul portatore di palla), dando comunque maggiore importanza alla compattezza della squadra piuttosto che al recupero immediato del pallone. Questo non vuol dire che la Juventus non avesse un approccio aggressivo in zona palla: come sempre, infatti, la squadra di Max Allegri effettuava marcature preventive a uomo sugli appoggi del portatore palla. Nella difesa a zona invece il riferimento principale è rimasto sempre l’uomo.

Rinvio dal fondo di Tatarusanu in Juventus-Fiorentina: gli appoggi del portiere sono marcati a uomo.

Nelle prime 4 giornate (e nello 0-0 casalingo contro il Siviglia) la Juventus ha sempre affrontato 3 attaccanti nella prima linea di pressione. Contro la Fiorentina il rombo di costruzione non aveva avuto molti problemi nella trasmissione del pallone a causa delle uscite troppo tardive di Chiesa ed Ilicić e degli ottimi interscambi di posizione tra i bianconeri. Contro la Lazio invece, squadra ben più organizzata e fisica, l’assenza di Bonucci aveva favorito una circolazione perimetrale (ad U) totalmente incapace di disordinare la struttura avversaria. A ciò va aggiunto la difficoltà di Lemina nel gestire i tempi di gioco e giocare sotto pressione, il che ha chiaramente impedito uno sviluppo della manovra più fluida.

Contro il Sassuolo invece sono arrivati gli esordi dal primo minuto di Pjanić e del Pipita: in soli 27 minuti la Juventus ha avuto una produzione offensiva monstre (a fine partita gli xGs furono ben 3) giocando un calcio alquanto fluido e divertente. La presenza del bosniaco dal primo minuto non solo ha facilitato la trasmissione del pallone, ma ha permesso ai bianconeri un’occupazione perfetta degli half-spaces, con Dybala a fungere da raccordo ed il bosniaco libero di alzarsi o abbassarsi a seconda della posizione del pallone. Nonostante questo, le troppe occasioni concesse ai neroverdi hanno fatto arrabbiare Allegri, il quale ha invitato i suoi ad avere maggiore equilibrio. Forse è in quest’ottica che il livornese ha escluso il bosniaco dal primo minuto contro il Siviglia, salvo ripescarlo da regista nella sconfitta di San Siro contro l’Inter.

Questa scena è stata riproposta più volte durante la partita, rendendo sterile il rombo bianconero.

Se i bianconeri hanno sofferto un possesso palla poco pulito ed efficace, al tempo stesso sono emersi tutti i limiti del bosniaco, incapace di smarcarsi correttamente per favorire una ricezione palla migliore ed al tempo stesso, per attitudine, più portato a difendere in avanti che lo spazio alle proprie spalle, privando così la Juventus di un filtro sulle ricezioni nella trequarti di uno come Banega. Dopotutto la mancanza di Marchisio aveva tolto alla Juventus un giocatore dalle letture difensive eccelse, capace di mantenere l’equilibrio della squadra in vista di transizioni negative. Fino al suo ritorno con la Sampdoria, per la Juventus è stato un continuo alternarsi tra Hernanes e Lemina in cabina di regia, con esiti alquanto negativi. Questo ha fatto sì che Dybala si abbassasse troppo per facilitare l’uscita del pallone, allontanandolo così da zone pericolose dove poter far valere la sua superiorità tecnica.

Contro squadre abituate a difendere il centro col 4-3-1-2 (es. Cagliari, Empoli), la Juventus ha potuto sfruttare al meglio l’utilizzo dell’ampiezza fornita dai due brasiliani Alex Sandro e Dani Alves. Il primo è stato una pedina fondamentale per i bianconeri grazie al suo atletismo e qualità tecniche ben oltre la media, rendendosi pericolo costante in fase offensiva, tanto che Allegri non ha mai rinunciato a lui nella prima parte di stagione, utilizzando Evra come terzo centrale di difesa. Diversa invece la situazione del terzino ex-Barca, più portato a tagliare dentro il campo per agire da regista occulto: questo movimento però non veniva bilanciato da adeguate scalate dei compagni per mantenere l’ampiezza.

Tuttavia sono rimasti gli stessi difetti strutturali: errori di posizionamento con inutili ridondanze ed uno scaglionamento alquanto approssimativo in fase di possesso hanno reso la manovra bianconera molto prevedibile: Madama è stata incapace di dominare il centro mostrando più di una volta una circolazione perimetrale e pertanto poco pericolosa. Inoltre la perdita di un giocatore così dominante dal punto di vista fisico e tecnico come Pogba ha reso difficile accedere all’ultimo terzo di campo in maniera efficace.

Nonostante ciò, la superiorità tecnica dei giocatori bianconeri è stata sufficiente per portarsi a casa le partite. In un periodo di grande confusione tattica, la certezza della Juventus è rimasta la sua difesa: lo si è visto ad ottobre contro il Lione, quando, in 10, la squadra ha portato a casa i tre punti anche per merito di uno strepitoso Buffon.

