Vincere è semplice. La storia di Miralem Pjanić

Nessuno si trasferisce volentieri in Lussemburgo. Il paese è noioso, il clima orribile. Chi decide di andarci a vivere solitamente lo fa perché attratto dagli stipendi molto alti e dalle tasse molto basse. Nel 1993, però, Fahrudin Pjanić non era interessato né a guadagnare di più né a pagare di meno. La sola cosa che gli importava era salvare la moglie Fatima ed il figlio Miralem dalla guerra che infuriava nel loro paese, la Bosnia.

All’inizio degli anni ’90 Fahrudin giocava come centrocampista nell’FK Drina Zvornik sui campi spelacchiati della terza serie jugoslava, dove già soffiavano i venti di guerra che nel giro di pochi mesi avrebbero stravolto il paese. Fahrudin capì prima di molti suoi compatrioti che l’esercito serbo era alle porte e chiese alla sua società un visto per sé e la famiglia.

Non ottenendo risposte dal club, Fatima decise di affrontare personalmente il segretario dell’FK Drina. Di fronte all’ennesimo rifiuto, il piccolo Mire – che fino ad allora sonnecchiava tranquillamente in braccio alla madre – per puro caso scoppiò a piangere. Impietosito, l’uomo decise di rilasciare il visto, permettendo ai Pjanić di scappare da Tuzla, nel nord-est della Bosnia, e trovare riparo in Lussemburgo.

Crescere in un posto noioso non ha influito sul gioco di Pjanić, il cui stile si fonda al contrario sulla creatività e sul divertimento. È sempre stato così, in tutte le squadre in cui ha giocato, lungo un percorso di crescita costante, iniziato – come spesso accade nella carriera di un calciatore – all’ombra del padre.

L’importanza della semplicità

A 6 anni, Miralem era già innamorato del pallone. Ogni sera accompagnava il papà agli allenamenti dello Schifflange, un piccolo club locale. «Mi seguiva ovunque, con il sole o sotto la pioggia» ricorda Fahrudin.              «Cominciai a rendermi conto del suo talento vedendolo giocare a bordo campo, prima e dopo le mie partite». Per il piccolo Mire non era concepibile passare una sola ora senza palla tra i piedi. Poco dopo la fine della guerra, i Pjanić tornarono in Bosnia per riabbracciare i parenti sopravvissuti. «Una notte mio padre mi svegliò, convinto che i ladri fossero entrati nel suo garage» racconta Fahrudin. «Uscimmo di casa e sentimmo dei colpi dietro al cancello. Quando entrammo e vedemmo Mire palleggiare da solo, scoppiammo a ridere».

A 12 anni il ragazzino era già considerato uno dei talenti più luminosi della sua generazione. Gli osservatori affollavano la minuscola sede dello Schifflange. «In quel periodo cominciammo a ricevere offerte dalle società di tutta Europa» dice il padre, che ricorda un torneo giovanile in particolare. «La competizione durava due giorni e si svolgeva su quattro campi diversi. Gli scout però ne guardavano uno solo: quello su cui giocava Mire». Il PSV Eindhoven fu il primo club a chiedere informazioni ai Pjanić che però – forse per una questione di prossimità geografica – nel 2004 decisero di accettare la proposta del Metz, cittadina francese a pochi chilometri dal confine con il Lussemburgo.

Dopo quattro anni nel settore giovanile del club (e un titolo nazionale con gli under 17), Miralem entrò in prima squadra nella stagione 2007-2008. In un’intervista a France Football il suo ex allenatore, Francis De Taddeo, ricorda l’impatto di Pjanić con la Ligue 1, clamoroso per un ragazzo di appena diciassette anni. «Aveva una visione di gioco ed un tocco di palla stupefacenti. All’inizio, in molti pensavano fosse troppo fragile fisicamente per giocare tra i professionisti ma Miralem era già di un’altra categoria: era formidabile, sapeva sempre dove mettersi in campo e a chi dare il pallone. Faceva tutto in funzione della squadra, del collettivo».

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Dopo aver collezionato 32 presenze nella sua prima stagione in Ligue 1, Pjanić finì ancora una volta sulla lista della spesa dei principali club europei. Sua mamma Fatima volò in Catalogna per parlare con il Barcellona. «La trattativa era a buon punto, ci fecero una prima offerta. Dopo l’addio di Rijkaard, però, il club non era più lo stesso e decidemmo che per Mire, appena diciottenne, non fosse la scelta giusta». Una decisione saggia, che gli permise di non bruciarsi in blaugrana ma di crescere ulteriormente a Lione, dove l’Olympique cercava qualcuno a cui affidare la pesante eredità di Juninho Pernambucano, il leader tecnico ed emotivo della squadra campione di Francia per sette anni consecutivi. Con l’OL Pjanic non vinse nulla ma entrò definitivamente nell’élite del calcio mondiale. «Sono arrivato a Lione a 18 anni» ricorda. «Giocavo nel Metz, una piccola squadra della Ligue 1 e arrivai in una dei club più forti d’Europa. A Lione cambiò tutto: gli allenamenti erano più duri, i ritmi completamente diversi. Ho lavorato tanto e sono migliorato molto».

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Il gol al Bernabeu contro il Real Madrid è forse il momento più importante della sua esperienza all’OL.

