Sito di "cose juventine" diretto da Antonio Corsa. Potrete trovare opinioni, analisi delle partite, schede dei calciatori, approfondimenti e tributi sul mondo bianconero. Siamo presenti su Telegram con una community di 2.000+ persone e una chat redazionale ("Gold") pubblica (con Guido Vaciago di Tuttosport), abbiamo un podcast da 1.000.000+ ascolti totali e organizziamo periodicamente delle voice chat col pubblico su Telegram.

Il giorno in cui Ale tornò Del Piero

Per gli juventini della mia età, nessuno è stato, è o sarà mai come Alessandro Del Piero. Ed è un legame, questo, che non si può spiegare con il suo record di gol e presenze, con le tantissime vittorie, con i gol meravigliosi, con la tecnica e la classe di un giocatore fantastico come pochi nella storia del calcio italiano, né con il fatto che sia arrivato alla Juve ragazzino e se ne sia andato uomo, a oltre 37 anni, tra le lacrime di uno stadio intero. Non era la fascia di capitano al braccio, né quel magico numero 10 che nella storia della Juve è quasi sempre stato proprietà di giocatori speciali. Non era nemmeno per quella componente di eleganza, grazia, bellezza e magia che c’era non solo nei suoi gol, ma in ogni suo gesto tecnico. Tutto questo è calcio, ma quello che ci ha legato a questo giocatore più di ogni altra cosa non è stato il calcio, è stata la vita.

Per quelli della mia generazione, guardare Del Piero, tifare per Del Piero, ha significato vivere con lui, soffrire con lui, crescere con lui; è stato come avere un fratello molto, molto famoso, che nemmeno ci conosceva, ma che tutti noi conoscevamo benissimo. O almeno questo era ciò che pensavamo. Con gli anni ho imparato una cosa sui calciatori, anzi, sui cosiddetti “idoli”. Non c’è niente di male a impazzire per un tizio che calcia le punizioni come nessuno, che gioca il tennis degli dei o che suona la chitarra come se fosse capace di incendiarla a ogni nota, e chi pensa il contrario è solo un povero vecchio senza più una goccia di poesia dentro l’anima. Ma quello che tu ami alla follia è il calciatore, il tennista, il chitarrista, tutto ciò che lui è e rappresenta in quel momento, in quei 90 minuti di calcio con la maglia a strisce addosso, in quelle 5 ore di tennis, in quelle 2 ore di concerto. Tutto ciò che c’è prima e che c’è dopo, tutto ciò che non puoi vedere, per un certo periodo pensi di volerlo conoscere. Ma tu, in realtà, non lo vuoi davvero conoscere, e non devi. Perché l’uomo dietro al mito non potrà mai essere all’altezza: è solo un uomo. Nessun essere umano, nemmeno il migliore tra noi, potrà mai essere all’altezza della sua stessa leggenda.

In ogni caso, ciò che della vita reale di Alessandro Del Piero e della sua vicenda umana abbiamo potuto scorgere, filtrato da una coltre di riservatezza ed educazione al silenzio imparata dai suoi genitori, è esattamente ciò che fa sì che nessuno di noi (ex)ragazzi nati negli anni ‘70 possa pensare a quel (non più) ragazzo con il 10 bianconero sulla schiena senza emozionarsi, senza sentire il proprio cuore accelerare un po’. Perché la vita da calciatore di Alessandro, Alex per i tifosi, Ale per la famiglia e per quelli di noi che lo percepivano come uno di famiglia, è una storia di successo, dolore, cadute, rinascite, nuove cadute e nuove rinascite, in un continuo alternarsi di sconfitte e vittorie individuali oltre che di squadra. Ed è normale che sia così: chi può davvero immedesimarsi in un eroe sempre perfetto, invulnerabile, indistruttibile, che abbatte ogni difficoltà apparentemente senza fatica? Certo, uno così lo ammiri, ma lo vedi sempre come qualcosa di sovrumano, lontano dalle tue miserie quotidiane. Ma è l’eroe caduto in disgrazia, capace di scrollarsi di dosso la polvere, rialzarsi, e riprendersi ciò che gli è stato tolto che ti emoziona davvero, perché ti viene da pensare che se ce l’ha fatta lui, allora devi farcela anche tu.

