Cristiano Ronaldo, storia intima di un mito globale – Intervista a Fabrizio Gabrielli7 min di lettura

Dopo aver finito di leggere “Cristiano Ronaldo – Storia intima di un mito globale” di Fabrizio Gabrielli mi sono chiesto quale sia il vero volto del fuoriclasse portoghese. E l’ho chiesto all’autore.


Qual è il suo vero volto? Quello del figlio viziato che dall’Old Trafford prima e dal Bernabeu poi ha dominato il mondo calcistico o quello del fratello maggiore sbarcato a Torino per aiutare i compagni della Juventus a conquistare di nuovo la Champions League? Se, dopo quasi due anni, sono ancora molti i “puristi” bianconeri che fanno fatica ad accettare completamente l’arrivo di Ronaldo alla Juventus, è normale chiedersi come mai Fabrizio – tra le altre cose vicedirettore dell’Ultimo Uomo, appassionato di calcio sudamericano e tifoso romantico –  abbia scelto di scrivere un libro su di lui. “Dobbiamo scendere a patti con il fatto che la narrazione sportiva si plasma sui tempi a cui appartiene” mi dice al telefono, mentre cerco di respingere i primi sintomi dell’ennesimo male di stagione. “Il calcio delle bandiere ha segnato un’epoca ma è un tema un po’ passatista. Anche per questo ho deciso di scrivere un libro su Ronaldo, che è uno dei calciatori più anti-poetici che la storia di questo sport ci abbia mai fornito”.

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Conoscendo un po’ il tuo percorso ed i tuoi gusti calcistici, la decisione di scrivere un libro su Cristiano non è banale. Me la spieghi meglio?

Non sempre sono gli autori a scegliere gli argomenti dei loro libri. A volte accade il contrario. Nel mio caso, da tempo avevo attorno una nube di pulviscolo “ronaldiano”. Avevo bisogno di una porta che, chiudendosi, facesse depositare tutta questa polvere. E così è stato. Con questo libro ho cercato di uscire dalla mia zona di comfort, volevo raccontare una storia seguendo canoni non tradizionali, descrivendo una figura molto grande in maniera diversa. All’inizio ho anche pensato che scrivere di un calciatore su cui è già stato detto tutto fosse rischioso. Riflettendoci meglio, però, ho capito che c’era margine per eviscerare tematiche non ancora chiare. C’erano ancora domande da farsi per cercare delle risposte nuove.

Cosa significa? Avevi un’idea di Ronaldo che è cambiata mentre scrivevi il libro?

C’è stata una grande evoluzione. Inizialmente Ronaldo mi sembrava inscalfibile, una sorta di blocco monolitico. Però intravedevo fenditure in cui calarmi alla ricerca di qualche piccola sacca di empatia, di vicinanza. Durante i nove mesi di scrittura, il mio approccio al personaggio è cambiato. Sono riuscito ad entrare in un rapporto più empatico con lui e ho cominciato a comprenderlo meglio. Non a giustificarlo ma sicuramente a capirlo e in qualche modo a trovare dei punti di vicinanza. Il tema principale di questo libro sarebbe dovuto essere l’impatto che Cristiano ha avuto sull’immaginario collettivo. In realtà, pur scrivendo un libro su di lui, ho finito per scrivere un libro sulla sua percezione e su di me, uno scendere a patti sull’impatto che lui ha avuto su di me.

Che peso ha avuto la sua decisione di venire alla Juventus nell’evoluzione di cui parli?

Il fatto che abbia scelto di trasferirsi in Italia ci ha permesso innanzitutto di vederlo un po’ più da vicino e poi, soprattutto, di constatare quel tipo di mutazione che è avvenuta in lui. Scegliere di giocare in Serie A è stato sicuramente un downgrade d’ambizione. Secondo me, però, quella alla Juve era una tappa necessaria per la sua carriera, che serviva dopo aver raggiunto l’highest peak di Madrid. A Torino, Ronaldo ha deciso di ricoprire un ruolo che non è più quello del figlio viziato ma quello del fratello maggiore. Alla Juventus ha scelto di inaugurare la tappa conclusiva della sua carriera, quella della “riabilitazione umana”. Mi sono chiesto spesso quanto senso avesse scrivere un libro su un giocatore la cui storia, di fatto, non è ancora stata scritta del tutto. In realtà credo che il processo di costruzione della sua parabola narrativa sia già bello che definito. Cristiano potrà continuare altri due, tre, cinque anni ma a mio parere l’impianto narrativo che lui ha voluto dare alla sua storia è già nel suo stadio finale.

