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Precedenti: Porto-Juventus 2017

Ai dragoni di Portogallo sono legati momenti indimenticabili. Su tutti la finale di Coppa delle Coppe del 1984. Ma anche trasferte a Oporto cariche di tensione. Dall’11 settembre allo sgabello di Leonardo Bonucci.


Torna la Champions League. E torna la sfida tra Porto e Juventus. Bianconeri e dragoni di Portogallo pronti ad affrontarsi per l’andata degli ottavi di finale. E per la sesta volta in gare ufficiali. Un confronto che, in passato, ha sorriso sempre alla Vecchia Signora. Ma riservato anche momenti di alta tensione. E non sempre per fattori esterni.

In principio fu Basilea

Dici Porto-Juventus e la mente non può che tornare a quella dolce serata del maggio 1984 a Basilea, in Svizzera. Una Signora sempre più internazionale prova l’ennesimo assalto a una coppa europea.

Un anno dopo aver fallito la presa della Coppa dei Campioni, nell’infausta notte di Atene contro l’Amburgo, ora i bianconeri si buttano sulla delle Coppa delle Coppe. La Coppa Italia vinta contro il Verona nell’estate 1983 ha aperto un capitolo che si rivelerà indimenticabile.

Passo dopo passo, la squadra di Trapattoni ha raggiunto di nuovo l’ultimo atto. Epica soprattutto la doppia semifinale contro il Manchester United. Risolta al ritorno da Pablito Rossi, al Comunale, a un soffio dai supplementari.

Questa volta la Juve non si fa ammaliare dal ruolo di favorita. È il 16 maggio ed è una serataccia per i portieri. Tacconi non è impeccabile sul tiro da lontano di Sousa, ma il collega Zè Beto ne combina una dietro l’altra: prima si fa sorprendere da un diagonale sinistro di Beniamino Vignola, poi esce a valanga facendosi anticipare dal tocco di Boniek.

Il polacco fa fede al suo soprannome “Bello di Notte” e regala il trofeo all’Avvocato Agnelli. Da affiancare alla Coppa Uefa portata a casa da Bilbao nel 1977. Ma soprattutto aprendo un ciclo di altri 3 successi nel giro di un anno e mezzo: Supercoppa Europea, Coppa dei Campioni e Coppa Intercontinentale. Un filotto che farà della Juve la prima in Europa ad aggiudicarsi tutte le competizioni internazionali.

Della serata svizzera c’è un’immagine che resta ancora oggi indelebile. Capitan Gaetano Scirea, nella sua splendida divisa gialloblù (personalmente una delle più belle di sempre), che alza il trofeo al cielo.

2001, il ritorno europeo di Lippi

Dopo Giovanni Trapattoni, solo Marcello Lippi ha saputo portare la Juventus ai fasti europei. Con il tecnico viareggino arrivano ben 4 finali di fila tra quella di Coppa Uefa e le 3 di Champions League. Storia del ciclo iniziato nel 1994 e durato fino al 1999.

Ma nel 2001 l’amore è tornato a sbocciare. In un’estate in cui a Torino ha tirato aria di vera rivoluzione: partiti Zidane e Inzaghi, sono approdati Buffon, Thuram, Nedved e Salas.

Carlo Ancelotti ha lasciato in eredità 2 secondi posti in campionato e qualche inciampo di troppo oltre confine. C’è voglia di tornare protagonisti. In Italia ma anche in Europa.

I bianconeri sono finiti nel girone di Champions League proprio con il Porto, con il Celtic Glasgow e col il Rosenborg. L’avventura dovrebbe partire da Oporto: prima giornata fissata per mercoledì 12 settembre. La truppa è già in terra lusitana quando, dall’altra parte dell’Atlantico, va in scena uno di quei momenti che cambiano il mondo, cioè l’attentato alle Torri Gemelle di New York.