A titolo personale, posso dire questo: guardo calcio da 35 anni, sono sicuro che Del Piero non sia stato il giocatore più forte che io abbia mai visto o che avessi visto sino ad allora, anche se lo è stato in alcune partite e in alcuni periodi, ma sicuramente nessuno mi ha emozionato e mi emozionerà mai quanto lui. Se oggi faccio il mio lavoro e lo amo così tanto, è perché l’8 novembre del 1998 il ginocchio di Del Piero andò in frantumi a Udine. Da allora, da quel momento in poi, il mio obiettivo, il mio sogno, è stato uno: riparare il ginocchio di Del Piero per restituirgli la magia e la bellezza del gioco. E se lui ce l’avesse fatta a tornare Del Piero, io dovevo farcela a realizzare il mio sogno.

Non ho intenzione e non voglio parlare di tutto quello che sono state quelle 19 stagioni, sarebbe troppo lungo, e anche difficile da riassumere. Spesso si parla molto di vittorie, di grandi gol in Champions League, o di grandi delusioni sportive. Eppure chi di noi conosce davvero la storia di Del Piero, chi di noi l’ha vissuta, partita dopo partita, sa bene che uno dei momenti più importanti e commoventi della sua vita calcistica è stato a Bari, in una partita forse non così importante, in una stagione alla fine deludente. Ma in quella stagione c’è “il gol di Bari”, il gol della rinascita di Del Piero.

Guardate questo gol adesso, senza pensarci troppo, guardate il gol, e tenetelo in un angolo della memoria. Poi ne riparleremo.

Per capire fino in fondo quel gol, bisogna tornare indietro al maledetto 8 novembre 1998, il giorno prima del 24esimo compleanno di Ale. La stagione precedente è stata la sua migliore, è da tutti ritenuto il più forte giocatore al mondo alla pari con Ronaldo “il Fenomeno”. Ma la stagione si è chiusa male: infortunio e sconfitta in finale di Champions, difficilissimo e incompleto recupero per il Mondiale, Mondiale deludente e giocato male, il tutto corredato dalle assurde accuse di doping piovutegli ingiustamente addosso.

La nuova stagione inizia quindi con qualche difficoltà, ma poi tutto sembra tornare a posto, la forma ritorna, i gol anche, la Juve è prima in classifica. Fino a Udine. Lì, con il ginocchio di Del Piero, si spezza la Juve di Lippi. La squadra entra in crisi, Lippi si dimette a metà stagione, stagione che terminerà con un orrendo settimo posto e Del Piero alle prese con un recupero dall’intervento lungo 8-9 mesi.

La stagione successiva, Del Piero gioca diverse belle partite, ma la porta pare maledetta, segna solo su rigore, e in qualche modo si capisce che ancora non è sé stesso. La squadra dilapida un vantaggio pazzesco in classifica e perde il campionato all’ultima giornata su un campo simile a una piscina, a Perugia. Un’altra delusione.

La stagione 2000-01, quindi, viene vista da tanti come l’ultima spiaggia per Del Piero, l’ultima possibilità per dimostrare di poter tornare a essere il vero Del Piero, quello di prima dell’infortunio. Parte anche bene, con un bel gol. Ma poi si perde, partita dopo partita. Noi tifosi lo guardiamo, e vediamo che in campo non c’è Del Piero, il giovane campione che conoscevamo, ma c’è Ale, un ragazzo che sembra avere smarrito il suo talento, che forse ha paura di non tornare mai più quello di prima, che dubita delle proprie capacità. In campo lo vedi tentare le sue giocate sempre di meno, come se avesse paura di sbagliare. Quando le tenta, è come se avesse sempre un attimo di esitazione fatale. La mente dei grandi sportivi, durante la gara, funziona in modo particolare: non pensano, non possono pensare perché non c’è il tempo, sono guidati dalle proprie percezioni, dagli automatismi sviluppati in migliaia di ore di allenamento, e soprattutto da quelle doti naturali che non si possono imparare. Del Piero stesso spiegherà anni dopo che prima di un gol è come se scattasse un “click” nella sua testa, per cui quello che avviene poco prima del gol lui stesso non lo ricorda mai con precisione, come se una parte inconscia prendesse improvvisamente il controllo delle operazioni. Ale ora è lì, è in campo, ma corre con una zavorra addosso, corre con il peso di mille pensieri, dubbi, paure e ansie, e quel “click” del campione sembra averlo perso per sempre, tanto da finire spesso in panchina. E’ in quei momenti, in quei mesi difficili, che il legame tra noi tifosi e quel ragazzo caduto nella polvere con la maglia numero 10 addosso è diventato speciale.

