Precedenti: Juventus-Ferencvaros

Juventus e Ferencvaros di nuovo di fronte dopo il match d’andata. Ultimo confronto a Torino nel 1965, quando gli ungheresi aprirono la maledizione bianconera nelle finali europee. Primo match nel 1932, dominato dallo squadrone del Quinquennio. Juventus-Ferencvaros atto secondo. A poche settimane dal netto successo bianconero in terra magiara, il match di ritorno a Torino dà la possibilità di riaprire l’album dei ricordi. Dopo il racconto delle sfide giocate a Budapest, ora è la volta di quelle in terra sabauda.

Il Ferencvaros e il via alla maledizione delle finali europee

Ci hanno scritto libri interi sulla maledizione juventina delle finali europee. Soprattutto quelle di Coppa dei Campioni/Champions League. Eppure la prima delusione continentale fu targata Coppa delle Fiere, progenitrice della Coppa Uefa/Europa League. E furono proprio gli ungheresi a rifilarla, nel modo più doloroso. Stagione 1964/65, le 2 squadre arrivano all’ultimo atto. Che si gioca in gara secca. Al Comunale di Torino. È mercoledì 23 giugno quando gli uomini allenati da Heriberto Herrera vengono battuti di misura, per un gol preso a 15 minuti dalla fine. Purtroppo sarà solo la prima (di tante) scottature sui terreni europei. Non è il caso di completare l’elenco…

Tradizione favorevole a Torino

Quel ko targato 1965 finisce per rovinare anche il buon ruolino, a Torino, contro gli ungheresi. In attesa della sfida di questa sera, il computo conta 4 gare disputate in casa dai bianconeri con 2 vittorie e un pareggio prima di quella già citata sfida. Tutte disputate tra Coppa dell’Europa Centrale e Mitropa Cup.

Una storia iniziata nel 1932

La storia dei match tra Juventus e Ferencvaros prende vita nel 1932. L’Italia è piena dittatura fascista. E c’è un’altra dittatura che sta iniziando, molto meno pericolosa e più spettacolare. È proprio quella dei bianconeri che hanno appena dato vita alla leggenda del Quinquennio. Alla fine di quella stagione 1931/32, gli uomini guidati da Carlo Carcano hanno vinto il secondo di quei 5 titoli e vanno a caccia della prima gioia internazionale. C’è la Coppa dell’Europa Centrale e la Vecchia Signora è chiamata a rappresentare l’Italia insieme al Bologna. L’ingresso nel torneo è proprio contro gli ungheresi, nei quarti di finale. L’andata è in programma in Italia, mercoledì 29 giugno, sul campo di corso Marsiglia a Torino. È la Juve di Combi-Rosetta-Caligaris, ormai recitata come una filastrocca. La prima della storia bianconera, che in futuro ne avrà altre altrettanto importanti come Zoff-Gentile-Cabrini o Buffon-Barzagli-Bonucci-Chiellini. Ma è anche la Juve di Monti, di Orsi, di Cesarini e di Giovanni Ferrari. Una squadra destinata a entrare nella storia e quel pomeriggio di inizio estate si abbatte sul Ferencvaros.

Poker ai magiari

Le cronache dell’epoca raccontano di un clima disteso. Con le 2 squadre che trascorrono insieme il giorno di vigilia. I magiari si concedono anche una gita a Superga, in quel 1932 non ancora entrata suo malgrado nella storia del calcio mondiale per la tragica fine del Grande Torino. In campo la Juve non fa sconti. Orsi apre le marcature dopo un quarto d’ora e Cesarini trova il raddoppio, naturalmente a pochi secondi dalla fine del tempo. Al riposo è 2-0. Nella ripresa ancora Cesarini e Sernagiotto ipotecano il successo, con Combi che mette la firma parando un rigore a Lazar. Risultato finale: 4-0. La Stampa del giorno dopo, racconta con dovizia di particolari il successo dei bianconeri. Come da tradizione quando a scrivere è Vittorio Pozzo. In quel momento, neppure lui sa che su quel numero di mercoledì 30 giugno è anticipato il suo destino. In un trafiletto si informa i lettori che l’Italia ha accettato l’invito di ospitare i Mondiali di Calcio del 1934. Che saranno vinti dagli azzurri, guidati proprio da Pozzo e con il contributo importanti dei bianconeri.

