Cinque partite della svolta che svolte non erano

Quante volte abbiamo sentito “questa partita sarà la svolta che cercava l’allenatore”? Si tratta di una frase che si ripete ciclicamente almeno 3/4 volte a stagione, nonostante poi le tanto decantate conseguenze si facciano attendere. Qui di seguito, cinque partite che potevano rappresentare qualcosa di più del loro risultato.


Juventus – Sassuolo 3-1 (10/09/2016)

di Claudio Pellecchia

La Juventus che, il 10 settembre 2016, ospita il Sassuolo allo Stadium è una squadra che, dopo la poderosa campagna acquisti estiva, è ancora in cerca di un autore dopo che le prime due partite di campionato hanno raccontato che più di Higuain – comunque in rete all’esordio contro la Fiorentina – Pjanic e Dani Alves, il vero imprescindibile è Sami Khedira: due gol nelle prime due gare, compreso quello da tre punti nell’Olimpico biancoceleste.

L’imminente impegno in Champions League contro il Siviglia, spinge Allegri al mini-turnover: Benatia sul centro-destra difensivo al posto di Barzagli bella difesa a tre, Lichtsteiner terzino a tutta fascia in luogo di un Dani Alves ancora in versione “oggetto volante non identificato”, Lemina mezzala di contenimento chiamato a dare copertura alle corse profonde di Alex Sandro. In compenso la principale attrazione di giornata, la coppia Dybala-Higuain all’esordio dal primo minuto, ci mette appena quattro minuti a dare forma e sostanza alle fantasie estive dei tifosi: dopo aver recuperato una palla nella sua trequarti difensiva, Pjanic spezza il raddoppio e apre un corridoio in verticale che Khedira legge in anticipo e il futuro numero 10 sfrutta alla perfezione nella rifinitura, offrendo al Pipita il pallone per il diagonale da destra a sinistra che non può mai sbagliare; sei giri di lancette dopo il nuovo nueve fa urlare a Fabio Caressa che “così è illegale veramente”, esibendosi in una semirovesciata volante che rappresenta perfettamente il tipo di dominio fisico, tecnico e psicologico che quella Juventus sembrerebbe in grado di esercitare su un campionato finito ancor prima di iniziare.

Il 3-0 di Pjanic, a ribadire in rete il suo colpo di testa respinto dalla traversa, è la fotografia di una mezz’ora di superiorità netta, indiscutibile, a tratti persino desolante, che assomiglia tanto a un messaggio a tutto il resto della Serie A in quel momento terrorizzata davanti al televisore e che nemmeno il fortunoso e casuale gol di Antei in chiusura di primo tempo dovrebbe mettere in discussione. Invece una ripresa caratterizzata da un paio di fisiologici cali di concentrazione e, soprattutto, lo 0-0 di quattro giorni dopo contro gli andalusi, fanno dire a Chiellini che “il Real Madrid può vincere 6-2 o il Milan di Ronaldinho poteva trionfare 5-2, ma la Juve deve vincere 1-0, 2-0, lo dice la storia di questa società. Noi non siamo e non saremo mai il Real, abbiamo caratteristiche diverse”.

Seguiranno tre mesi di prestazioni altalenanti prima che Allegri, dopo l’inopinata sconfitta di Firenze, decida di mandare in soffitta il 3-5-2 che lo aveva aiutato nella rimonta “statisticamente insopportabile” (cit. Mario Sconcerti) della stagione precedente, e si inventi il 4-2-3-1 che lo porterà fino a Cardiff. Ma la diffidenza verso un certo tipo di calcio offensivo e rischioso non sarebbe mai stata eradicata del tutto.

Manchester United – Juventus 0-1 (23/10/2018)

di Andrea Lapegna

Forte di un calendario tendenzialmente morbido, e di un mercato stratosferico, la Juventus di Allegri si appresta ad affrontare ad un filotto di appuntamenti in nuova veste. Alle sfide con Frosinone, Bologna, Napoli e Udinese, Allegri si presenta con il 4-3-3 d’ordinanza, ma interpretato in maniera molto molto diversa rispetto a quanto visto negli anni precedenti. 

Il buon Max si era deciso ad assecondare la mole gargantuesca di talento arrivata dal mercato estivo, con Cancelo e Cristiano Ronaldo in primis. Soprattutto, aveva eletto Paulo Dybala come suo centravanti – atipico, ci mancherebbe. Si tratta di un modulo molto più flessibile (in netta contrapposizione rispetto alle rigide fasi di possesso e di non possesso viste in precedenza). Con Cancelo e Cuadrado sulla corsia di destra, la squadra guadagna in imprevedibilità; con Dybala in avanti, il centravanti è ora lo spazio (cit), ora Matuidi che si butta dentro. Soprattutto, con l’imperante necessità di muovere il pallone velocemente – e gli avversari con esso – la squadra è convinta. 

