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Il Diego che non ebbe tempo di esserlo

Il 9 maggio 2012, allo Stadio Nazionale di Bucarest, con cinque minuti ancora da giocare della finale tutta spagnola di Europa League tra Atletico Madrid e Athletic Bilbao, Diego Ribas da Cunha prende palla sulla trequarti offensiva e comincia a correre. Tra lui e la porta di Gorka Iraizon ci sono trenta metri e la coppia Martinez-Amorebieta: Diego resiste al recupero di Toquero, si allunga il pallone sulla sinistra con il suo solito ritmo sincopato fatto di tocchi brevi, rapidi e ravvicinati, entra in area, rallenta per attirare l’uscita del difensore e crearsi lo spazio per la conclusione con la sua classica hesitation, salta secco Martinez e chiude di sinistro in diagonale sul palo opposto. È la rete del 3-0, che chiude una partita di fatto già chiusa dalla doppietta di Radamel “El Tigre” Falcao, eppure il fantasista da Ribeirão Preto la celebra come se fosse la più importante della sua vita, correndo a perdifiato verso lo spicchio di tribuna riservato ai tifosi colchoneros e inginocchiandosi mentre si tiene la testa fra le mani, al limite (e forse oltre) delle lacrime. Dalla sua ultima partita in campionato con la maglia della Juventus – 70′ in una sconfitta interna contro il Parma, con doppietta di Lanzafame – sono passati appena due anni. Praticamente ieri. Oppure tanto tempo fa.

Fenomenologia di un trequartista

La Juventus che, il 26 maggio 2009, ufficializza l’acquisto di Diego dal Werder Brema per quasi 25 milioni di euro, è una squadra in profondo rinnovamento e che, dopo il ritiro di Pavel Nedved e con un anno in più a gravare sulle carte d’identità di Alessandro Del Piero e Mauro German Camoranesi, ha assoluta necessità di nuovi leader tecnici ed emotivi nell’ultimo terzo di campo. Da questo punto di vista il profilo del ventiquattrenne paulista – che pure aveva attirato le attenzioni del Real Madrid in un dimenticabile Real-Werder del 18 settembre 2007 – sembra essere quello ideale: Diego è un trequartista moderno, dal baricentro basso e fisicamente ben strutturato, che compensa la naturale inclinazione al tocco in più – soprattutto con la suola, una move molto zidanesque per applicazione, tempismo ed esecuzione – con la contro-intuitività delle sue giocate.

Un brasiliano atipico, la cui genialità si estrinseca sulle tracce geometricamente perfette e in linea retta su cui viaggiano i suoi assist per le punte, che adora strappare palla al piede in conduzione e che ha nella continuità e solidità delle sue prestazioni lo strumento per smentire stereotipi e luoghi comuni sul “genio e sregolatezza” dei calciatori sudamericani di talento: 54 gol e 42 assist in 132 gare con i bianco-verdi di Brema, una Coppa Uefa da dominatore – 6 gol e 1 assist in otto partite, 4 solo all’Udinese tra andata e ritorno dei quarti di finale – nonostante la finale saltata per squalifica (ricorda qualcuno?), la palma di miglior giocatore della Bundesliga 2006/2007, stagione in cui realizza una rete da 60 metri contro l’Alemannia Aachen che diventa il biglietto da visita lasciato sulla scrivania dei dirigenti dei grandi club di tutta Europa.

