Marotta, Paratici e il mercato della Juventus4 min di lettura

Sono lontani i tempi del “Marotta dimettiti”, quelle settimane dell’anno che scandivano gli anni in cui l’ex direttore generale bianconero finiva nel mirino e veniva criticato pesantemente per operazioni non portate a termini o per acquisti che non andavano a soddisfare le attese. Oggi è rimpianto, il suo operato all’Inter esaltato, mentre Fabio Paratici ha preso le sue veci anche in questo finendo nel mirino per il suo operato. Come sempre, mettere in fila in ordine cronologico i fatti aiuta a comprendere gli eventi stessi.


Quando Beppe Marotta annuncia ufficialmente prima della partita col Napoli il proprio addio alla Juventus si interrompe bruscamente un sodalizio durato più di otto anni e che portato la società a trionfare ripetutamente in Italia; poche settimane dopo, il suo allievo Fabio Paratici viene nominato ufficialmente Chief Football Officer diventando di fatto l’erede del suo mentore.

Cosa aspettarsi dal nuovo responsabile della società era la domanda che tutti si ponevano: continuità? Rottura? Innovazione? Evoluzione? Per rispondere a questo interrogativo è necessario ripercorrere quanto fatto da Marotta alla Juventus con una rosa costruita nel tempo con una attenzione meticolosa alla potenza di fuoco, quel potenziale economico-finanziario accresciuto notevolmente col passare degli anni, generando plusvalenze grazie ad acquisti oculati. La squadra messa a disposizione di Conte prima e di Allegri poi, è un mix di competenza e fiuto sul mercato, che consegna ai due allenatori rose che diventano sempre più profonde e ricche di qualità ma senza prestare attenzione particolare alle esigenze del campo.

Così quello che è stato uno dei centrocampo più forti del mondo viene smantellato per alimentare e aumentare il potenziale economico-finanziario a disposizione senza essere adeguatamente sostituito; sono gli allenatori a dover trovare la soluzione per far rendere al meglio i giocatori ed è un compito che Allegri svolge bene per tre anni.

Il mercato successivo alla sconfitta in Finale col Real Madrid è l’emblema di una campagna acquisti portata avanti cercando le opportunità migliori, individuando i profili che si ritengono da Juventus anche se non sono quelli necessari per quanto mostrato dal campo. Allegri ha finito di modellare la squadra sul 4-2-3-1, servono un centrocampista in grado di giocare tra i due in mezzo, esterni per garantire la batteria; arriva Matuidi che non ha le caratteristiche per giocare in quel sistema e l’allenatore deve ricominciare a comporre il puzzle.

La rosa che Paratici si trova in mano è costruita con questa logica. Profonda, ricca di qualità, con l’età media avanzata. I primi passi ufficiali sono i rinnovi dei pretoriani dell’allenatore (una mossa che si rivela un boomerang perché qualche settimana dopo si decide di cambiare la guida tecnica) e l’acquisto a parametro zero di due centrocampisti. Rabiot e Ramsey sono la continuità logica di un certo modo di fare il mercato: il francese è un pallino di vecchia data del nuovo responsabile juventino, Ramsey è una opportunità.

De Ligt e Demiral rappresentano invece un elemento di rottura col passato: si acquista il miglior difensore centrale sul mercato preparando il post Chiellini e si porta a Torino un giocatore fino a qualche mese prima completamente sconosciuto. Le difficoltà, notevoli, sono invece sul fronte cessione: la Juventus lascia l’impressione di non avere una idea precisa, ma soprattutto non può avere la forza per costringere i giocatori a lasciare. Higuain è sul mercato ma vuole restare a Torino, Dybala è venduto al Manchester United ma poi salta tutto, Emre Can e Mandzukic finiscono praticamente fuori rosa e trovano una sistemazione a gennaio.

Se la scelta di Sarri è arrivata a fine maggio e il mercato era già stato impostato, quello della prossima estate sarà quello in cui poter giudicare davvero l’operato di Fabio Paratici. La Juventus ha necessità di continuare nell’opera di ringiovanimento della rosa, perché i giocatori con una età più bassa sono maggiormente vendibili (vedi quanto successo con Emre Can), ma soprattutto deve presentare elementi di rottura consegnando all’allenatore una rosa più consona alle proprie idee e alle esigenze che il campo mostra.

Si dirà che alla Juventus è stata sempre la società a fare il mercato e che i risultati sono arrivati, ma questo non implica che la dirigenza andrà a cedere il proprio ruolo perché sarà nuovamente lei a comandare. Un mercato più mirato, meno legato alle opportunità, una rosa costruita e pensata per mettere l’allenatore nelle condizioni migliori. Questo è quello che mi aspetto da Paratici il cui compito finora non è stato facile e pesantemente condizionato dall’eredità ricevuta.