Nel libro scrivi che è Ronaldo ad aver voluto dare questo tipo di narrazione alla sua carriera. Cristiano ha modellato il suo destino, non lasciando mai nulla al caso. E’ stato solo merito suo o è stato anche fortunato?

Secondo me la sua più grande fortuna è stata quella che gli si apparecchiasse la tavola in modo che la sua storia diventasse super-coerente con il personaggio che desiderava diventare. Nel corso della sua carriera è stato spesso incanalato da chi gli stava attorno: la madre, Jorge Mendes e sir Alex ne hanno spesso aggiustato il karma. Paradossalmente, l’esplosione egocentrica che Cristiano ha avuto a Manchester non è stata una cosa che Ferguson ha contrastato, anzi. E’ servita per farlo lievitare dal punto di vista caratteriale. Allo United lo hanno aiutato ad ingigantire il suo carisma. Queiroz, che era lo spin doctor di Ferguson, è stato decisivo nella sua evoluzione calcistica. Ha contribuito a renderlo un giocatore unico.

Nel tuo libro sostieni che Ronaldo ha inventato un nuovo tipo di calciatore. Cosa intendi?

Oggi la percezione che abbiamo di Cristiano è unica: se parliamo di Messi, in qualche modo pensiamo a Maradona. Se pensiamo a Ronaldo, invece, non ci viene in mente nessuno a cui paragonarlo. CR7 ha cristallizzato una serie di topos che appartengono a giocatori diversi, creando un prototipo di calciatore unico, una sorta di Frankenstein 2.0. Con lui è nato un nuovo tipo di calcio, quello della cibernizzazione, della massimizzazione del profitto, del calciatore “macchina”.

Come viene percepita dal pubblico questa unicità?

La maniera in cui Cristiano trasmette se stesso non lascia spazio all’immedesimazione. Perché ci sta simpatico Messi? Perché lo troviamo fallibile. Messi vomita prima di entrare in campo e ha la stessa ansia, la stessa pressione psicologica che abbiamo noi prima di andare al lavoro per presentare una relazione importante o prima di uscire con la ragazza che ci fa impazzire. Ronaldo invece profonde sicurezza in se stesso. E lo fa in un modo così auto-celebrativo da risultare antipatico. Io penso che lui sia così per una ragione molto più contorta, quella della ricerca dell’accettazione degli altri. Una vera maledizione, una sorta di punizione di Tantalo, il dover sempre cercare qualcosa che potremmo non raggiungere mai. Ecco, nella sua narrazione gli va dato atto anche di questo. Ronaldo non è solo un semplice calciatore: è uno degli atleti più importanti dell’ultimo ventennio ed è riuscito a rimanere al top senza mai crollare psicologicamente.

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Da un punto di vista tecnico, la Juve ha fatto l’investimento giusto? Nel libro hai scritto che i bianconeri lo hanno comprato anche e soprattutto perché “la Champions League lo avrebbe dovuto seguire a Torino come un animale ben ammaestrato”.

Acquistando Ronaldo fai un doppio colpo, tecnico e di marketing. Di certo, la Juventus lo ha comprato per giocare partite come quella della stagione scorsa contro l’Atletico Madrid, un match in cui con la sola forza del pensiero Cristiano ha spostato i massi. Oggi, da un punto di vista tecnico, i risultati del suo acquisto sono sotto gli occhi di tutti.

Leggendo il libro ho avuto l’impressione che ti divertissi a scriverlo. Mi sbaglio?

No, hai ragione. Mi sono divertito perché Cristiano è il più anti-epico dei personaggi, la sua storia non ha veramente nulla di tutte le narrazioni classiche. Non ha il rise and fall, non ha la problematica che ne rende oscura una parte della carriera, non ha problemi con i soldi. Cristiano è l’epitome del capitalismo, ha costituito la partita doppia del talento. E quando tra 70 anni analizzeremo le carriere di altri calciatori che non hanno nulla di poetico, sapremo che il primo ad aver inventato questo tipo di percorso è stato lui.