Apologia di una guerriera: la storia di Ali Krieger16 min di lettura

Questo articolo inaugura la rubrica sulle storie del calcio femminile in cui racconteremo le vicende di ragazze, atlete, donne accomunate tutte dalla stessa passione: l’amore per il calcio. In questo primo episodio ripercorriamo la storia di Ali Krieger, the Warrior Princess.


Quando pensate allo sport che vi appassiona, sono certa che anche voi, come me, visualizzerete nella vostra mente un’immagine, un momento, un ricordo. Un gesto tecnico meraviglioso, una vittoria al cardiopalma. Magari una dolorosa sconfitta. Quando io penso al calcio ed ai motivi che mi hanno avvicinata a questo mondo, che sa essere tanto benevolo quanto crudele, visualizzo nitidamente un’immagine risalente a domenica 10 luglio 2011. 

Protagonista di quell’immagine è una ragazza nata a circa dieci chilometri a sud di Washington, in un sabato d’estate del 1984. Si chiama Alexandra, e di cognome fa “guerriera”. Proprio così: se cercate la traduzione di “Krieger” dal tedesco all’italiano, scoprirete che significa esattamente questo. Ed è la sua storia che andrò a raccontarvi.

“Ali”, figlia di Debbie e Ken, due istruttori di educazione fisica, cresce a Dumfries, in Virginia, col fratello maggiore Kyle. Indossa gli scarpini da calcio a 7 anni, e per i successivi dodici gioca nel centrocampo di un club giovanile locale, allenata dal padre. Fatto di cui, tra l’altro, si dice profondamente grata. Dal 2001 e nei tre anni successivi è capitano della squadra della Forest Park High School, per poi approdare alla Pennsylvania State University.

È durante questa esperienza che si troverà ad affrontare il primo di una lunga serie di ostacoli che caratterizzeranno tutta la sua carriera: nel novembre del 2005, infatti, durante l’amichevole preparatoria dei playoff della National Collegiate Athletic Association che si sarebbero tenuti nei giorni seguenti, Ali subisce una frattura a spirale del perone. L’infortunio richiede un intervento chirurgico nel quale le vengono inserite una placca e cinque viti nella gamba.

Pochi mesi più tardi, nel gennaio del 2006, sta rientrando a scuola dopo una visita alla famiglia. Ha in programma, per la mattina seguente, un controllo medico sullo stato di avanzamento del recupero. Ma Ali quella sera non si sente bene. Il suo polso, a riposo, misura 122 battiti. Fa fatica a respirare. Scoprirà poco dopo che l’operazione alla gamba, unita ai successivi viaggi in aereo, le avevano provocato un’embolia polmonare. I coaguli di sangue nei polmoni le causano una serie di piccoli attacchi di cuore. Aveva 21 anni, e se fino a prima di quel momento Ali temeva “solo” di non poter più tornare a giocare ad alti livelli, ora teme per la vita.

“Non dimenticherò mai il medico che mi disse che se avessi atteso i controlli del giorno dopo, quella mattina non mi sarei svegliata. Ho promesso a me stessa che avrei apprezzato ogni singolo momento sul campo: ogni partita, ogni sessione di allenamento, ogni sessione in palestra. E da allora ho lavorato duramente per mantenere quella promessa.”

Il recupero sarà lungo e complesso, ma Ali tornerà. Eccome se tornerà.

La sua, non è l’unica vita per cui combatte durante questo periodo. Il fratello, infatti, finisce in un vortice infernale di dipendenza da alcol e droghe. Dal letto di ospedale, è lui la prima persona a cui Ali telefona: “Anche quando non rispondevo, lei mi cercava” racconta Kyle. “Avrei dovuto essere io quello che era lì per lei, invece ero avvolto da tutti i miei casini. Assumevo praticamente di tutto: metanfetamine, cocaina, alcol, qualunque cosa. Non avevo il controllo della mia vita. Ed eccola lì, a combattere per la sua vita ma preoccupandosi della mia, mandandomi messaggi per dirmi che mi amava.”