Altre sconfitte pesanti in campionato contro Milan e Genoa tra ottobre e novembre hanno però evidenziato i difetti dei ragazzi di Allegri. I contemporanei infortuni di Alves, Bonucci e Dybala hanno spinto il tecnico livornese ad utilizzare un 4-3-3 asimmetrico con Rugani al centro della difesa ed un tridente formato da Mandzukic, Higuaín e Cuadrado. Già allora si sono intravisti alcuni principì poi riproposti più avanti col passaggio al 4-2-3-1, come l’attacco dell’area di rigore con due centravanti puri ed una maggiore tendenza all’utilizzo dei cross, sfruttando la presenza di un terzino più classico come Lichtsteiner ed un’ala pura come il colombiano.

È toccato ad Higuain agire come raccordo tra le linee: un compito svolto con grande spirito di sacrificio da parte dell’argentino, autore dei gol vittoria a novembre e dicembre rispettivamente contro Napoli, Roma e Torino. Il recupero graduale di Marchisio ha permesso ad Allegri di schierare anche un 4-3-1-2, con Pjanić in veste di trequartista, con una serie di risultati alquanto positivi per la trasmissione del pallone.

Il recupero di Dybala ha segnato il ritorno al 3-5-2, anche se il match con la Fiorentina ne ha poi decretato la fine. Nella sconfitta del Franchi a gennaio è stato fondamentale l’esecuzione del pressing avversario. Mai come in quella sfida i padroni di casa hanno soffocato le trame di gioco degli ospiti sul nascere, con una precisione ed intensità impressionante, oltre ad un Kalinic autoritario nei duelli aerei. Il 3-5-2 della Juventus si è dimostrato inadatto anche in fase di non possesso, con un atteggiamento spesso passivo e scelte di gioco errate. Dybala e Higuaín si trovavano in inferiorità numerica contro i tre difensori viola, per cui quando la Juventus decideva di pressare, uno tra Sturaro e Khedira, a seconda del lato in cui si sviluppava l’azione, doveva spingersi in avanti per riportare la parità numerica, rischiando di aprire pericolosi spazi alle spalle della prima linea di pressione. Con il passare dei minuti la formazione di Sousa ha cominciato a sfruttare la situazione a proprio favore, tanto che è sembrata che fossero proprio i padroni di casa a farsi pressare appositamente. Lo spazio aperto veniva puntualmente attaccato dai centrocampisti viola, con Kalinic sempre perfetto nel gioco di sponda. Il passaggio al 4-2-4 nella ripresa non ha pagato, perché Bonucci e Chiellini sono continuamente sembrati in affanno palla al piede.

Per una volta, la superiorità tecnica e mentale della Juventus sembra essere venuta meno, a partire dalla fragilità di quella che sembrava essere una sua certezza. Il 3-5-2 era ormai al tramonto e, da lì a poco, Allegri avrebbe dovuto cambiare le cose per non mettere a repentaglio gli obiettivi stagionali.


 

di Kareem Bianchi


Arriva la svolta. Dopo Firenze, Allegri opta per un radicale cambiamento. Nasce la Juventus versione 4-2-3-1.


Nella partita Fiorentina-Juventus, nonostante la squadra di Allegri avesse già perso tre delle ultime otto trasferte, forse per la prima volta in stagione la Juventus palesò evidenti difficoltà tattiche. Il centrocampo a tre della Juventus fu completamente sovrastato dal quadrilatero di Paulo Sousa, trovandosi costantemente in inferiorità numerica e posizionale e il pressing della Fiorentina, unito a diverse coperture preventive, mise in difficoltà la costruzione bassa della Juventus, negando l’accesso ai centrali difensivi e a Marchisio, marcato a uomo in modo asfissiante da Bernardeschi. Anche in fase di non possesso emersero i limiti della Juventus che mostrò problemi strutturali, permettendo alla Fiorentina di trovare l’uomo tra le linee con facilità dopo aver superato la prima linea di pressione. Questa partita segnò l’addio definitivo del 3-5-2 ed il passaggio al 4-2-3-1, usato nella partita seguente contro la Lazio.
L’arrivo di nuovi giocatori come Higuain, Pjanić, Benatia, Dani Alves e Pjaca con caratteristiche non adatte alla formazione usata sin dai tempi di Conte, la mancanza di fisicità a centrocampo e le difficoltà a controllare diverse situazioni all’interno di una gara furono le cause principali per il cambio di modulo. Il 4-2-3-1 permise ad Allegri di schierare tutti i suoi giocatori offensivi (Mandžukić in posizione di ala sinsitra o occupando lo “spazio di mezzo” di sinistra, Cuadrado come ala destra e Dybala come trequartista alle spalle dell’unica punta Higuain) e consentì a Khedira, Pjanić Cuadrado e Dani Alves di rendere al massimo delle loro potenzialità.