Le conseguenze sono planetarie. Allerta massima in ogni angolo dell’Occidente e tensione alle stelle. La Uefa ha i tempi di reazione a dir poco rallentati e prende una decisione sconcertante: nessun rinvio per le gare del martedì sera. Solo a mente fredda si decide che è meglio non andare oltre. Quindi rinviate le sfide del mercoledì e per i bianconeri bisogna tornare a casa. Senza aver giocato.

Bisognerà tornare un mese dopo, il 10 ottobre. E sarà uno 0-0 che costituirà un piccolo passo verso il passaggio del girone. Soprattutto grazie al 3-1 che Del Piero, Montero e Trezeguet firmeranno nel match del Delle Alpi. Bianconeri avanti come primi, seguiti proprio dai dragoni di Portogallo. Ma per entrambe le compagini l’avventura finirà al secondo step.

2016/17, riecco i Dragoni

Passano altri 16 anni prima che Juventus e Porto si incrocino di nuovo. Sempre sul palcoscenico della Champions League.

Questa volta è l’edizione 2016/17 e la sfida è ancora più decisiva: si tratta di un dentro o fuori. Le 2 squadre vengono sorteggiate insieme per gli ottavi di finale. Proprio come questa volta. E con le stesse condizioni. Bianconeri nell’urna dei vincitori di girone, lusitani in quella dei secondi.

E sì, perché la Juve non ha voluto correre rischi. Ancora scottata dal secondo posto che un anno prima gli aveva fatto pescare il Bayern, la squadra di Allegri non fa sconti. Soprattutto lontano da Torino, dove porta a casa vittorie di prestigio da Zagabria, da Lione e proprio da Siviglia. Sullo stesso campo dove Llorente l’aveva spedita nelle braccia dei bavaresi.

Avanti tutta da imbattuti con 4 vittorie e 2 pareggi. Con i soli 2 gol subiti che fanno più notizia degli 11 fatti, visto che 6 sono stati rifilati alla Dinamo Zagabria, cenerentola del raggruppamento.

A sua volta, il Porto ha dovuto fare le spese con il proseguo della favola Leicester. Dopo aver stupito il mondo vincendo la Premier League da “under dog”, la squadra di Claudio Ranieri gioca d’autorità anche in Europa. Il girone è roba loro, ma i portoghesi si prendono l’altro posto rifilandone 5 agli inglesi già qualificati, all’ultima giornata.

Un risultato che dà maggior spessore alla squadra allenata da Nuno Espirito Santo, uno che da calciatore è entrato nella storia. Per essere stato il primo finito nella scuderia di Jorge Mendes. Quello che, col tempo, diventerà una sorta di secondo papà per Cristiano Ronaldo.

Un sorteggio non proprio sfavorevole per i bianconeri. Ma quante cose possono cambiare in pochi mesi?

Juve 2.0 sulla strada di Cardiff

Intanto quella targata 2016/17 è una Juve in mezzo al ciclo più vincente della propria storia. Reduce dai 5 Scudetti, dalle 2 Coppe Italia e dalle 2 Supercoppe. Ma anche da una finale di Champions persa a Berlino col Barcellona e un ottavo con il Bayern che, come già detto, ha lasciato lo stesso rimpianto.

In più, proprio come quella del 2001, anche questa è una squadra reduce da una rivoluzione estiva. Anche piuttosto dispendiosa: sono arrivati Gonzalo Higuain e Miralem Pjanic, presi a Napoli e Roma pagando fino all’ultimo centesimo la clausola rescissoria. Altro investimento importante è quello di Marko Pjaca, uno dei talenti più seguiti di tutta Europa. All’opposto di Khedira e Dani Alves, che sbarcano invece a parametro zero, ma muniti di un bagaglio di esperienza a dir poco invidiabile.

Tanti affari che costano un sacrificio non da poco: saluta Paul Pogba che in pochi anni a Torino è passato da giovanotto di belle speranze a fuoriclasse assoluto. Dopo Pirlo e Vidal, il centrocampo perde un altro dei suoi 4 moschettieri. Resta solo Marchisio, reduce però da un intervento al crociato che, col tempo, si scoprirà fatale per il proseguo della sua carriera da protagonista.

