Cosa sappiamo del Pirlo allenatore?6 min di lettura

La scelta di affidare ad Andrea Pirlo la gestione della prima squadra ha spiazzato tutti. Il bresciano non ha esperienze da allenatore, ma forse le qualità che cerca il Presidente Agnelli sono altre. 


Il 6 giugno 2015, Andrea Pirlo lascia la Juventus in lacrime nella finale di Berlino, con un’immagine che da allora ci resterà impressa a fuoco: un giovane e lucido Pogba consola un triste campione al tramonto. Dopo aver passato due stagioni negli Stati Uniti a giocare per il New York City, il 5 novembre 2017 Pirlo lascia definitivamente il calcio giocato. Da quel giorno, nonostante sia più facile identificarlo con la maglia del Milan, viene considerato un patrimonio della società bianconera. 

Pirlo allenatore?

Nei due anni successivi mette in cascina comparsate in televisione come opinionista e il 30 settembre 2019 comincia il Master UEFA Pro a Coverciano. Pirlo può accedere sin dall’inizio ai corsi più avanzati dei patentini UEFA, “approfittando” di un sistema che premia gli ex calciatori nelle graduatorie punti. Per sua stessa ammissione, si era iscritto solo per conseguire l’esame e poi decidere se potesse tornargli utile, ma alla fine si è “infognato”. 

Le voci di un ritorno in bianconero si sono rincorse per tutta la ripresa del campionato post-COVID, ed il 30 luglio è stato annunciato ufficialmente il suo rientro a Torino per sedersi sulla panchina della Juventus Under 23. 

L’indomani, in apertura della conferenza di presentazione, Andrea Agnelli ha insistito a più riprese sulle qualità umane di Pirlo, rimarcando anche l’orgoglio di riavere Pirlo di nuovo nei ranghi bianconeri. Il “salto” da seconda a prima squadra era già stato preparato durante quella conferenza, ma difficilmente il grande pubblico aveva colto che questo balzo si sarebbe compiuto nel giro di una settimana.

Sia Agnelli che Paratici hanno insistito sulla necessità di usare la U23 come percorso formativo per Pirlo, e a risentire quelle parole oggi sembra di ascoltare una cacofonia

Ad oggi, Andrea Pirlo non ha ancora ottenuto il patentino UEFA Pro, necessario per allenare in Serie A (o anche in Serie B). Ha frequentato e ultimato il corso AIC a Coverciano, ma non ha ancora sostenuto l’esame finale e discusso la tesi, indi per cui siederà in panchina con una deroga. Si dice che dovrà consegnare la tesi entro il 21 agosto, e discuterla entro metà settembre. Di sicuro, avrà gli occhi di mezza Italia addosso. 

Nel mentre, le funzioni burocratiche le espleterà Roberto Baronio, che Pirlo si è portato nello staff. Come sappiamo, nello staff del neo-tecnico bianconero figura anche Antonio Gagliardi, ex match analyst della Nazionale e uomo di punta della nouvelle vague azzurra, che dovrebbe fare “il salto” con l’ex campione del mondo; così come dovrebbe farlo Andrea Barzagli. Ma soprattutto, è possibile che parte dello staff tecnico di Sarri rimanga in funzione: si dice che Martusciello potrebbe rimanere, così come i preparatori.

Sì, ma che allenatore sarà?

È impossibile dire che tipo di allenatore sarà Andrea Pirlo. Nessuno ha potuto osservarlo all’opera, dato che non ha ancora mai avuto una squadra in gestione, a nessun livello professionistico. Tuttavia, Pirlo stesso ha disseminato qualche indizio dalla conferenza di presentazione, dove ha democristianamente ammesso di voler prendere qualcosa da tutti gli allenatori che lo hanno avuto in carriera, citando Lippi, Ancelotti, Conte, e Allegri. Allo stesso tempo, ha dichiarato di avere già da tempo in testa il proprio modello di gioco, da modellare sulla base di quello che gli piaceva fare in campo. 