La prima prova del nuovo modulo andò alla perfezione, delineando i principi di gioco della Juventus dei mesi successivi: pressing alto orientato sull’uomo alternato a difesa posizionale negando l’accesso a spazi tra le linee grazie ad una distanza minima tra i reparti e i giocatori.

La partita con la Lazio:


La passmap di Juventus-Lazio. Si può notare lo sviluppo del gioco sulle fasce e le nuove posizioni dei giocatori.

In fase di non possesso Higuain e Dybala pressano i due centrali, con quest’ultimo che allo stesso tempo copre la linea di passaggio per Biglia. Intanto gli esterni ed i terzini si alzano sugli esterni bianco-celesti e Pjanić e Khedira accorciano sulla mezz’ala di competenza.
In fase di possesso la manovra si sviluppa principalmente in ampiezza, ed entrambi i gol bianconeri sono frutto della supremazia sulle fasce (determinante anche il posizionamento errato dei giocatore bianco-celesti in entrambe le situazioni).

I gol della Juventus si sviluppano su errori della retroguardia bianco-celeste. Sul primo gol i giocatori della Lazio non seguono il movimento di Dybala. Sul secondo gol Wallace si trova in posizione troppo avanzata per intervenire e De Vrij è in metto ritardo sull’inserimento di Higuain.

Dopo aver raggiunto un vantaggio significativo, come abbiamo visto numerose volte questa stagione, la Juventus tende ad abbassare i ritmi ed a gestire le partite con un possesso senza rischi e difesa posizionale in un 4-4-1-1 (4-4-2).


Il 4-4-1-1 in ampiezza della Juventus.

Sin dal primo impiego del nuovo sistema, il gioco bianconero si è sempre sviluppato principalmente sulla fascia destra (40%), con continue sovrapposizioni dei terzini. Nelle gare successive alla Lazio Dani Alves, tornato dall’infortunio, prendendo il posto di Lichtsteiner e più tardi Cuadrado nell’unidici titolare ha permesso di alzare la qualità in fase di possesso e di aumentare le occasioni da gol create. La fascia di sinistra invece è usata principalmente come lato da sfruttare dopo aver sovraccaricato il lato forte o per superare il pressing attraverso lanci lunghi per Mandžukić, che nella maggior parte dei casi ha un vantaggio fisico notevole sul terzino avversario e riesce a vincere quasi tutti i duelli aerei (3.5 a partita in Champions League e 2.3 in Serie A) mentre Alex Sandro attacca la profondità. I due interni di centrocampo del 4-2-3-1, Khedira e Pjanić, sono diventati fondamentali per il gioco della Juventus, soprattutto grazie ad un rendimento costante e un netto miglioramento rispetto ai primi quattro mesi della stagione. A differenza del 3-5-2, Pjanić è più mobile e riesce a dettare i tempi di gioco servendo con facilità gli inserimenti dei compagni.

Alcuni passaggi di Pjanić per gli inserimenti dei compagni.

Le sue migliori partite sono arrivate nella fase ad eliminazione diretta della Champions League. Contro Porto, Monaco, Barcellona e Real Madrid, ha velocizzato la manovra ed ha consolidato il possesso quando necessario.

Pjanić contro il Barcellona. (di @futbolvideos_)

Il miglioramento è anche dato dal gioco più diretto della Juventus, che mette in evidenza le sue qualità di passatore (2 key passes a partita e 6 assist). Khedira ha un solo compito in fase di possesso: riempire gli spazi lasciati da Dybala con inserimenti senza palla.
Dopo un inizio lento, Dybala è diventato cruciale per la Juve, collegando i reparti tra loro, in particolare il centrocampo e l’attacco. Nel ruolo di trequartista opera tra le linee principalmente nello spazio di mezzo di destra, dal quale può combinare con Dani Alves. Nonostante la preferenza di Dybala a giocare sulla destra, svaria per tutto il fronte offensivo, creando occasioni da gol e rifinendo per i compagni (13 gol e 6 assist dalla partita con la Lazio).
Il cambio di principi di gioco adattato alle caratteristiche dei giocatori ha avuto un impatto più che positivo, sui singoli e nell’organizzazione di squadra. La Juventus è migliorata sia in fase di possesso, con in media il 56% del possesso palla a partita, sia in fase di non possesso, come organizzazione tattica.
In fase difensiva la Juventus è strutturata in un 4-4-2 corto e compatto, coprendo le linee di passaggio e negando gli spazi tra le linee.


Juventus corta e compatta in fase difensiva.