Ali e Kyle

Kyle è sobrio da 13 anni. Da allora, non si è più perso una partita della sorella: “Quando guardo le partite, le mostro tutto il mio amore e mi diverto molto. Ma tutto questo fa anche parte del me che fa ammenda. C’è stato un tempo in cui avrei dovuto essere lì per lei, e non c’ero.”

È strettissimo il legame che tiene uniti i due fratelli: “Ho imparato così tanto da Kyle, vedendolo lottare contro la dipendenza e l’alcolismo, superando le avversità. Era come il giorno e la notte. Per due anni della mia vita è stato assente. Oggi, guardare quanto lontano è arrivato, è davvero gratificante.”

Con il ritorno in campo, Ali si sposta dal centrocampo alla difesa. Terzino di spinta, macina chilometri sulla fascia destra: aggressività, resistenza, intercettazione e colpo di testa sono le specialità della casa. Il tutto con la fascia da capitano al braccio, naturalmente. Ha in mente un solo obiettivo: vuole esibirsi sui migliori palcoscenici del mondo e guadagnarsi la chiamata della nazionale. E così, nella stagione 2007-2008, firma con l’FFC Frankfurt, una delle squadre più prestigiose del panorama calcistico mondiale.

Alla sua prima stagione in Europa, vince il Triplete da protagonista. In Germania (dove rimarrà fino al 2012) si consacra definitivamente come uno dei migliori terzini in circolazione ed ottiene, all’età di 24 anni, la prima chiamata della nazionale a stelle e strisce. Nel giugno del 2011 vola in Germania per giocare il suo primo Mondiale.

Nei quarti di finale, in una delle partite più epiche della storia del calcio femminile, gli USA sfidano il Brasile: dopo l’1-1 dei tempi regolamentari, al secondo minuto del primo tempo supplementare Marta porta il Brasile sul 2 a 1. Le americane sono rimaste in 10 dal 65’, e sembra tutto finito. Siamo al minuto 122, l’arbitro ha concesso 3 minuti addizionali. Il Brasile tiene palla, la porta vicino alla bandierina. Ma Krieger intercetta un pallone e serve Carli Lloyd, che allarga sulla sinistra per Rapinoe. Rapinoe crossa in mezzo… ed Abby Wambach fa esplodere lo stadio. Si va ai calci di rigore.

Sono le americane a calciare per prime, che vanno a segno con Boxx, Lloyd, Wambach e Rapinoe. Hope Solo compie una parata straordinaria su Daiane, quindi tocca di nuovo agli USA. Tocca battere il quinto rigore. Il quinto rigore, in un quarto di finale di Coppa del Mondo, lo battono i campioni. Lo batte chi ha la personalità per buttarla dentro, o di “sopravvivere” all’errore.

È domenica 10 luglio 2011.

L’immagine che visualizzo nella mia mente quando penso al calcio, è Ali Krieger che va a battere quel quinto rigore. E porta gli Stati Uniti in semifinale.

È il momento più alto della sua carriera. “Le persone mi chiedono: ‘A cosa stavi pensando durante quel rigore nel 2011?’ In realtà non stavo pensando assolutamente a niente. Ho solo camminato, così ispirata dalle mie compagne che avevano già segnato tutti i loro penalties. Ho pensato che avrei potuto fare lo stesso, o loro avrebbero potuto avere il mio collo.”

Ali gioca ogni minuto di tutte le partite di quel Mondiale, che gli Stati Uniti perderanno clamorosamente in finale, ai rigori contro il Giappone. Quella volta, Krieger non riuscirà a calciare il quinto, perché Boxx, Lloyd e Heath sbagliano prima di lei. La delusione, inutile dirlo, è enorme. Non è la prima. E non sarà l’ultima.

