Occhio ai paradossi

La chat “nera” di AterAlbus spesso è teatro di discussioni interessanti. L’ultima è stata generata da una dichiarazione del nostro Enry, il quale sostiene che Allegri abbia il dovere di vincere lo Scudetto per – riassumo – tre ragioni principali: la prima è che percepirebbe uno stipendio da top allenatore, nettamente il più alto d’Italia, che andrebbe quindi in qualche modo “giustificato”; la seconda è che nel 2019 lasciò la Juve da vincitore dello Scudetto, da vincente, da uomo dei miracoli e dell’History alone, ed è da lì che dovrebbe ripartire come obiettivo per continuare a migliorare il proprio lavoro: continuare a vincere come ha fatto Sarri dopo di lui e come avremmo fatto, evidentemente (vedere licenziamento), con un allenatore più bravo/pronto di Pirlo pure l’anno scorso; la terza è che la rosa è forte, anche se incompleta in alcuni reparti e certamente perfezionabile.

Alcuni di voi hanno scritto di essere d’accordo con lui. Altri no.

Tra quelli in disaccordo, la motivazione principale è stata: “Quest’anno non abbiamo più la rosa nettamente migliore d’Italia e ci sono delle avversarie forti, forse più forti, quindi non si può chiedere ad Allegri di vincere (subito)”.

La mia posizione è più complessa e in generale penso che le valutazioni vadano fatte a fine stagione: ve la spiegherò in un articolo apposito e avremo tempo per farlo. Nel frattempo, mi premeva evidenziare un palese cortocircuito, anche abbastanza pericoloso. Sostenere che solo con la rosa più forte si debba/possa vincere lo Scudetto, equivale infatti a smontare pezzo dopo pezzo il “mito” (non il valore, ma il “mito”) dei 9 Scudetti consecutivi e in particolare quello dei 5 di Allegri. E vorrei non ci cascassimo, perché a quel “mito” ci tengo.

Mi spiego: Allegri, a differenza di Conte, ha sempre e solo avuto la rosa più forte del campionato nella sua esperienza bianconera. E ha sempre e solo avuto avversari, di conseguenza, che partivano sfavoriti sulla carta. Non voglio banalizzare dicendo “non ha mai avuto concorrenza”, perché sarebbe irrispettoso e sbagliato, soprattutto perché a volte si è dovuto superare i 90 punti per vincere, ma diciamo che si partiva con un certo vantaggio sulla carta.

Già, la carta. Quanto vale la bravura sulla carta? Per Allegri, nulla. Ve li ricordate i discorsi che ha sempre fatto?

Nella conferenza d’addio, il buon Max spiegava che a Cardiff non perdemmo perché il Real fosse “più forte” di noi, ma perché difesero meglio di squadra rispetto a noi. Campo, non figurine. Coerentemente, poco dopo, non celebrava i suoi risultati riducendone le motivazioni all’aver avuto la squadra nettamente più forte delle altre, ma parlava di “categorie”. “Ci sono allenatori che vincono e allenatori che non vincono mai. Cazzo, se uno non vince mai, ci sarà un motivo…”. E quel motivo, per Allegri, non è mai stato “l’avere una rosa superiore/inferiore sulla carta”. Anche perché, altrimenti, sarebbe significato che al posto suo chiunque avrebbe potuto vincere con i giocatori migliori, altro che categorie. Per lui a incidere sono sempre stati motivi di campo. Per Allegri vinceva l’allenatore più bravo, punto. “Il mestiere” (di allenatore). “Non c’è più il mestiere. E’ tutta teoria, ora”. Il mestiere di allenare a vincere. E ancora: “Non c’è niente da fare, quelli che vincono son più bravi degli altri, piaccia o non piaccia. Poi è normale, quelli che perdono cosa vuoi che dicano…”.