Il “doble-pivote” formato da Pjanić e Khedira, ha il compito fondamentale di proteggere la retroguardia bianconera, e rispetto al 3-5-2, nel quale Pjanić doveva allargarsi sulla fascia per coprire lo spazio lasciato dall’unico esterno, nel nuovo sistema deve soltanto coprire gli spazi centrali insieme a Khedira, il cui compito principale è di garantire copertura. In questo sistema vengono esaltate le qualità di difensore in movimento del centrocampista bosniaco, che ha una media di 1.3 intercetti e 1.7 tackle a partita in tutte le competizioni.
Il giocatore essenziale in fase di non possesso è Mandžukić che spesso agisce da terzino formando una linea a 5 o a 6. Il suo sacrificio instancabile è probabilmente ciò che permette alla Juventus di usare il 4-2-3-1 efficacemente in entrambe le fasi. Il supporto difensivo è particolarmente impressionante ed il croato ha una media di 0.8 intercetti e 1.4 tackle a partita.
Insomma, il momento più importante della stagione è stato quello in cui Allegri ha deciso di cambiare, usando un modulo che prevede un alto dispendio energetico e molto sacrificio, ma che ha permesso alla Juventus di vincere con relativa facilità la Serie A e la Coppa Italia e di arrivare in finale di Champions League. Questa è la squadra di Allegri, un’intuizione geniale che ha reso la Juventus leggendaria.


di Andrea Lapegna


Variazioni sul tema: 4-2-3-1 e 3-4-3


Il passaggio al 4-2-3-1 è stato senza ombra di dubbio la chiave tattica della stagione appena terminata, quell’accorgimento che ha permesso alla squadra di innestare il pilota automatico. Mandati a memoria i principi di gioco che ha richiesto Allegri, i giocatori si sono calati con sorprendente naturalezza nel nuovo vestito, e i risultati sono stati esaltanti sia dal punto di vista delle vittorie che più banalmente sotto il profilo estetico.

In musica viene chiamato fioritura quell’insieme di note con funzione apparentemente riempitiva, ma che riesce invece a limare piccoli difetti e colmare eventuali vuoti in un passaggio di melodia. Spesso sono note appoggiate, frizzantine, e inizialmente quasi solo decorative: da qui il nome fioritura. Non sono strutture portanti, ma possono arrivare a suggerire il mood interpretativo della frase musicale. Nell’ultimo mese e mezzo della stagione, Allegri ha saputo portare una variazione sullo spartito principale del 4-2-3-1. Il modulo era tutt’altro che piatto o monocorde, ma se la transizione fluida al 4-4-1-1 senza palla avveniva con tempi perfetti, la costruzione bassa avrebbe potuto beneficiare di un…abbellimento.

Così, nella semifinale di andata di Champions League Allegri sceglie di scommettere ancora sulla BBC. In molti, leggendo le formazioni e le grafiche prepartita, hanno dato per scontato la presenza di Barzagli come terzino destro classico – seppur bloccato – e la conseguente traslazione delle doti tecniche di Dani Alves in zone più avanzate. In realtà, era un 3-4-3.

Ci sono diverse ragioni che hanno portato a questa variazione, e sono (tutte) incidentali e strutturali allo stesso tempo.

La difesa

Il nuovo assetto a tre in fase di possesso palla consente l’immediato vantaggio di una superiorità numerica e posizionale nei confronti degli attaccanti avversari. Si tratta senza dubbio della caratteristica più importante e preziosa. Non è un caso che Allegri abbia varato questa novità contro il Monaco, squadra che – almeno sulla carta – avrebbe dovuto fare delle transizioni al fulmicotone uno dei suoi migliori cavalli di battaglia; ma non è un caso nemmeno che sia stato ripresentata contro avversari che schierassero due punte più o meno pure (Lazio e Crotone ad esempio).

Quando hanno di fronte una difesa a quattro, le marcature per gli avversari sono scolpite nella pietra, e gli avanti prendono in consegna quasi automaticamente i centrali. In questo modo, oltre al non trascurabile vantaggio di avere un uomo in più in zona palla, le due punte sono costrette a muoversi sulle linee di passaggio piuttosto che sull’uomo: posizioni non immediate e maggior dispendio di energie. Inoltre, e come detto, questo consente una maggior pulizia nel giro palla basso, recapitando così il pallone al centrocampo con una struttura posizionale più chiara.

 

La Juve dietro è in superiorità numerica. Il Monaco decide addirittura di aspettarla

Se poi, malauguratamente, ci si dovesse trovare a perdere un pallone in zone criminose del campo, la transizione sarà assorbita con un uomo in più rispetto a quanto si fa partendo da una difesa a 4. In modo mnemonico, la scalata di Barzagli verso l’out di destra e la contemporanea discesa di Alex Sandro dell’altra parte riconsegnano alla squadra la caratteristica linea a quattro quando gli avversari consolidano il possesso palla.