Pirlo sostiene che la sua squadra debba giocare bene, dominare il gioco, e “avere sempre la voglia di vincere” (e fin lì…). Rispondendo a precisa domanda, ha anche detto che gli sarebbe piaciuto giocare nella Juventus di Sarri, ammettendo di apprezzare il gioco dell’ormai ex tecnico bianconero. Un’indicazione importante ci viene sul modulo, che Pirlo relega a mero strumento, da utilizzare e cambiare a seconda dei giocatori a disposizione. 

Nei mesi di lockdown, avevano una notevole eco le chiamate “pubbliche” con ex giocatori. Una di queste è molto significativa. Pirlo commentava la nuova carriera (in potenza) da allenatore, e spendeva parole d’oro per Antonio Conte che, a quanto pare, ha avuto un’influenza decisiva nella sua scelta di carriera da allenatore.

La prima volta che ho valutato la possibilità di fare l’allenatore è stata dopo una lezione di Conte. Ce ne faceva sempre da 40 minuti l’una. È stato allora che tra me e me ho pensato: ‘Anche io voglio fare l’allenatore’.

Allo stesso tempo, indicava Allegri come “un gran lavoratore”, esponendo la convinzione che allenatori di pura gestione non esistono più. Nella stessa intervista, Pirlo è stato molto generoso con i riferimenti delle squadre che ama studiare e a quelle che ritiene più vicine alla sua idea di calcio:

A parte Guardiola, che guardano tutti, mi piace molto vedere la costruzione di De Zerbi, l’Ajax, l’AZ Alkmaar, il RB Lipsia, l’Ajax di Van Gaal, il Barcellona di Cruijff.

Un elenco notevole, volendo anche di nicchia, in cui figurano le maggiori avanguardie del calcio europeo contemporaneo e i modelli che hanno fatto la storia del calcio. Più avanti, ammette che tra i suoi allenatori preferiti, al momento, ci sono Guardiola, De Zerbi, Slot, e Quique Setién: nomi precisi, gente che è accomunata dal ricorso al gioco di posizione (Pirlo cita anche Klopp, ma dice che non è vicino al suo stile). Con la postilla che, in ogni caso, traslare le loro idee con un banalissimo copia e incolla non funziona mai, a prescindere dalla destinazione.

Ha poi offerto spunti circa gli strumenti da adottare in campo. Afferma che la costruzione dal basso offre una serie di vantaggi acclarati (o almeno più vantaggi che svantaggi) e che sarà un’arma da utilizzare. Inoltre, ha circoscritto il temo del possesso in pieno stile guardiolista, asserendo che il possesso palla è uno strumento per offendere e non un fine in sé.

In una chiamata con Cannavaro, stuzzicato proprio sullo stile di gioco da adottare una volta in panchina, rispondeva con l’apprezzamento per il 4-3-3 (ritenuto comunque non irrinunciabile) e la volontà di improntare la squadra al possesso palla.

Andando a ritroso nel tempo, nel libro autobiografico “Penso, quindi gioco” (2013) ha confidato di essere stato avvicinato da Guardiola e di aver provato enorme ammirazione verso il Barcellona e i suoi “sincronismi orchestrati da Dio in persona”. In un altro passaggio si dice fortunato ad aver incrociato Antonio Conte nel suo percorso alla Juventus (“Se Arrigo Sacchi era un genio, allora lui cos’è? Mi aspettavo uno bravo, ma non così bravo”).

Basandoci su questi stralci, possiamo dire che i suoi modelli di studio sono allenatori coraggiosi e identitari. Con queste premesse, sarebbe ragionevole scommettere su un calcio di possesso, dove la riconquista assume un ruolo importante; magari un gioco di posizione, magari impostando davvero un 4-3-3, anche se non necessariamente su quello che la Juventus ha adottato nell’ultimo anno. Un calcio, insomma, incentrato sui trend attualmente consolidati a livello europeo. O magari, siccome di lui sappiamo poco o nulla, ci sorprenderà adottando uno stile di gioco ancora diverso.