Scuse, per Allegri. Chi non vince trova scuse. Dice che la squadra è giovane, che è meno forte, che è nuova, che non è funzionale, che l’arbitraggio, che il calendario, che la sfiga…”. L’allenatore di mestiere, il più bravo, trova la quadra, trova il modo di sfruttare al meglio la rosa che ha, si adatta ai giocatori e vince. È la quintessenza dell’aziendalismo e del pragmatismo. “Voi prendetemi giocatori di qualità, che poi ci penso io a farli giocare bene e a vincere”. Perchè “vinco sempre”. Vinceva pure al Gabbione. Ogni anno tranne un’edizione. “Vorrà dire qualcosa?”.

È dunque Allegri che ha sempre rigettato al mittente i discorsi sul fatturato, sulla forza della rosa, su quella degli avversari, sul fatto di avere o meno campioni più abituati a vincere rispetto agli altri.

Non solo: per Allegri, chi gli arrivava dietro (parentesi: Sarri) non vinceva perché si ostinava a fare il “belgiuoco” (che anche lui avrebbe potuto fare, se avesse voluto: “Giocare bene a calcio è molto semplice”… “metto i terzini che fanno le ali, centrocampisti tutti di qualità…”), mentre lui giocava per vincere. Ancora una volta, concetti che si possono condividere o meno, ma che non hanno mai tenuto conto della differenza di “valore” delle diverse rose della Serie A (e, coerentemente, anche della Champions) e del fatto che lui partisse nettamente favorito perché pieno di campioni e di giocatori strapagati, a differenza della concorrenza interna.

Chi vince è più bravo per definizione. Punto.

Oggi, nel 2021, con una Juve che non è più nettamente favorita sulla carta e che si trova ad affrontare 5-6 avversarie più o meno allo stesso livello, è cambiato forse qualcosa? Non è più “il mestiere”, che conta? Non è più l’allenatore quel valore aggiunto che ti fa vincere o perdere? Non c’è più una linea sottile fra fare bene e vincere? Chi vince non è più il più bravo? Chi è più bravo non arriva più primo? Non vorremo mica riscrivere la storia e trasformare Allegri nel peggior Sarri? Anche perché Sarri, vincendo a primo anno a Londra e a Torino, ovvero in due piazze competitive, un po’ l’ha dimostrato che la storiella delle categorie fosse un po’ una cazzata. O quantomeno fallace. Abbassare l’asticella e rinunciare di pretendere “dal più bravo di tutti” di fare risultati con una rosa comunque forte, sarebbe il colpo di grazia dei ragionamenti per assoluti e una riabilitazione degli sconfitti che tanto dava fastidio a Max quando vinceva lui.

E allora se Allegri riuscirà a dimostrare il suo valore anche stavolta, nell’unico modo possibile, lo applaudiremo e diremo che avrà fatto bene. Se invece non ci riuscirà, pure per rispetto a quando ci riuscì e alla storia di questi 9 Scudetti vinti, diremo che non sarà stato all’altezza della sua fama e della sua reputazione. Senza cadere in paradossi pericolosi.

P.S. C’è da dire che Allegri, intelligentemente, NON ha mai messo le mani davanti, a differenza di alcuni suoi “difensori”. Nella conferenza di presentazione, ha anzi ribadito come la rosa fosse divertente e stimolante da allenare, che il suo compito sarebbe stato quello di creare valore e far fare lo step finale a tanti giovani promettenti. E ha dato per scontati gli obiettivi di sempre, tra cui lo Scudetto. Scudetto che è ancora perfettamente in grado di vincere, avendo tutto il tempo del mondo per recuperare la falsa partenza e mettersi tutti alle spalle. Come spessissimo ha fatto in carriera, più di tutti. Forza Max.

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Plenipotenziario

Il "plenipotenziario". Già fondatore e direttore di Uccellinodidelpiero e Juventibus, ora di AterAlbus. Ha “coperto” Calciopoli e Scommessopoli e scritto centinaia di editoriali sulla Juve. Ultimamente, disturba la redazione parlando di giovani francesi della Ligue-1.