Gli esterni

Sin dalle prime uscite del 4-2-3-1, le fasce erano state giustamente identificate come le zone cruciali del terreno per lo sviluppo della manovra. In effetti, la Juventus ha mostrato una grande preferenza per il rafforzamento delle catene laterali e ha innalzato quella di destra a propria preferita. La liquidità delle posizioni portata in dote dalla nuova variazione (4-2-3-1 di base, 3-4-3 piatto con palla, 4-4-1-1 senza) ha provocato un reshaping uguale e contrario negli esterni, che adesso sono Alex Sandro e Dani Alves. Il primo ha innegabilmente alzato la propria posizione media, e ha saputo coprire magnificamente Mario Mandžukić quando questi stringeva la posizione grazie alle notorie capacità atletiche; il 25enne non si è fatto pregare per poter trottare su tutta la fascia manco fosse un mezzofondista. Dani Alves invece – che sulla carta partiva esterno alto – ha arretrato il proprio raggio d’azione ma ha al contempo ricevuto in dote la responsabilità dell’intera fascia. Le innate capacità di lettura del gioco lo hanno premiato come partner privilegiato per i duetti stretti sul lato forte.

Passmap della partita-madre, Monaco-Juventus. Non un caso che il migliore in campo fosse stato Dani Alves. 

L’ex Barça infatti ha molto beneficiato del nuovo assetto. È stato sgravato da alcuni compiti difensivi e ha potuto avvicinare la sua azione a Dybala, con cui ha creato non pochi scambi di posizione concedendosi così il lusso di scegliere tracce più interne.

L’attacco

Uno dei difetti strutturali del Monaco di Jardim è la distanza tra i reparti. Ossessionato dalla verticalità, quest’anno Jardim ha lasciato che la sua squadra si allungasse oltre il necessario e ha lasciato i suoi centrocampisti a difendere porzioni di campo troppo ampie dietro di sé (una delle chiavi di lettura degli orribili 180’ di Bakayoko per esempio). Nel 3-4-3 bianconero le due punte esterne sono pensate per stringere il raggio d’azione alle spalle di Higuaín, e solo in determinate situazioni Mandžukić lo ha effettivamente accostato. Allegri ha chiesto così al croato e a Dybala di attaccare quella zona alle spalle del centrocampo, per svariati motivi.

Il primo, immediato, è che se c’è uno spazio di ricezione oltre una linea avversaria ho il dovere di sfruttarlo a mio vantaggio. In secondo luogo, questo scompagina la struttura avversaria: Glik e Jemerson furono chiamati spesso a scegliere se tenere la posizione (e Higuaín) oppure se uscire in avanti e lateralmente, rischiando di aprire voragini per il numero 9 bianconero. Stesso discorso contro la Lazio, dove Wallace avrebbe dovuto sdoppiarsi per coprire il centrocampo su Dybala e al contempo tenere Higuaín. A dire il vero, è una situazione poco futuribile in Italia, dove l’attenzione alle linee strette è capillare, ma si tratta di un principio applicato contro il Crotone e – mutatis mutandis già nella partita di andata con il Barcellona (dove comunque c’era Cuadrado alto). Oltretutto, togliendo un uomo accanto a Dybala, gli si toglie anche un avversario e un possibile marcatore, liberandogli un po’ di campo accanto, situazione di gioco innalzata ad optimum nella fenomenologia allegriana.

Mandžukić invece non ha fatto in tempo ad imparare il set di movimenti atipici che gli veniva richiesto, che ha dovuto subito aggiungere ulteriori dimensioni al proprio gioco. Non è stato raro vederlo ricevere nel corridoio interno di sinistra, portare palla, addirittura temporeggiare e aspettare l’avanzata di Sandro o Higuaín per cercare l’imbucata. Una dedizione alla causa da applausi.

In conclusione, chi auspicava una linea a tre dietro al nuovo centrocampo a due (come il sottoscritto) è stato accontentato. L’intuizione del 3-4-3, per quanto d’utilizzo episodico, ha permesso una maggiore consapevolezza dietro e secondo me anche una distribuzione posizionale sul terreno più omogenea. Sarà difficile vederne un’applicazione costante nel corso della prossima stagione, ma si tratta pur sempre di un’ulteriore freccia all’arco di Allegri.


di Francesco Federico Pagani


L’approfondimento finale sui giocatori che hanno inciso maggiormente in questa Juventus 2016-2017.


Delle varie evoluzioni compiute dalla Juventus nel corso della stagione appena terminata abbiamo parlato lungamente sin qui. Ora tocca quindi concentrarci sugli attori della sceneggiatura scritta da mister Allegri: tanto i nuovi protagonisti quanto gli accorgimenti che ha dovuto compiere chi già c’era.

Dybala e Mandžukić

Chi più di tutti ha dovuto adattarsi al nuovo spartito composto dal tecnico toscano sono stati indubbiamente due dei quattro tenori offensivi della squadra: la Joya Dybala e Street Fighter Mandžukić. Inseriti rispettivamente come trequartista ed attaccante esterno sinistro del 4-2-3-1 di cui si è ampiamente parlato sopra, il fiorettista di Laguna Larga ed il corazziere di Slavonski Brod si sono ritrovati ad essere allontanati di molto dal fulcro dell’area avversaria, dovendo servire diversamente la causa bianconera.