Pjanić giocava da mezzala in un centrocampo a tre, con compiti più associativi rispetto ai suoi compagni di reparto Makoun e Toulalan. «Non sono mai stato un giocatore da finte e colpi di tacco. Non mi interessano. A me è sempre piaciuto giocare semplice. È la semplicità a rendere il calcio così bello. Le cose più semplici sono spesso quelle più importanti» sostiene. «Ho avuto la fortuna di veder giocare da vicino Zidane, Xavi, Iniesta, Pirlo. Tutti i palloni che toccavano erano giocati in funzione della squadra. Io mi ispiro ai calciatori che fanno rendere al meglio i compagni grazie ad un movimento o ad un passaggio che solo apparentemente sembrano facili. In campo guardo cosa succede attorno a me e poi cerco di prendere la decisione giusta per lo sviluppo dell’azione».

Di decisioni giuste Pjanić ne ha prese molte, in campo e fuori. Ma il passaggio alla Roma nel 2011 rimane una scelta difficile da decifrare. Per un giocatore di 22 anni, in rampa di lancio da diverse stagioni, il club giallorosso non sembrava la soluzione ideale. Nella nuova Roma di Luis Enrique, Pjanić avrebbe dovuto essere il giocatore chiave ma – nonostante alcune prestazioni eccellenti impreziosite da gol incredibili – l’esperienza romana non è stata un successo, anzi. Sono in molti infatti a credere che le cinque stagioni in giallorosso ne abbiano frenato la crescita, non permettendogli di migliorare quegli aspetti (la continuità di rendimento, soprattutto) in cui ancora non eccelleva.

“Sei una pippa, li mortacci tua”. L’ambiente romano non ha fatto molto per aiutarlo.

«Ho capito che era il momento di andare» ha detto a proposito della sua decisione di lasciare la Roma. «Ho sempre creduto alle promesse del club. Continuavano a ripetermi che avrebbero costruito una squadra da scudetto ma in cinque stagioni non abbiamo vinto niente. La carriera di un calciatore non dura in eterno, non potevo più aspettare».

Ecco perché nel 2016, quando Fabio Paratici si presentò a Roma con i 38 milioni della clausola rescissoria, Pjanić decise di trasferirsi alla Juventus senza pensarci un attimo. A 26 anni e con un talento come il suo, il palmares vuoto era un affronto inaccettabile. Con i bianconeri, il centrocampista bosniaco ha ovviato al problema, iniziando ad accumulare trofei in serie. Dopo tre stagioni positive ma spesso altalenanti a livello individuale, Pjanić ha iniziato la stagione 2019-2020 da protagonista assoluto, dando l’impressione di essere entrato nel prime della carriera.

Leader tecnico

Fin dalla sua prima conferenza stampa, Maurizio Sarri ha affidato a Pjanić le chiavi della squadra. «Se chiedete il mio parere, vorrei vedergli toccare 150 palloni a partita». In mezzo al campo il tecnico toscano ha sempre voluto un uomo capace di muovere la palla velocemente, che soprattutto attraverso il “gioco a muro” permettesse di risalire il campo e innescare la fase offensiva. A differenza di Valdifiori e Jorginho, però, il bosniaco ha letture più istintive, meno banali e codificate, che Sarri sta cercando di affinare ulteriormente. Fin dalle prime uscite stagionali, infatti, Pjanić ha svolto il suo consueto ruolo in fase di costruzione ma – a differenza degli anni scorsi – ora ha più soluzioni e linee di passaggio grazie al movimento dei compagni tra le linee. La sua intelligenza calcistica gli permette di scegliere se condurre “forte” per indurre l’avversario a fare una scelta o – più spesso – se giocare la palla, cercando un compagno in zona centrale (di solito Ramsey o Dybala, che aspettano una palla appoggiata per un fraseggio corto). Quest’ultima soluzione, secondo i dettami di Sarri, è “normale amministrazione” per Pjanić. Ciò che sta cambiando nel gioco del bosniaco, invece, è la ricerca sempre più frequente del passaggio chiave, spesso attraverso una verticalizzazione improvvisa. Alle tradizionali doti associative, infatti, il bosniaco sta aggiungendo giocate dirette, funzionali all’attacco della profondità.

Papà, cos’è un key-pass? Guarda, figliolo”. Qui Pjanić non solo recupera alto il pallone (altra specialità della casa troppo spesso trascurata) ma lancia anche Dybala nello spazio.

Un pezzo che sembrava mancare al suo repertorio ma che potrebbe risultare decisivo per innescare gli attaccanti e far decollare la stagione della Juventus. Dai suoi piedi passeranno molte delle fortune bianconere: attraverso gli assist (soprattutto se i muscoli di Douglas Costa dovessero continuare ad essere troppo fragili) e con i gol su calci piazzati (se finalmente si trovasse il modo di piegare il “monopolio lusitano”).

Il ruolo di leader tecnico della squadra non sembra pesargli, come dimostra la sua esperienza in Nazionale. «Con la Bosnia gioco per fare felice la gente, è forse l’unica scelta di cuore e non di carriera che è possibile fare» ha ammesso. «Avrei potuto anche scegliere la Francia. Domenech venne a parlarmi, con i Bleus avrei avuto altre prospettive, ma nessun traguardo sarebbe stato all’altezza del mio sogno, far divertire il mio popolo».

Ci sono molti modi per far felici i tifosi: con una rovesciata a due metri di altezza o con un doppio passo in mezzo a tre avversari. Pjanić preferisce farlo attraverso cose più semplici, come un passaggio eseguito nei tempi e nei modi giusti. Perché anche la semplicità è funzionale al divertimento. Una regola difficile da applicare per chi cresce giocando a pallone in Brasile ma che – c’è da scommetterci – funziona perfettamente per chi inizia a farlo in Lussemburgo.

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