Nessuno di noi sapeva, avrebbe potuto sapere, che oltre a tutto questo, Alessandro si portava dentro un peso ancora più grande: la malattia del padre. Da oltre un anno il papà di Ale si stava spegnendo lentamente e dolorosamente per un tumore, e per quanto tu possa essere un calciatore ricco e famoso, in quei momenti sei come tutti gli altri: un ragazzo di 26 anni che sta perdendo il papà, senza poterci fare nulla.

Quello che non sapevamo, lo scoprimmo pochi giorni prima di quella partita di Bari: il papà di Alessandro Del Piero morì il 13 febbraio 2001. Il 18 febbraio la Juve si presentò a Bari con Del Piero comprensibilmente ancora una volta in panchina, e reduce ormai da 18 mesi di difficoltà tecniche e psicologiche.

Potete non crederci, ma ricordo benissimo quella partita, persino dove l’ho vista (non avevo la pay tv e andavo a vedere le partite nella sede dello Juventus Club a cui ero iscritto). Ricordo persino dove ero seduto, in quella sala con il maxi-schermo. Mi rendo conto ora che sono passati 20 anni, quasi metà della mia vita, eppure lo ricordo benissimo.

Avevamo quella orrenda e triste maglia blu scuro con i fregi gialli della Lotto, e provavamo in qualche modo ad attaccare, peraltro piuttosto male, pur creando diverse occasioni, ma rischiando anche di prendere gol in contropiede.  Finito il primo tempo sullo 0-0, inizia il secondo nello stesso modo: Juve all’attacco ma incapace di segnare contro un Bari scarso e impelagato a fondo classifica, la tipica partita invernale contro la tipica piccola squadra italiana bravissima a difendersi che rende il campionato italiano di quel periodo il più tattico e difficile del mondo, e ogni trasferta una potenziale trappola mortale. E a un certo punto di quella partita uguale ad altre migliaia, Ale si alza dalla panchina ed entra in campo. E mentre da il cambio a Kovacevic io penso: “se c’è un giorno per rinascere, Ale, quel giorno è oggi”.

Quello che succede dopo lo sapete, e l’avete già visto, ma è quasi giunto il momento di riguardarlo, ora. Che è un bel gol lo capisce anche chi non è abituato a guardare il calcio, ma non è la bellezza del gol di per sé. E’ la percezione che all’improvviso quel ragazzo si sia liberato di tutte le ansie, i pensieri, le delusioni e il dolore di 18 mesi. La sensazione che abbia finalmente smesso di pensare e abbia ricominciato a essere leggero. Guardando con attenzione, puoi vedere l’assoluta eleganza e perfezione improvvisamente ritrovata in ogni gesto tecnico, il modo di condurre la palla con l’esterno destro e accarezzarla il giusto per non perdere velocità e allo stesso tempo non consegnarla all’avversario, convergendo da sinistra verso il centro, sul piede forte, il destro, per crearsi lo spazio per il tiro. E’ quel doppio passo fulmineo che manda il difensore dalla parte sbagliata, perché nella partita a poker dell’uno contro uno il difensore ha pensato che Ale sceglierà il tiro a giro sul palo lontano con il piede destro, che è la sua scelta tipica, e invece Ale dopo averlo sbilanciato e avergli preso il tempo corre a sinistra, defilato, forse troppo defilato rispetto alla porta, con il portiere in uscita che chiude lo specchio e la palla sul piede debole, il sinistro. E lì, proprio in quel momento, scatta il “click”. Ale scava sotto al pallone con il piede sinistro e scavalca morbidamente il portiere, facendo atterrare la palla dove l’ha mandata oltre 300 volte in carriera: in rete. In ogni gesto tecnico di questo gol, se la sai cogliere, puoi vedere la bellezza dello sport ai massimi livelli: una continua lotta del proprio corpo contro lo spazio e il tempo, la costante ricerca della cosa giusta, dei centimetri giusti, del decimo di secondo giusto, in una parola, della perfezione. Riguardate il gol adesso, e potrete osservare tutte queste cose.