A gennaio 2012, nel primo match di qualificazione per le Olimpiadi di Londra, dopo 20 minuti deve abbandonare il campo a seguito di un infortunio al ginocchio. La diagnosi è impietosa: rottura del legamento crociato anteriore, del collaterale mediale e lesione del menisco del ginocchio destro. Metterà anima e corpo per recuperare in tempo e volare in Inghilterra, ma sarà costretta a guardare da casa le sue compagne mentre realizzano ciò che lei aveva sempre sognato: vincere l’oro olimpico.

Ennesimo, duro colpo da digerire.

Ma Ali è guerriera, di nome e di fatto. Nel 2013 conclude l’esperienza europea e torna in patria: completato il recupero, firma per il Washington Spirit, dove rimarrà fino al 2016. Nel mezzo, però, c’è un altro Mondiale da giocare: Canada 2015.

Anche in questa edizione, Ali è titolare in tutte le partite. È il suo secondo Mondiale, ed è l’ora della rivincita: in finale sarà ancora USA – Giappone. Stavolta, però, le americane impiegano poco a far capire chi comanda. Dopo 16 minuti sono avanti 4-0, non c’è storia. La partita finirà 5-2.

All’età di 31 anni, “The Warrior Princess” è campionessa del mondo.

“Sono caduta un paio di volte. Ogni volta mi sono rialzata e sono cresciuta come persona, ho guardato le cose in modo leggermente diverso. Penso che senza lottare, non si possa crescere come persone.”

Nel 2016 realizza il sogno di giocare le Olimpiadi. A Rio, però, la sua corsa si ferma ai quarti di finale contro la Svezia. Il quinto rigore, quella volta, lo battè Christen Press. A novembre dello stesso anno firma per l’Orlando Pride, con cui raggiungerà il traguardo delle 100 presenze nella National Women’s Soccer League. 

A 32 anni, ha collezionato oltre 250 presenze nei club, 98 in Nazionale, una Champions League, una Coppa del Mondo, una partecipazione alle Olimpiadi. È una veterana, una leader nello spogliatoio, nonché una delle giocatrici più rappresentative della sua generazione. Non ha più nulla da dimostrare. Eppure, al ritiro, non ci pensa nemmeno. Tutt’altro: Ali lavora con sempre maggiore costanza ed attenzione, curando ogni aspetto della sua quotidianità. Alimentazione, sonno, yoga, nuoto. Niente è lasciato al caso.

Nel marzo 2017 riceve una telefonata dallo staff della Nazionale: “Ali, volevo farti sapere che non fai più parte del team, risolveremo il tuo contratto.” Racconterà di non aver ricevuto nessuna vera spiegazione, faceva semplicemente parte di un ricambio generazionale. “Dopo 9 anni in cui avevo dato tutto ciò che avevo al mio Paese, non ero più un membro della USWNT, la squadra che significava tutto per me. La mia seconda famiglia. Ero scioccata. Avevo appena concluso una delle migliori stagioni della mia carriera, ero nell’11 del FIFA FIFPro World XI. Non capivo cosa fosse successo. Ma non ero nuova alle avversità. E sapevo cosa fare.”

A questo punto, qualcuno potrebbe pensare: ha già vinto tutto, non è più calcisticamente giovanissima… mollerà. Accetterà la scelta e andrà avanti, magari dedicandosi maggiormente alla famiglia, riprendendosi un po’ di tempo per sé dopo anni di duro lavoro e sacrifici. Ma Ali Krieger non è niente di tutto ciò.

“Se non stai facendo il massimo, non stai facendo abbastanza” è il suo motto. E dopo quella telefonata, inizia ad allenarsi ancora più duramente. “Iniziai ad analizzare ogni partita, classificare le giocatrici e tenere le loro statistiche. Volevo rimanere coinvolta e supportare la squadra il più possibile anche da lontano. Non avrei mai voltato loro le spalle.” Alla voce “leader”, sul dizionario potrebbero metterci questa dichiarazione.

