La crescita di Nicolò Fagioli7 min di lettura

Acclamato da tanti e alle porte dei 19 anni, Fagioli è uno dei profili più interessanti passati dalle giovanili bianconere negli ultimi anni. Ma allora perché non gioca stabilmente in Under 23?


Tra poco meno di un mese il piacentino Nicolò Fagioli farà 19 anni. Un’età che inizierà a farsi importante per uno dei talenti più fulgidi che siano passati nel settore giovanile della Juventus negli ultimi anni.

Sbarcato alla Juventus nel 2015, prelevato dalla Cremonese, Fagioli ha saputo affacciarsi in Primavera con un anno d’anticipo rispetto alla maggior parte dei suoi coetanei, arrivando infatti a raccogliere 7 presenze (tra campionato, Viareggio e Youth League) già nella stagione da under 17, quella per intenderci che lo vide segnare 13 reti in 25 gare tra i parietà (Bianconeri che si arresero in semifinale alla corazzata Atalanta). In quella successiva eccone l’esordio con l’Under 23, oltre ad una discreta stagione in Primavera (6 gol ed 8 assist in campionato in 19 presenze). Quest’anno ha già giocato 15 gare con la formazione giovanile, di cui 5 in Europa, con 5 gol ed 1 assist all’attivo. Inoltre ha messo insieme circa 200 minuti con l’Under 23.

Infine, nel corso di questi anni è stato un punto più o meno fermo delle varie Nazionali giovanili Azzurre, rilanciate dalla “cura Viscidi”. Il fantasista emiliano ha infatti messo assieme già 37 presenze, per lo più con l’Under 17 (con cui sfiorò il titolo europeo di categoria nel 2018) e con l’Under 19 (con cui ha giocato, da sotto età, l’Europeo l’anno scorso e con cui proverà a giocare, con la sua “classe”, il torneo continentale anche quest’anno).

Che tipo di calciatore è Nicolò Fagioli?

Fagioli nasce trequartista centrale, classico giocatore che ama spaziare fra le linee per mettere in difficoltà con la propria classe e creatività le retroguardie avversarie. Estroso e con un ottimo bagaglio tecnico, il fantasista piacentino è cresciuto proprio come trequartista puro, per poi provare anche soluzioni alternative con l’arrivo di una più marcata maturità calcistica.

Così, lo si è iniziato a vedere impiegato di tanto in tanto anche sugli esterni, dove però non ha mai messo in mostra quel passo dirompente che sembra essere necessario nel calcio modero per imporsi ad alto livello in quel ruolo. Con la stagione in corso, la sua progressione tecnico-tattica lo ha quindi portato a giocare diverse volte a centrocampo, dove è spesso impiegato anche in Nazionale, reparto nel quale può ricoprire un po’ tutti i ruoli almeno a livello giovanile: centrocampista centrale con compiti marcatamente di sviluppo del gioco, interno di un centrocampo a due o – perché no – mezz’ala di qualità e regia.

Nella recente gara di Siena, la prima giocata da titolare in Serie C, il ragazzo è stato impiegato da Pecchia come uno dei due mediani nel 4-2-3-1 messo in campo dal tecnico laziale. A questo punto del suo percorso di crescita, quindi, possiamo notare delle assonanze con un altro grande talento lungamente impiegato come trequartista nelle giovanili Bianconere, ovvero quel Luca Clemenza che da uomo tra le linee venne riciclato a regista di centrocampo della Primavera juventina, prima di tornare ad occupare per lo più posizioni offensive (trequartista o seconda punta) in questo primo scorcio della sua carriera da professionista.

A centrocampo

Difficile dire oggi se la trasformazione da fantasista a meneur de jeu si potrà mai completare in maniera soddisfacente, perché per un Andrea Pirlo ci sono cento Luca Clemenza. Però è altresì vero che delle indicazioni interessanti in questo senso il ragazzo le ha date.

Innanzitutto l’atteggiamento: spesso, chi ha mai lavorato sul campo coi ragazzi lo sa, è difficile far digerire un cambio di ruolo ad un calciatore, soprattutto quando lo si allontana dalla porta avversaria. Per chi è abituato ad incidere direttamente sul risultato con gol ed assist, arretrare anche di qualche decina di metri il proprio raggio d’azione diventa spesso un sacrificio doloroso. Nel caso di Fagioli, invece, i segnali inviati dal suo linguaggio non verbale sono positivi: il giocatore si spende con abnegazione, cerca di lavorare per la squadra, prova come può a cantare e portare la croce impegnandosi sufficientemente anche in fase di non possesso.