È una Juventus diversa, frizzante, che gioca a ritmi altissimi. È una Juventus che domina avversario, pallone e contesto: una novità quasi assoluta. Col senno di poi, e scrivendo a 2021 iniziato, mi sento di dire che è il miglior calcio di posizione che abbiamo visto alla Juventus dai tempi del primo Conte, pur con le dovute differenze. 

Quella partita fu epìtome del momento, sia perché distillava il cambiamento attraversato dalla Juventus, sia perché con essa Allegri dimostrava al mondo che era un allenatore polivalente. Basta(va) volerlo.

Per questo, a riguardare quella stagione e il modo in cui è finita, c’è da mangiarsi le mani: fatale fu un pareggio casuale a Parma, fatale fu il ritorno di quella partita, circostanze in cui Allegri tornò sui suoi passi e giurò “meglio l’uovo oggi”. 

Juventus-Atletico Madrid 3-0 (12/03/2019)

di Claudio Pellecchia

Ok la tripletta di CR7. Ma anche Emre Can terzo centrale, Spinazzola che ara – letteralmente – la sua fascia, Bernardeschi in versione Gareth Bale che strappa 50 metri palla al piede all’85’ come se la partita fosse appena iniziata, Kean al posto di Mandzukic per provare a vincerla (riuscendoci) nei 90’, Cancelo a fare le prove generali del giocatore urbi et orbi che è oggi, più in generale un atteggiamento iper-aggressivo, vincente e coinvolgente, che fa pensare e fa dire che quella è la strada giusta, che la maledizione Champions non esiste, che “mai più passivi” finalmente. Poi venne l’Ajax. E con lui le solite vecchie storie.

Inter-Juventus 1-2 (06/10/2019) 

di Claudio Pellecchia

La grande utopia, la rivoluzione filosofica e culturale di Maurizio Sarri che sembra concretizzarsi nella notte più importante contro la rivale storica, l’idea de “il risultato è casuale ma la prestazione no” direttamente connessa a una squadra che sembra finalmente convinta dei propri mezzi e che pare aver assimilato quelle alchimie tattiche apparentemente opposte al modo di stare in campo e al mondo tipicamente sabaudo. E quindi Dybala che buca Handanovic al 4’, la squadra che non perde testa, distanze e dominio del gioco nemmeno dopo il pareggio di Lautaro, Bernardeschi calcisticamente ancora vivo e in grado di reinventarsi trequartista di corsa e inserimento in contumacia Ramsey e Douglas Costa, i 24 passaggi preparatori al gol di Higuain nella stessa porta di 526 giorni prima. Altro tempo, altro calcio, altra Juve. Forse. Al rientro dopo la sosta nazionali nulla sarà più come quella sera di inizio autunno. Qualcuno deve ancora spiegarci perché. 

Juventus – Roma 2-0 (06-02-2021)

di Davide Terruzzi

O meglio, la partita della grande ed effimera illusione. Quella della ritrovata solidità, del cinismo, della compattezza, della squadra che si difende dentro la metà campo e anche all’interno della propria area, quella della Juventus con le idee chiare col pallone, la vittoria della strategia.

Ed è tutto vero, solo che quella prestazione è figlia di una considerazione. La squadra di Pirlo non è ancora in grado di avanzare una proposta di calcio intensa e aggressiva senza palla. Non c’è continuità, a volte applicazione. Lo si vede bene nei primi minuti della gara in cui la Juventus prova a prendere alta la Roma senza riuscirci e viene costretta a difendersi dentro la metà campo. Lo fa, bene, togliendo profondità ai giallorossi, così come aveva fatto qualche giorno prima con l’Inter in Coppa Italia e come farà nei giorni successivi a questa partita. 

Una strategia funzionale a una gara, in cui la squadra concede poco e crea poco, una tendenza che purtroppo continua a mantenere con costanza. Se è vero, e lo è, che la Juventus di Pirlo ha idee chiare col pallone, l’efficacia rappresenta il tallone d’achille e non può certo essere risolta con partite in cui devi risalire il campo senza avere un funzionale gioco in contropiede.

Per tanti è stata la partita del Pirlo diventato allenatore, in realtà sono state un blocco di partite in cui la Juventus non ha affrontato i problemi per risolverli, ma ha cercato di rifugiarsi nella scorciatoia della difesa posizionale – che non è più quella di qualche anno fa – e del gioco in campo aperto. Una coperta di Linus che rappresenta quella certezza psicologica ed emozionale che non si riesce a mettere nel cassetto. Una scorciatoia che può funzionare per qualche gara, ma che allontana dall’applicazione costante di quel gioco che Pirlo aveva detto di volere.

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Un giorno racconterà di aver visto Cristiano Ronaldo alla Juventus e LeBron James ai Los Angeles Lakers. Tutto il resto lo trovate qui, su Rivista Undici, Esquire Italia e nss sports.

È il co-responsabile del sito AterAlbus.it e di tutta la produzione scritta. "Il campo non mente mai", dice spesso mentendo.

Dà consigli. "Trust the process". Da tanti anni si diverte a parlare e scrivere di Juventus.