La squadra è di assoluto valore. E non lo dimostra solo il cammino nella prima fase di Champions. In Italia è una corsa in vetta fin da quando Higuain ha iniziato a segnare all’esordio.

Eppure con l’arrivo dell’inverno spunta qualche grattacapo. Intanto il gruppo perde una pedina chiave quale Patrice Evra: il francese vorrebbe più spazio e preferisce cercarlo altrove, ma lasciando a Torino un pezzo del suo cuore.

E poi emerge un problema tattico. La squadra comincia a essere prevedibile e, a ogni gara, c’è da lasciare fuori qualche pezzo da 90. Soprattutto in attacco. Per questo, improvvisamente, Max Allegri vara una Juve 2.0. Così, senza preavviso. Il 22 gennaio, in un match casalingo delle 12.30 contro la Lazio, il livornese lancia un 4-2-3-1 con Cuadrado, Dybala e Mandzukic a operare alle spalle di Higuain.

Una formula spregiudicata, ma per il quale il gruppo non mostra crisi di rigetto. A partire da un 2-0 senza storie ai biancazzurri, arrivano 6 vittorie di fila in campionato che servono a tenere la Roma a distanza di sicurezza. Oltre al 2-1 rifilato al Milan nel cammino verso la terza Coppa Italia di fila.

Un mese esatto dopo il match della svolta arriva quello di Oporto. La Juve parte per il paese lusitano con rinnovata fiducia, di poter mettere in pratica il nuovo modulo anche sul fronte europeo.

Da una grana all’altra

Sembra tutto perfetto. Invece affiora una grana inattesa. L’ultimo di questi successi in campionato non ha avuto storia. La Juve si è sbarazzata del Palermo con un poker, potendo anche operare un buon turnover. E rimandando per la prima volta in gol Marchisio in Serie A (sarà anche il suo ultimo in maglia bianconera), proprio nella stessa partita in cui si era infortunato nel maggio precedente. Ma visto che si gioca venerdì 17, qualcosa di storto deve pur andare.

La sfida non viene ricordata per il 4-1 finale ma per un battibecco tra Allegri e Bonucci. Non il classico confronto tra allenatore e giocatore chiarito con un faccia a faccia o una battutina in conferenza stampa. Gli strascichi vanno avanti fino alla partenza per il Portogallo. Si parla anche di minacce di dimissioni di Max se la società non dovesse prendere provvedimenti.

Alla fine si decide: Bonucci pagherà il conto saltando la gara di coppa. Le sue immagini dalla tribuna dello stadio Dragao, seduto su uno sgabello a fianco dei dirigenti, farà il giro delle tv.

Immagini tornate d’attualità dopo l’esito del sorteggio del dicembre scorso.

Nessuna bruciatura dai draghi

Mercoledì 22 febbraio è il giorno in cui tornare a calcare il palcoscenico europeo. A parte Bonucci, relegato sul suo scranno, Allegri ha tutta la rosa a disposizione. Con la scelta di puntare sulla difesa a 4, anche la BBC ha perso quotazioni. Ma al Dragao ci vuole tutta l’esperienza di Barzagli e Chiellini, con Benatia lasciato in panchina. Lichtsteiner vince il ballottaggio con Dani Alves, mentre a sinistra c’è attesa per Alex Sandro, ex di turno esploso proprio in maglia biancoblu.

A centrocampo Pjanic e Khedira davanti alla difesa e spazio per i 4 là davanti. Chiaramente tra i pali c’è Buffon che vive un’altra serata di gala, messo di fronte al collega e amico Iker Casillas. Uno dei tanti che ha provato a togliergli lo scettro di miglior numero uno dell’ultimo ventennio.