L’ex Palermo è un giocatore che, come dissi nel long form dedicatogli lo scorso agosto, non doveva essere sfruttato centravanti come in rosanero, ma più seconda punta. Nel cercare l’equilibrio migliore per la squadra però Allegri ha dovuto allontanarlo ulteriormente dalla porta, schierandolo in posizione centrale tra le linee. Mancino naturale, Dybala ha quindi aperto spesso la propria posizione sul centro-destra del fronte offensivo, zona da cui poter tagliare verso l’area di rigore e dove, in presenza di Dani Alves sull’esterno basso, dialogare al meglio con uno dei giocatori più di manovra dell’intera rosa.

Uno sbilanciamento della manovra che come già ben sottolineato da Kareem è servito anche come arma tattica: concentrare il gioco a destra per attaccare poi il lato debole con i cambi di fronte per Mandžukić, specialmente in taglio, o per le sovrapposizioni di Alex Sandro. Più in generale il ruolo di Dybala è stato comunque importante per legare i reparti di centrocampo ed attacco. Forse non il trequartista puro che in passato pare avesse chiesto Allegri, ma di certo un giocatore di grandissima qualità capace di scendere verso la metà campo, fraseggiare, farsi consegnare palla, creare superiorità numerica centralmente, strappare palla al piede, rifinire, calciare dalla media e molto altro ancora. Anche le statistiche raccolte in campionato ci vengono a supporto per delineare il ruolo più da centrocampista offensivo che non da secondo violino del talento argentino. Che da una stagione all’altra è passato dal fare 30.1 passaggi, 1.7 lanci e 1.5 cross (sintomo del fatto che col 3-5-2 le fasce erano più libere e le possibilità di allargarsi maggiori) a partita al farne rispettivamente 35.7, 2.4 e 0.9. Anche il numero delle reti segnate ben tratteggia l’arretramento di posizione di Dybala, che allontanato dalla zona rossa è riuscito ad incidere meno dal punto di vista quantitativo: 19 i timbri realizzati lo scorso anno in campionato, solo 11 in questa stagione (a fronte di trecento minuti giocati in meno). Difensivamente parlando l’importanza della Joya è stata invece espressa in duplice modo, a seconda delle situazioni di gioco. Come già espresso da Kareem il talentino di Laguna Larga si è alternato da punta con la squadra chiusa a 4-4-2 o da trequartista nel 4-4-1-1. Da questo punto di vista l’apporto di Dybala è comunque cambiato poco rispetto alla stagione scorsa. A lievitare in maniera minimamente importante sono stati gli intercetti, passati da 0.4 a gara agli 0.7 del campionato appena concluso.

Il centravanti croato ha invece messo ben in mostra tutti i motivi per cui senza essere considerabile un “top di gamma” sia un giocatore quasi irrinunciabile per un allenatore, a meno di non voler abdicare alla razionalità. La sua posizione di esterno sinistro della trequarti offensiva è stata infatti a lungo l’arma in più del club torinese, che ha fatto leva sul prezioso apporto dell’ex Bayern Monaco per raccogliere i brillanti risultati messi in cascina in stagione. In fase di possesso Mandžukić è stato utile soprattutto come doppio centravanti capace di attaccare l’area di rigore e rappresentare una seconda presenza importante all’interno di essa. Una mossa che per certe difese è stata letale, se è vero che lanciato in velocità ha saputo attaccare la porta come un’onda inarrestabile, uno tsunami per molti malcapitati difensori avversari che si sono fatti travolgere dalla sua foga senza riuscire a porre un freno ai suoi tagli verso il centro.

Un’arma tattica, questa, che ha avuto una doppia valenza: mentre l’attacco alla profondità in taglio ha spesso messo in crisi il centrodestra delle difese avversarie, la necessità del terzino di venire dentro all’area per seguire il movimento della punta croata ha aperto voragini sulla fascia, dando la possibilità all’esterno sinistro difensivo di turno di scendere con grandi spazi a disposizione, almeno quando l’esterno alto opposto non riusciva a metterci una pezza. In fase di non possesso, invece, Mandžukić è stato semplicemente il vero uomo in più, almeno parzialmente inaspettato, del club bianconero. Le sue grandissimi doti organiche gli hanno infatti permesso di percorrere quella fascia centinaia di volte con grande intensità ed efficacia. Fisico e potenza abbinati a grande resistenza allo sforzo, che shakerati con la sua grande sagacia tattica l’hanno reso una sorta di ala tornante di foniana memoria: un Gino Armano dei tempi moderni, in grado di abbinare alle sue innate qualità offensive anche quell’apporto necessario a non squilibrare la squadra con palla in possesso agli avversari.

DANI ALVES

Il giorno in cui la Juventus annunciò l’ingaggio del terzino nativo di Juazeiro furono tre le motivazioni – più che valide – che individuai a sostegno del suo acquisto:

  • esperienza internazionale con pochi pari;
  • qualità tecniche senza pari (per il ruolo);
  • possibile duttilità tattica.