Dopo il gol Ale esulta, io esulto, tutti noi esultiamo insieme, e lo guardi correre e urlare fuori di sé tutto il dolore, la delusione, la rabbia, la tristezza accumulate in 18 mesi in cui sembrava che la caduta fosse inarrestabile. Lo guardi spezzare il primo abbraccio di un compagno per poter continuare a correre, calciare pieno di rabbia un oggetto a bordo campo e poi arrendersi all’abbraccio dei suoi compagni, Tacchinardi, Pessotto, Zidane, e poi tutti gli altri, e in quell’abbraccio, anche se non lo vedi distintamente, sai che sta nascondendo le lacrime per la perdita del papà, le lacrime per tutto ciò che gli è successo, per quello che gli è stato detto e fatto in quei 18 mesi, le lacrime per sentirsi finalmente e all’improvviso di nuovo nella luce proprio nel momento più buio. E le sue lacrime sono le stesse nostre lacrime, di noi tifosi che sappiamo perfettamente cosa si nasconde in quell’abbraccio dei suoi compagni anche senza vederlo.

Da lì in poi, da quel gol in un pomeriggio qualunque a Bari, Ale ritorna Del Piero. Un po’ alla volta ritornano i gol, i numeri, le magie. Ci saranno altri momenti difficili, qualche altra panchina, nelle successive undici stagioni. E la verità è che il Del Piero di prima dell’infortunio, quel giocatore leggero e aggraziato anche se magari un po’ discontinuo, dallo spunto micidiale, non l’avremmo visto più, sostituito da un altro tipo di giocatore, meno rapido e agile, più forte e più intelligente, più preciso, letale dentro l’area di rigore, chirurgico nel tiro da fuori area con entrambi i piedi. E’ normale, è la vita, che quando ti ferisce in quel modo poi ti costringe a fare i conti con le cicatrici per sempre, che siano in un ginocchio o dentro l’anima. Ma quando nel 2012 Alessandro Del Piero saluterà il suo stadio e la sua gente, tra lacrime e lanci di sciarpe, i gol segnati dopo l’infortunio saranno enormemente di più di quelli segnati prima.

Io non credo nell’aldilà, nella vita dopo la morte, negli sguardi su di noi dall’alto da parte di chi ci amava e ci ha lasciato. Credo nel ricordo. Credo che quello che resta di noi dopo la morte sia dentro le persone che abbiamo amato, quelle con cui abbiamo condiviso parte della nostra vita, quelle che abbiamo anche, in qualche modo, ispirato. Questa è l’unica vita eterna che come uomini ci possiamo permettere. Credo che quel giorno più di ogni altro, nella vita di Alessandro, il ricordo del papà gli abbia dato la forza di rialzarsi. Se c’è una cosa che ho capito quel giorno, è che anche quando pensi di aver perso tutto, quando pensi che non ti rialzerai più, puoi trovare qualcosa a cui aggrapparti, che magari qualcuno ha lasciato lì per te, per uscire dall’angolo buio in cui sei precipitato.

“A egregie cose il forte animo accendono l’urne de’ forti” scriveva Foscolo all’inizio de “I Sepolcri”. Ho sempre pensato che fosse vero. Si può essere un’ispirazione, si può essere “forti” per milioni di persone o anche solo per una, ma questo è ciò che resta di noi dopo che ce ne andiamo: ciò che seminiamo dentro gli altri.

Molti anni dopo l’accaduto, parlando della morte di suo padre, Ale l’ha definito “il più grande dolore della mia vita”, rimpiangendo di non aver detto di più a suo padre “ti voglio bene”.  Oggi che siamo cresciuti, io e lui, che entrambi siamo padri, vorrei dirglielo, ma forse non ce n’è nemmeno bisogno: lo sapeva Ale, lo sapeva.

Hai trovato l'articolo ben scritto?

Se lo hai letto, clicca sulle stelle per votare.

Media voti 0 / 5. Conteggio voti: 0

Nessuna votazione finora. Vota per primo!

--------------------------------------------------------------------------