Per questo il colpo sembra essere di quelli destinati a cambiare a lungo termine le sorti e le prospettive di una squadra desiderosa di riprendersi il posto che le spetta nell’élite del calcio italiano ed europeo. Tanto più che Ciro Ferrara – confermato in panchina sull’onda lunga dell’idea che chiunque possa diventare per il club in cui ha militato da calciatore ciò che Pep Guardiola è già diventato per il Barcellona campione di tutto – gli affida fin da subito le chiavi dell’intera fase offensiva: Diego è il vertice alto del rombo di centrocampo di una squadra che, complice i problemi fisici di Del Piero – il capitano rientrerà in pianta stabile nelle rotazioni solo a fine novembre a causa di ripetuti problemi muscolari alla coscia sinistra – e in attesa di capire quanto sia giustificato l’hype attorno a Sebastian Giovinco, deve puntare sull’anacronismo del doppio centravanti (Amauri-Iaquinta con Trezeguet primo cambio), riciclando Camoranesi come mezzala di possesso e puntando molto sulle qualità di spinta di Grosso e De Ceglie sul lato in cui agisce un giovane e duttilissimo Claudio Marchisio, abile a riciclarsi anche come esterno sinistro nel 4-4-2 in fase di non possesso.

Tutto finalizzato alla realizzazione di quel calcio basato sulla «qualità tecnica abbinata ad una condizione fisica adeguata» promesso in quest’intervista a Repubblica nei giorni della sua conferma dopo l’appendice delle due vittorie in altrettante partite, buone per ottenere i sei punti che valgono la matematica certezza di un posto in Champions League, sul finire di 2008/2009.

Diego si presenta al calcio italiano con un’insolita maglia numero 28 “alla Zamorano”, un gol nel Trofeo Berlusconi e un assist per la rete decisiva di Iaquinta nella prima giornata di campionato contro il Chievo, prima di far credere alla Juventus, alla Serie A, al mondo, di essere davvero “the next big thing” dopo Lionel Messi e Cristiano Ronaldo, i naturali deuteragonisti con i quali spartirsi allori e Palloni d’Oro dei successivi dieci anni.

Quello che accade allo Stadio “Olimpico” di Roma il 30 agosto 2009, in effetti, può essere considerato tanto il caso più clamoroso di allucinazione collettiva della storia recente, quanto la dimostrazione pratica di come la volatilità emotiva di un contesto possano influenzare il modo di raccontare, in un senso o nell’altro, una squadra e un calciatore. Di certo, al 90′, non c’è un solo tifoso juventino sulla faccia della terra che non sia pronto a scommettere di trovarsi di fronte a uno dei giocatori più forti del mondo. Un giocatore che, in casa della prima fra le contender dell’Inter di Mourinho – che ha già fatto capire le sue intenzioni con il 4-0 al Milan nel derby del giorno prima -, domina a piacimento imponendo il suo ritmo, il suo calcio: al 25′ ha già segnato il suo primo gol in bianconero, rubando palla a metà campo allo sciagurato Cassetti, resistendo al rivedibile tentativo di contrasto di Riise e beffando Julio Sergio Bertagnoli con la specialità della casa, il tocco d’esterno in controtempo; nella ripresa, invece, gli servono altri 23 minuti per ricevere palla dopo il velo di Iaquinta, disorientare Mexes con un doppia finta di corpo, entrare in area, e scaricare in rete un destro stilisticamente non impeccabile ma terribilmente efficace. La rete dell’1-3 finale di Felipe Melo – «la Juve brasiliana vola in vetta alla classifica» dice Maurizio Compagnoni che commenta la gara per Sky – è l’appendice perfetta di una partita in cui Diego si assume oneri e onori dell’essere il nuovo profeta chiamato a portare la Juventus alla terra promessa. Oneri e onori che finiranno per schiacciarlo, anzi travolgerlo. Ma, in quel momento, non lo sa. Nessuno può saperlo.