Interessante quando esce in pressing alto, cosa che del resto gli è richiesta anche quando opera sulla trequarti, deve crescere molto in intensità e soprattutto aggressività, oltre che nelle scelte di tempo quando esce in accorciamento sull’avversario. Invece, è già naturalmente portato a leggere bene le azioni e a giocare sulle traiettorie, avendo buone capacità e relativa efficacia in intercetto. In fase di possesso deve poi crescere ulteriormente la qualità delle proprie giocate, perché potenzialmente ha il talento per dipingere calcio come pochi. Proprio questo talento già oggi gli dà la possibilità di piazare qualche pennellata, da calcio piazzato e non solo, da grande artista emergente.

Insomma, Nicolò Fagioli ad oggi è un ragazzo che ha una base tecnica da stropicciarsi gli occhi, che pochi hanno in Italia, ma che deve ancora trovare una propria identità tattica definitiva, tanto più per proiettarsi nel calcio dei grandi. Il potenziale per fare il CTP alla Juventus l’avrebbe anche, per quanto ad oggi resti più facile prospettargli un futuro lontano da un top club europeo come quello Bianconero, dove imporsi è sempre arduo.

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Esperimento Under 23

Sbaglierò, ma sono convinto di una cosa: ragazzi come Fagioli e Riccardi, due tra gli Under 20 più talentuosi d’Italia, dovrebbero stare in Squadra B da almeno una stagione. Entrambi approdarono in Primavera anzitempo, con il romanista che addirittura disputò una stagione da protagonista da sottoetà. Solo che a due anni di distanza si trovano ancora lì, a giochicchiare coi propri parietà.

Sbaglierò, ripeto, ma io sono saldamente della scuola di quelli che pensano che quando un ragazzo ha talento vero, come questi due, debba “essere messo in difficoltà”. Ciò che voglio dire è che l’asticella, a gente così, va alzata costantemente, tenuta tarata in maniera tale da stimolarli di continuo, così da permettere loro di crescere di più, più rapidamente e tendenzialmente meglio.

Intendiamoci, ciò che dico non è un mero discorso teorico. Parlare è sempre facile, poi spesso “tra il dire ed il fare c’è di mezzo il mare”. No, i principi che sto enunciando sono gli stessi che in diverse situazioni vengono messi in pratica da molte società. Prime fra tutte quella con cui mi onoro di collaborare (questo per dire che ho una certa “cognizione di causa”, sull’argomento) ma, tornando ai “nostri”, anche Fagioli e Riccardi si sono trovati a giocare da sottoetà in Primavera. Perché? Perché in under 17 potevano fare la differenza giocando in ciabatte, ed un contesto per loro così poco competitivo – e quindi stimolante – avrebbe rischiato di minimizzarne la crescita, anziché aiutarli a sviluppare le proprie qualità.

Quale futuro?

Quindi Nicolò Fagioli è quel ragazzo che nella primavera del 2018 subentrò nella ripresa nella finale dell’Europeo Under 17 che l’Italia perse contro l’Olanda per 3 a 2 e cambiò decisamente il passo alla nostra rappresentativa giovanile. Non dico tanto, ma quel giocatore lì la stagione successiva (ovvero la scorsa) doveva ssere preso, gli si doveva dire di salutare per sempre il calcio giovanile (almeno per club) e doveva essere aggregato in maniera fissa e definitiva alla rosa dell’Under 23. Dandogli poi minutaggio, però. Invece a quasi due anni di distanza da quel pomeriggio in cui stupì gli osservatori di mezza Europa
(non che la bontà del suo calcio si sia potuta ammirare solo quel pomeriggio, eh!) Nicolò Fagioli ha messo insieme solo 248 minuti di gioco con la Squadra B juventina. Ovvero, niente.

E se prendiamo per buono il fatto che per aiutare un ragazzo dal talento cristallino a crescere gli si debba tenere l’asticella costantemente un passo avanti rispetto al livello che ha già raggiunto, è evidente che trovarsi a 19 anni a giocare ancora più in Primavera che in Serie C, tanto più con la fortuna di militare in un club che possiede una filiale, è un peccato vero. In Europa, dove negli ultimi anni sono tendenzialmente più bravi a crescere e far emergere i propri talenti, un giocatore così avrebbe verosimilmente un curriculum professionistico già ben più nutrito dei miseri 248 minuti che conta il curriculum di Nicolò.