Sono tanti i fattori che spingono a dare la Juve favorita. Tra questi anche una certa mentalità europea maturata nelle ultime stagioni. Come successo già nelle 3 gare del girone eliminatorio, i bianconeri scendono in campo con l’idea di imporre il gioco.

Ed è così fin dall’inizio. La supremazia è piuttosto netta e Casillas deve tirare fuori il meglio del suo repertorio. Espirito Santo ha mandato in campo uno che la Juve l’ha già affrontare in Italia, quando indossava la maglia dell’Inter, cioè Alex Telles. Ma la voglia di regalare una gioia ai suoi ex tifosi gli gioca un brutto scherzo: 2 gialli in 27 minuti e Porto in 10.

Da qui parte un vero e proprio tiro a segno. Dove non arriva Casillas, c’è il palo a salvare i padroni di casa sul sinistro dal limite di Dybala. Lo 0-0 di fine primo tempo è un abito che sta tanto stretto ad Allegri.

Ripresa. Il copione non può cambiare vista la superiorità numerica. Dybala trova il varco giusto e la mette dentro, ma quando la bandierina dell’assistente del tedesco Brych è già sollevata. Peccato che le immagini facciano vedere un altro film: la Joya era in linea e la rete è ingiustamente invalidata.

Allegri ha carte da giocare anche nel mazzo di riserva. Fuori Cuadrado e dentro Pjaca ed è un colpo che fa piangere il banco. Il croato ottiene un inatteso scambio da un difensore portoghese e scarica in porta appena dentro l’area. Sarà il suo unico gol in maglia bianconera, ma da ricordare a lungo.

Mentre le squadre si rischierano a centrocampo, Max prepara il secondo trucco di serata: fuori Lichtsteiner e dentro Dani Alves. Che al primo pallone toccato piazza un’altra martellata decisiva, insaccando su perfetto cross del compagno e connazionale Alex Sandro.

Tutto in 3 minuti, dal 72’ al 74’. Tre minuti che indirizzano la gara e la qualificazione. Un’altra lezione per quelli del “basta Scudetti, vogliamo la Champions”: in Europa bastano pochi secondi per mandare all’aria una stagione!

Per fortuna, la stagione è quella del Porto che in quel momento capisce che la corsa è finita: il 2-0 è una sentenza. Nella pancia del Dragao, Allegri può congratularsi coi suoi parlando di grande prova di maturità. Il risultato ampiamente favorevole mette fine anche al caso Bonucci, derubricato in un “le tensioni della vigilia ci hanno fatto bene, altrimenti ci annoiamo”.

Avanti tutti, fino alla finale

Il 2-0 di Oporto è più che un’ipoteca. Al ritorno basterà un rigore di Dybala per chiudere la pratica ed evitare brutte sorprese.

Proprio in uno dei turni più pazzeschi di sempre in Champions. Quegli ottavi passeranno alla storia per una doppia impresa. Intanto il Monaco che, grazie all’astro nascente Mbappe, si permette di estromettere il Manchester City di Pep Guardiola dopo aver perso 5-3 all’andata in Inghilterra. Sulla ruota di Montecarlo esce il 3-1.

Ancora più epico quello realizzato dal Barcellona. Dopo il 4-0 patito a Parigi, Messi e compagni ne rifilano 6 al PSG al Camp Nou. Una sfida decisa in pieno recupero e con qualche decisione arbitrale da rivedere, e che proprio in questi ottavi 2020/21, vivrà un altro capitolo della storia.

Ma per i catalani sarà solo un rimandare la fine del cammino. Nel turno successivo sarà proprio la Juve a imporre lo stop. E il 3-0 dello Stadium non verrà minimamente scalfito a Barcellona. Una doppia prova di forza che farà ben sperare per il proseguo. E che solo CR7 e il suo Real Madrid stopperanno nell’ultimo atto di Cardiff. Allungando ancora l’elenco dei rimpianti europei della storia di Madama.

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Giornalista freelance e podcaster.