Nell’esultanza dopo la seconda rete di Diego si vedono lui, Amauri e Felipe Melo correre sotto lo spicchio di Curva Nord destinato ai tifosi bianconeri. Lì c’è stato a chi ha pensato a una grande Juve alla brasiliana e chi mente

2+8 non fa sempre 10

La narrazione, orale e scritta, di quella stagione, vede in quella partita l’apice della carriera di Diego oltre che una sorta di “inizio della fine” individuale e collettivo che porterà a bollarlo come flop senza possibilità di appello. La realtà, invece, non sta tanto e non sta solo nei numeri – 7 gol e 16 assist (11 solo in campionato) in 44 presenze complessive secondo Transfermarkt – ma nel modo in cui le spesso buone prestazioni del numero 28 non siano riuscite ad avere impatto in un contesto tecnico e tattico totalmente disfunzionale. Nel 2014, in un’intervista concessa al portale brasiliano Lancenet, Diego dirà che «alla Juventus, avevo più responsabilità degli altri, anche per via del contratto che avevo firmato e di quanto ero costato. Ho giocato tanto da titolare e non credo sia andata così male. Ma mancavano i risultati e allora si guardava all’investimento fatto su di me», ribadendo come fosse il giocatore giusto nel posto e nel momento sbagliato, in una squadra che per accelerare il suo processo di risalita aveva finito con lo sbandare alle prime difficoltà.

Difficoltà che si presentano sotto forma di due pareggi – piuttosto casuali a dire il vero – contro Bologna e Genoa dopo quattro vittorie nelle prime quattro partite e che aprono una crisi senza fine che fagocita tutto e tutti. Delle 11 partite di campionato disputate fino alla sosta natalizia – 17 contando un abbordabilissimo girone di Champions chiuso al terzo posto dietro Bayern Monaco e Bordeaux -, la Juventus ne perde cinque, con l’apice del tragicomico 1-2 interno contro il Catania del 20 dicembre in cui Diego, che la settimana prima a Bari aveva spedito nella stratosfera il rigore del possibile 2-2 contro la squadra di Ventura e Almiron, comunque si segnala per l’assist del momentaneo 1-1 a Salihamidzic. Il punto è proprio questo: il brasiliano, che in questa striscia negativa riesce a trovare il gol solo in occasione del 5-2 di Bergamo contro l’Atalanta di inizio novembre – un bel tocco d’esterno sinistro che prende Consigli in controtempo -, non gioca male in senso assoluto ma non riesce a emergere dalla mediocrità generale di una squadra che, a gennaio, è già fuori da tutto. Anche perché se da un lato Diego non è, anzi non può essere, la soluzione dall’altro non è neanche il primo problema di un gruppo logoro – Cannavaro, Grosso – o inadeguato – Felipe Melo, Tiago e, progressivamente, Amauri – in alcuni dei ruoli chiave.

Come spesso succede chi paga per tutti è l’allenatore. Il 29 gennaio, il giorno dopo la sconfitta a San Siro in Coppa Italia contro l’Inter – rete di Diego su paperissima di Toldo, prima che Lucio e Balotelli ribaltino il risultato nell’ultimo quarto d’ora -, la quarta consecutiva dopo quelle contro Milan, Chievo e Roma in campionato, Ciro Ferrara viene esonerato: al suo posto arriva Alberto Zaccheroni che, pur mantenendo un 4-3-1-2 che aveva già dimostrato di non pagare i dividendi sperati, ha almeno il merito di riuscire a mettere Diego in condizioni migliori per esprimersi. Contro il Genoa fornisce a Del Piero un assist di tacco espressione di ciò che poteva essere e non era stata quella connection che i tifosi così tanto avevano sognato e così poco avevano visto; a Bologna segna di volontà la rete dell’1-0 in mezzo a cinque maglie rossoblù; a Firenze realizza uno dei gol più belli della sua carriera con un trick da “menino da vila” (Belmiro, ovviamente) prima del colpo di suola a saltare Frey e depositare nella porta sguarnita.