Se la stagione 2016 fu una delle migliori della sua carriera, quella del 2017 è la migliore in assoluto. Perché così reagisce un campione. Che viene steso, ma si rialza sempre.

Il 2019 è un anno indimenticabile per Ali. A marzo decide di rendere pubblica la relazione decennale con la compagna di squadra Ashlyn Harris, con cui convolerà a nozze nel dicembre dello stesso anno. Scelta ragionata, sofferta e temuta da entrambe. “È stato difficile. Eravamo insicure, avevamo paura di perdere il nostro lavoro. Ci siamo sentite come se questa fosse la vita normale per noi, ma ovviamente non siamo ingenue, sapevamo che la nostra cultura non è ancora dove dovrebbe essere.”

A tal proposito, le ragazze confesseranno anche i motivi che le hanno portate ad allontanarsi dagli Washington Spirit, unica società della NWSL restìa (per usare un eufemismo…) a supportare tematiche quali inclusione ed appoggio alla comunità LGBTQI: a differenza di tutte le altre squadre, gli Spirit non organizzavano nessuna Pride Night ufficiale, nessuna celebrazione ci fu della storica sentenza della Corte Suprema che dichiarava costituzionali le nozze tra persone dello stesso sesso. “È stato vergognoso, davvero deludente. Forse peggio che deludente, perché il club era disposto a celebrare qualsiasi altra festa. Sentivo di giocare per un club che non mi rispettava, non supportava né me né il mio stile di vita. Come potrei dare il massimo per un club del genere?”

Ashlyn lascia Washington nel 2015. Ali, estremamente legata alla città per via delle sue origini, decide di rimanere un altro anno, continuando a combattere per convincere la società ad invertire la rotta. “Se non volete farlo per noi, fatelo per i nostri tifosi, per le persone che fanno parte della nostra comunità che devono sentirsi accettate.”

“The Krashlyn wedding” è l’evento dell’anno. Altra scelta non banale e finalizzata ad un obiettivo: “La forza che mi ha spinto verso il coming out, verso l’essere esposta e visibile, è stata pensare che i bambini non devono sentirsi come se dovessero nascondersi. Se è stato difficile per noi che abbiamo più di trent’anni, spaventate all’idea di perdere tutto, immagina un bambino che sente quel dolore non avendo comprensione. Sono disposta a sacrificare la mia privacy per aiutarlo, affinché possa essere sé stesso, possa avere successo, possa essere felice. Sono disposta a sacrificare la mia privacy per salvare la vita di qualcuno.”

Tre mesi dopo l’annuncio del loro matrimonio, gli Spirit organizzarono la prima Pride Night ufficiale.

Ma con il calcio ha ancora un conto in sospeso, la ragazza con l’11 sulle spalle. Vi ricordate di quella telefonata del marzo 2017 da parte dello staff della Nazionale? Della delusione, la reazione, gli allenamenti doppi… “Tutti dicevano che ero definitivamente fuori dal team, ma io sapevo di poter combattere per tornare indietro. Io ci ho sempre creduto.”

E così succede che il 2019 la ripaga anche dal punto di vista lavorativo, quando a marzo, durante una seduta di allenamento con Orlando, riceve un SMS da Jill Ellis, storica allenatrice degli Stati Uniti. Colei che, due anni prima, aveva deciso di escludere Ali dal progetto, senza troppe spiegazioni. “Hey, come stai? Avresti tempo di chiamarmi?” recita il messaggio. I battiti sono di nuovo accelerati, ma stavolta dall’emozione. Chiama Jill. “Stavo pensando che ti rivoglio con noi per il prossimo raduno…”

Ali Krieger ce l’aveva fatta. Ancora. È l’anno dei Mondiali in Francia, il 2019… Vi ricordate come è andata a finire?

“It wasn’t an easy path for me, and for a while it looked like I might not make it back to this spot, but I never gave up. Not on the sport that I love, and definitely not on myself.”

Appuntamento a Tokyo 2021, Ali!