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Calcio proattivo vs calcio reattivo5 min lettura


La compartimentalizzazione tra calcio proattivo e calcio reattivo è, al più, una distinzione didascalica. E dunque bisogna fare attenzione quando usiamo questa (falsa) dicotomia.


Il calcio italico si è spesso arrabattato tra posizioni più o meno convinte, ma lo ha sempre fatto con un’innata – e per niente giustificata – caparbietà. Qualsiasi idea o discussione vedrà l’esistenza di due fazioni opposte, agguerrite e polarizzate nelle proprie opinioni manco fosse una questione di vita o di morte. Il settarismo che contraddistingue il dibattito su fautori di un calcio proattivo e quelli che invece prediligono uno stile più reattivo non è da meno. Com’è ovvio, questo filone del dibattito sotto-culturale ben si lega a quello del risultatismo vs estetica del calcio o, come ha ben spiegato Jacopo qui, del giocare bene vs bel giuoco. 

È innegabilmente insito nella natura umana usare schematizzazioni e categorizzazioni rigide per inquadrare e semplificare concetti altrimenti complessi. Tuttavia, poiché i concetti evolvono con il tempo, è forse opportuno che lo facciano anche le etichette o che – se diventano inutili – scompaiano del tutto. 

La distinzione tra calcio reattivo e calcio proattivo prende forse origine dal celebre “Inverting the Pyramid”, il vademecum del novello tattico scritto dal giornalista inglese Jonathan WIlson. Il senso del distinguo dovrebbe essere self-explanatory, ma forse vale la pena centrare ancora meglio la questione. Wikipedia definisce “proattività” un atteggiamento comportamentale che implica agire in anticipo nei confronti di una problematica. Il calcio proattivo diventa così – per rapida estensione – quello che vuole proporre, costruire e basare il proprio approccio su un’idea precostituita a prescindere da fattori esogeni. Le scelte dei giocatori esuleranno quindi dalle contingenze del momento e saranno predeterminate, rendendoli consapevoli delle proprie azioni in praticamente ogni istante di gioco.

Di contro, un calcio reattivo porterebbe i calciatori ad offrire una risposta immediata e circostanziata agli stimoli esterni; questo viene spesso declinato in un atteggiamento attendista, teso a lasciare agli avversari l’onere dell’iniziativa e adattando di volta in volta la propria strategia sui punti deboli di quella avversaria. Il calcio reattivo esalterebbe così l’accidentalità, ed è forse per questo che siamo portati ad identificare in quest’ultimo gli allenatori che affermano di voler “sfruttare gli episodi” e speculare su di essi. Per una metafora scacchistica e circoscritta alle aperture: i proattivi giocano i bianchi, i reattivi i neri. 

In realtà a mio modo di vedere questa distinzione ricopre funzioni al più didascaliche e risulta non solo fuorviante ma proprio fallace per una comprensione più profonda del gioco. La prima ragione è che stiamo parlando di due insiemi che si intersecano, non di due linee parallele che non s’incontrano mai: nello spettro da reattivo a proattivo esiste una quantità talmente grande di grigi da far perdere di vista gli estremi. Una squadra può essere proattiva in costruzione, ma reattiva in fase di non possesso.

Esistono situazioni di gioco che tradiscono questa labile classificazione, così come esistono anche allenatori che sfidano queste etichette. Ad esempio, si notano spesso squadre ed allenatori in grado di proporre calcio assimilabile all’insieme ‘reattivo’ in talune situazioni, per poi passare ad applicare schemi e movimenti precostituiti in altre. L’Italia di Conte era posizionata con un baricentro mediamente molto basso ed un atteggiamento appunto di reazione quando era senza pallone; ma ogni volta che costruiva dal basso lo faceva mettendo in pratica i principi del juego de posición, un pilastro del gioco proattivo, come aveva giustamente osservato il grande Martí Perarnau.

Un altro esempio. La Juventus di Allegri della seconda parte del 2016/2017 era solita operare folate di pressing per destrutturare la costruzione bassa avversaria. Tuttavia, questa non era affatto una pressione continua, ma anzi era confinata a specifici momenti della partita (d’abitudine i minuti iniziali). E non c’entrano nemmeno i trigger, era proprio una questione di cronometro. Possiamo forse definirla una squadra reattiva ‘a tempo’? Un altro esempio: se siamo istintivamente portati ad etichettare la Juventus 17/18 come una squadra reattiva, che dire della situazione del “cross sul secondo palo per Mandžukić”? Era una situazione tattica ricercata contro le squadre più diverse, uno sviluppo di chiara origine endogena. Pensiamo poi alla situazione in cui due squadre che lasciano volentieri l’iniziativa agli avversari si incontrano: ci può essere ‘reazione’ in assenza di ‘azione’? 

Ma il grande elefante nella stanza è ovviamente il pressing organizzato. Forse inizialmente poteva essere assimilato ad un calcio più reattivo, dal momento che puntava più che altro a disfare la costruzione avversaria; tuttavia con il passare del tempo e con l’importanza delle ripartenze corte, il pressing si è trasformato in un’arma talmente sistematizzata da far propendere i più a considerarlo una caratteristica degli allenatori proattivi – perché vogliono andarsi a riprendere la palla. 

O forse no? Non è forse vero che anche nelle pressioni più ariose di Klopp si reagisce alle spaziature altrui e ci si ‘spalma’ sulla disposizione avversaria? Quale componente è più preponderante, l’attitudine rivolta alla conquista della palla a prescindere dal contesto, oppure l’adattamento alla disposizione avversaria (e ai relativi anelli deboli)? Jurgen Klopp, in una delle sua massime più famose, ha definito il pressing il miglior regista. Ma il regista non è forse la personificazione della proattività? Ancora una volta, il calcio si evolve, e con lui dovrebbero anche le etichette. 

A mio avviso, se stiamo ancora discutendo se il pressing sia uno strumento di azione o di reazione, allora forse significa che è la domanda ad essere sbagliata e dovremmo invece chiederci se le categorie iniziali abbiano ancora motivo di esistere. 

Per questo, la Juventus che verrà non deve intraprendere (né abbandonare) né l’una né l’altra strada. D’altra parte, lo stesso Sarri ha ammesso di voler conservare la capacità della squadra di “reagire” ai momenti delle partite. Quindi, senza rimuginare ulteriormente su una distinzione che sa di maquillage dialettico, ci auguriamo che la Juventus scelga semplicemente il cammino che le permetterà di sfruttare al meglio le qualità della rosa, giocando bene per i valori dei singoli e mettendoli in condizione di rendere al meglio. 

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Andrea Lapegna

È il responsabile del sito e della community di AterAlbus.it. Vive a Bruxelles ed è stato cooptato in AterAlbus per correggere la punteggiatura nei nostri articoli.