Se vi è piaciuto questo gol di Totti contro il Torino non potrà non piacervi questo di Diego. Menzione d’onore per l’assist visionario di Antonio Candreva, quando era ancora uno dei giocatori più promettenti del panorama italiano

Si tratta dell’istantanea ideale della stagione di Diego nella Juventus, l’attimo in cui si comprendere che se qualcosa è andato storto non è stato per colpa sua. Il motivo è da ricercarsi in quello che Del Piero, nel suo 10+, ha definito come

«quel momento lì [quando] stai per fare una cosa e i tuoi avversari non sanno cosa farai, i tuoi compagni non sanno cosa farai, e soprattutto non lo sai neanche tu: lì il calcio non è più uno sport di squadra, e sei solo con la palla che sta arrivando. In quel momento conta enormemente come stai, come ti senti fisicamente, che motivazioni hai; conta il lavoro che hai svolto in allenamento, conta se senti o no la stima dell’allenatore e dei tuoi compagni, conta come ti va la vita privata, conta tutto»

Se Diego non fosse un calciatore in pace con se stesso tecnicamente e psicologicamente, se non fosse consapevole di ciò che è in quel momento della sua carriera nonostante tutti e nonostante tutto, non solo non avrebbe mai fatto qual gol ma non avrebbe nemmeno pensato di farlo, cercando la giocata più semplice e conservativa che gli permettesse di rientrare in una logica di gioco sicura e uguale per tutti.

Eppure questo non basta, non può bastare, in una stagione dove tutto ciò che può andare male finisce con l’andare peggio. La Juventus riesce nell’impresa di farsi eliminare ai quarti di Europa League dal Fulham – 3-1 a Torino, 1-4 a “Craven Cottage”, con Bobby Zamora in versione Van Basten – e Diego finisce nuovamente dentro le sabbie mobili di un progetto tecnico che doveva esaltare il suo talento e che, invece, finisce con il ridimensionarlo. L’assist a Iaquinta nel 3-0 al Bari alla trentacinquesima giornata di un campionato chiuso mestamente al settimo posto è l’ultimo acuto di un’esperienza che si conclude qualche mese dopo alla “Merkur Arena” di Graz in un malinconico Sturm Graz-Juventus, gara d’andata dei preliminari di Europa League: a Torino sono già arrivati Del Neri, Krasic, Martinez e i rigidi schematismi del 4-4-2. Per Diego, che ritroverebbe il tecnico dei suoi primi difficili mesi al Porto nel 2004 – «Già allora era contrario al mio arrivo perché il suo sistema non prevedeva un trequartista o una mezzala» dirà nel 2016 – non c’è più posto. Ammesso che ci sia mai stato.

Non sparate sul trequartista

Il 1 aprile 2014, quasi due anni dopo il lampo nella notte di Bucarest, Diego – che, nel frattempo, ha fatto la spola tra Spagna e Germania, ricostruendosi faticosamente un nome e una credibilità con la maglia del Wolfsburg – è di nuovo protagonista in Europa con la maglia dell’Atletico Madrid. Il suo (grande, grandissimo) gol al “Camp Nou” nell’andata dei quarti di finale di Champions League contro il Barcellona vale un bel pezzo di semifinale e la gioia di essere tornato, anche se solo per un attimo, lì dove ha sempre pensato di meritare di essere: «Segnare è sempre bellissimo, ma farlo qui, al Barcellona, nel modo in cui l’ho fatto io è speciale. Sono stato bravo a colpire la palla nel modo giusto, è un momento bellissimo della mia vita».

In realtà il suo talento ha già cominciato quel processo di normalizzazione che lo trasformerà in un “emigrante del gol” alla perenne ricerca di se stesso, di ciò che era, di ciò che non poteva più essere. Madrid, Istanbul intesa come Fenerbache, la Rio de Janeiro rubro-negra cui regalerà una Libertadores, sono le tappe intermedie di un viaggio sul viale del tramonto imboccato nel momento in cui lui e la Juventus decisero di non darsi un’altra possibilità: «Con la maturità di oggi non me ne sarei andato subito. Avevo proposte da Real Madrid e Bayern ma scelsi la Juve, un club in cui si deve vincere. Purtroppo non fu ciò che successe ma non mi pento di nulla: fu un sogno».

Proprio come quel pomeriggio romano di tanto tempo fa.

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