Un Sarosi nel destino

Il Ferencvaros non ha quindi modo di fare bella figura, anche se la sua parabola ascensionale è appena iniziata. Soprattutto in patria. Nelle fila dell’11 sceso in corso Marsiglia c’è anche un tal Gyorgy Sarosi, il cui nome è pronto a entrare nel destino della Juventus. Intanto già a partire dalla gara di ritorno, giocata a Budapest 4 giorni dopo quando supera 3 volte Combi con altrettanti calci di rigore che l’arbitro austriaco Braun (segnatevi questo nome) fischia contro i bianconeri. Che comunque evitano la sconfitta grazie a un’altra doppietta di Cesarini e a un gol di Orsi: 3-3. E poi, della Juventus, Sarosi diventerà l’allenatore. Una ventina d’anni dopo, nel 1951, quando inizierà un biennio importante. Con tanto di Scudetto vinto (il nono della serie), a fianco di 2 suoi ex rivali sul campo in quella doppia sfida: Locatelli e lo stesso Combi, diventati dirigenti.

Coppa amara, atto primo

Dopo aver superato il Ferencvaros, quella Juve vola in semifinale dove trova lo Slavia Praga. E succede di tutto, altro che la vigilia serena passata coi magiari a Superga. Anche qui le cronache dell’epoca raccontano i fatti e lasciano testimonianza degli eventi. All’andata, a Praga, la Juve si trova al centro dell’arena, con tifosi cecoslovacchi quasi a bordo campo. Le provocazioni dei padroni di casa e le decisioni dell’arbitro Braun (proprio lui, quello dei 3 rigori fischiati contro a Budapest) fanno il resto. I bianconeri perdono 4-0, Cesarini viene espulso e gli ultimi minuti vengono giocati con altri 3 in campo solo per onor di firma.

Al ritorno, i tifosi juventini sono pronti a spingere i loro beniamini all’impresa. Che a un certo punto sembra concretizzarsi. Cesarini (solo multato e non squalificato) e Orsi firmano il doppio vantaggio a fine primo tempo. Ma a inizio ripresa succede l’imprevedibile. Il portiere ceko Planika, considerato uno dei più forti numeri uno di tutti i tempi, si accascia a terra. I suoi compagni accusano il pubblico di averlo colpito con un oggetto e lasciano il campo per protesta. E non faranno più ritorno. L’arbitro decreta la vittoria a tavolino dei bianconeri che, a norma di regolamento, dovrebbero aver conquistato la finale del torneo. Proprio contro il Bologna.

Invece arriva la beffa. Il comitato organizzatore squalifica entrambe le squadre e assegna il trofeo a tavolino agli emiliani. Per la cronaca (quella de La Stampa del giorno dopo, sempre di Vittorio Pozzo), si fa menzione che Planika è stato visitato a lungo negli spogliatoi e nessun medico ha riscontrato ferite. E alla richiesta di sottoporsi a ulteriori accertamenti in ospedale, ha rifiutato decidendo di unirsi ai compagni per tornare in patria.

Sarebbe bello dire “fatto isolato”. Ma la storia del calcio ha proposto altri portieri che hanno finto infortuni del genere (il portiere cileno Rojas nel 1989 in un match contro l’Ecuador per le qualificazioni a Italia ’90). E anche altre squadre che hanno lasciato il campo per protesta (vedi Milan a Marsiglia) e altre che hanno deciso di non presentarsi proprio in campo. Vi ricorda qualcosa?

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Giornalista freelance e podcaster.

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