Il primo aspetto, immateriale, si è comunque rivelato in tutto il suo splendore sul rettangolo verde. El Tarántula ha dimostrato di essere il classico sportivo capace di elevare il proprio livello di gioco all’aumentare della pressione. Quando è servito il cambio di passo lui c’è stato, e dopo aver iniziato in maniera non brillante la stagione ha fatto un deciso salto di qualità quando la stessa è entrata nel vivo. Il secondo si è espresso a sua volta almeno in una trinità di situazioni. In primis la qualità di palleggio che ha saputo aggiungere, sulla sua fascia, nell’uscita del pallone dalla difesa. L’upgrade rispetto a Liechtsteiner è stato – prevedibilmente – quasi imbarazzante. Poi, come detto in precedenza, i dialoghi stretti con Dybala. A prescindere da ogni altra considerazione una delizia per chiunque abbia anche solo un vago gusto estetico applicato al calcio. Infine la sua capacità di rendersi utile in più posizioni di campo: terzino puro di una difesa a quattro, fluidificante con Barzagli alle sue spalle a giostrare tra la posizione di laterale e quella di esterno destro, ala più o meno pura in occasioni più rare ma tutte comunque griffate dalle sua qualità di tocco.

(Heatmap Monaco-Juve)

Pjanić

Il Pianista è stato uno dei principali protagonisti dell’evoluzione tattica della Juventus dell’ultimo campionato. L’unico nuovo acquisto che è stato investito in maniera davvero importante dal lavoro di modellazione portato da Allegri. Che le cose non potessero funzionare per come erano iniziate, come dissi anche in uno dei podcast di AterAlbus cui partecipai ad inizio stagione, sembrava abbastanza chiaro. Pjanić non era né poteva essere il sostituto di Pogba da un punto di vista tecnico, tattico, né tantomeno fisico-atletico. Con la mancata chiusura dell’arrivo di uno tra Matuidi e Witsel, però, il bosniaco si è trovato a giocare l’inizio di stagione, dopo essere stato provato da centrale in precampionato, come mezz’ala di sinistra. Una soluzione che però, come già ben illustrato in apertura di pezzo da Luca, ha portato diversi scompensi sia alla squadra che al giocatore, che è sempre parso non trovarsi a proprio agio in quella posizione di campo (non un caso che la prestazione migliore d’inizio campionato la registrò come interno destro contro il Chievo, con Cuadrado a fargli da guardaspalla sull’esterno consentendogli di non doversi allargare perdendosi via).

Il salto di qualità nella sua stagione è quindi coinciso proprio col cambio di modulo. Laddove Cuadrado, Dybala e Mandžukić si sono rivelati fondamentali per la costruzione di un equilibrio proattivo su cui la Juventus ha costruito gli ottimi risultati di stagione, Pjanić è stato invece il giocatore che ha beneficiato di più del passaggio al 4-2-3-1.

Heatmap vs. Bologna

Abbandonato il ruolo da mezz’ala sinistra per quello da interno ha condotto in porto in scioltezza una stagione che l’ha visto non doversi più perdere nel coprire anche l’esterno del campo, a quel punto territorio di competenza di Sandro e dell’attaccante croato. Come illustrato con tanto di immagini da Kareem l’aver scaricato su altri il compito di presidiare la fascia sinistra ha permesso all’ex romanista di concentrarsi sul corridoio sinistro del centro del campo, con la citata esaltazione delle sue capacità di difesa in movimento. Trovatagli una collocazione consona Pjanić è ovviamente cresciuto molto anche in fase di possesso, potendo esaltare le proprie capacità di regia mobile: dinamicità, dominio della palla, visione di gioco e quel pizzico di combinazione motoria capace di fargli saltare l’uomo per servire poi il compagno meglio piazzato che hanno arricchito di qualità la manovra bianconera.

HIGUAIN

Partiamo dalla fine. Partiamo dai numeri. 32 reti stagionali (di cui 24 in campionato) in 55 gare, con una media di un centro ogni 140 minuti (124 parlando solo di Serie A). Un risultato eccellente se pensiamo che tra i calciatori con almeno cinquanta presenze ce ne sono solo cinque che sono stati capaci di avere una media gol/minuti migliore del Pipita (segnatamente Hirzer, Pastore, Hansen, Sivori e Trezeguet).

Volendo potrebbero bastare queste poche righe a spiegare l’impatto che l’ex centravanti del Napoli ha avuto sulla Juventus. Andando un pochino più in profondità però si può dire anche altro. Higuain è una punta diversa dai due calciatori che occupavano la posizione di centravanti nel corso della stagione precedente al suo arrivo, Mandžukić e Morata: non ha la fisicità del primo né il passo in allungo del secondo. Però è una vera e propria macchina da gol. Un centravanti dotato di una cattiveria sotto porta con pochi pari. Un giocatore che sente la porta, capace di calciare nello specchio da qualsiasi posizione anche da bendato. Così se la Juve ha perso centimetri e velocità ha guadagnato, e molto, in fiuto del gol. Higuain si conferma infatti un killer implacabile nei pressi dell’area di rigore. Funge da riferimento offensivo per la squadra ed agisce come finalizzatore implacabile negli ultimi sedici metri. Segna poco di testa (un centro in campionato) e molto di destro (diciotto), non disdegnando nemmeno l’uso del mancino (cinque reti in Serie A). Calcia un totale di 134 volte, di cui 105 da dentro l’area di rigore, con una percentuale di accuratezza del 60% (solo Immobile fa meglio tra i primi dieci giocatori per tiri tentati, col 61%). E’ inoltre il quarto centravanti del campionato per numero di passaggi effettuati: 756 totali, ma con una accuratezza dell’83% (ovvero molto meglio di Džeko, Immobile e Petagna), e con 36 passaggi chiave e 3 assist.

La sua gamma di movimenti è completa: sa attaccare la profondità, saltare un uomo per crearsi lo spazio per il tiro, tagliare sul primo palo, aggredire il secondo, attaccare il difensore sia in anticipo che alle spalle, dialogare coi compagni, fungere da sponda. Strutturato sì da reggere i contrasti spalla a spalla contro gli avversari più ostici, bravo nelle letture delle azioni, dei movimenti di compagni ed avversari oltre che degli spazi, attento e rapace sulle respinte, ottima consapevolezza del proprio corpo e del come usarlo.

Un puntero completo sotto ogni aspetto, che a Torino ha confermato pregi e difetti del suo essere mettendo a segno quella valanga di gol di cui si è detto. In questo senso vi basti pensare che era dalla stagione 2001/2002 che un giocatore in maglia bianconera – all’epoca Trezeguet – non siglava 32 reti in una stagione.


 

di Davide Terruzzi


Cosa servirà alla Juventus 2017-2018?


Se siete sopravvissuti e siete arrivati fino a qui, vi faccio i miei complimenti e son pronto a offrirvi una birra quando passate dalle mie parti. Gli altri amici che compongono la nostra redazione hanno decritto un’intera stagione, analizzando tutti i cambiamenti, le mosse, le evoluzioni compiute per portare nuovamente la Juventus alla vittoria. Per alcuni, l’ennesima finale di Champions League persa oscura il cammino compiuto in Europa e i trofei alzati in Italia; un ragionamento scorretto, perché nonostante una delusione forte non si può smettere di elogiare una squadra che ha vinto nuovamente tutto tra le mura domestiche ed è arrivata in fondo in Champions per la seconda volta in tre anni. I successi ottenuti in questa stagione sono soprattutto merito di Massimiliano Allegri: il tecnico livornese ha il grande merito di aver trovato un sistema in grado di creare l’ambiente adatto per la formazione delle connessioni tecniche e tattiche tra i giocatori. Non era però il modulo sulla base del quale era stata costruita la rosa; progettata per la difesa a 3 (e le tante soluzioni in difesa lo dimostrano chiaramente), la Juventus è passata a un centrocampo a 2 per il mancato arrivo di un centrocampista di valore inseguito vanamente sia in estate che in inverno. Un po’ quanto successo due anni fa, quando Allegri, dopo aver abbandonato il 3-5-2 nella stagione precedente, è stato abile a ripescarlo adattandolo alle caratteristiche dei nuovi acquisti.

Restano però delle costanti nel gioco della Juventus. I bianconeri non possono migliorare nella fase di non possesso: la difesa posizionale è magistrale, la fluidità diventata una costante con la squadra capace di giocare adattandosi alle caratteristiche degli avversari. Sempre brava a far giocare alla rivale di turno la partita che non vorrebbe disputare, la Juventus lascia però l’impressione di non poter più migliorare sotto questo aspetto, perché è arrivata al massimo livello d’eccellenza. In cosa può migliorare allora? Nella fase di possesso assecondando quel cambiamento che è stato impostato a gennaio: una squadra più tecnica, capace di difendersi col pallone, sicura nel superare il pressing avversario, con una maggiore varietà di soluzioni offensive e di fonti di gioco, con una panchina che permette all’allenatore di poter gestire a proprio piacimento risorse, nonché la possibilità d’incidere coi cambi durante le partite. Non è mai una semplice e banale questioni di moduli o di formule magiche, ma di qualità e utilità degli interpreti. Una Juventus che ha perso contropiedisti in grado di risalire velocemente il campo, deve sempre più utilizzare transizioni brevi e contropiede in situazioni di campo aperto sfruttando la tecnica e il dinamismo dei giocatori.

Allegri ha firmato fino al 2020. È il segno di una volontà programmatica a lungo termine. La Juventus è da sempre stata una società priva di una precisa identità tecnica. Conta vincere, giustamente. Il tecnico livornese si è guadagnato, come molto probabilmente era già nei piani dirigenziali, l’opportunità d’iniziare una stagione senza dover ripartire dopo una rivoluzione estiva e di poter incidere sulla costruzione della squadra indicando non giocatori ma le caratteristiche della squadra che vorrà avere tra le mani.