Precedenti storici: Juventus-Verona 85/8613 min di lettura

Juventus-Verona rientra oggi in quel novero di gare da vincere. Sempre. Anche soffrendo, come nell’ultimo precedente. Il segno 1 deve essere d’obbligo per chi, come i bianconeri, puntano al bersaglio grosso.

Ma c’è stata una fase storica che Juventus-Verona aveva ben altro valore. Con le 2 rivali a giocarsi gli obiettivi che contavano davvero: scudetti, finali di Coppa Italia e passaggi di turno in Coppa dei Campioni. Roba non da preistoria del pallone. Ma di meno di 3 decenni fa.

Anni ’80, Romeo e Giulietta scansatevi

La celebre Arena e Romeo e Giulietta. Per secoli, Verona è rimasta famosa per questo. La storia ha iniziato a prendere una via alternativa agli inizi degli anni ’80, grazie al calcio. Dopo stagioni di sali e scendi tra la Serie A e la Serie B, con qualche lampò qua e là (come quando fu fatale al Milan nel 1973, nel giorno in cui la sassata di Cuccureddu a Roma regalò lo Scudetto alla Vecchia Signora), l’Hellas inizia a vivere una rivoluzione. Neppure del tutto programmata. Nell’estate 1981 sulla panchina scaligera si siede Osvaldo Bagnoli, milanese purosangue a partire da quel soprannome meritato sul campo: Mago della Bovisa.

Il Mago compie una prima magia vincendo la cadetteria e riportando subito il club nella massima serie. Nell’estate ’82, in città c’è altro di cui festeggiare oltre al Mondiale.

Altro che exploit provvisorio

Il Verona dimostra che quel traguardo non è frutto del caso. E se ne accorgono tutti anche in A. Approfittando della partenza lenta della Juve infarcita di Campioni del Mondo, i gialloblu stanno per mesi davanti ai bianconeri e li battono anche al Bentegodi alla terza giornata.

Alla fine dei conti sarà un fenomenale 4° posto, a 8 punti  dalla Roma e ad appena 4 dalla squadra di Trapattoni. Con cui ci sarà modo di giocarsi l’ultimo trofeo della stagione: la Coppa Italia. Scornata dai giallorossi in campionato e dall’Amburgo nella finale di Coppa dei Campioni ad Atene, la Juventus raschia le residue energie per raggiungere l’ultimo atto del trofeo nazionale. Dove trova proprio il Verona. Andata incubo per Scirea e compagni (che non hanno più Zoff e Bettega che hanno salutato al ritorno da Atene) battuti 2-0. Ma al ritorno esce l’orgoglio dei fuoriclasse. Paolo Rossi la sblocca subito, Platini la equilibra e poi la chiude a una manciata di secondi dalla fine dei supplementari. Non sarà lo Scudetto, non sarà la Coppa Campioni ma è pur sempre un titolo. Ottenuto contro una rivale di cui si sentirà ancora parlare.

E infatti per il Verona è solo l’inizio. La stagione successiva è meno esaltante in campionato (sarà comunque un onorevole 6° posto) e con la soddisfazione di aver assaggiato la Coppa Uefa e fatto fuori la più esperta Stella Rossa di Belgrado. Ma si chiude allo stesso modo: con una finale di Coppa Italia persa, per mano di una Roma ancora frastornata dalla finale di Coppa Campioni buttata in casa con il Liverpool.

Il gruppo guidato da Osvaldo Bagnoli è maturo. Ma nessuno si aspetta lo sia così tanto da compiere il capolavoro della stagione 1984/85. I gialloblu partono a razzo e nessuno riesci più a riprenderli. Il fatto che sia il Torino la prima inseguitrice la dice lunga sull’annata delle big, ma questo non toglie una virgola ai meriti dell’Hellas.

Meriti che vanno al di là del campo. Il club opera al meglio nella scelta dei giocatori. Intanto rivaluta chi altrove non era esploso (dal portiere Garella a Di Gennaro, dall’ex bianconero Fanna al futuro bianconero Tricella, poi i vari Fontolan, Volpati, Sacchetti, Bruni, altro professionista che arriverà in bianconero ad allenare la Primavera). In più attinge dal Settore Giovanile della Juve dove sono cresciuti Galderisi e i 2 Marangon (Luciano e Fabio). E sul mercato pescano 2 nomi meno altisonanti dei vari Maradona, Rumenigge, Zico, ma Briegel ed Elkjaer saranno fondamentali per il progetto.

Solo complimenti per il Verona, anche da parte di una Juve che non sale oltre il 6° posto. Ormai è chiaro che il ciclo sta per finire. Negli anni hanno salutato quasi tutti i protagonisti dello squadrone nato negli anni ’70. Causio, Cuccureddu, Zoff, Bettega, Gentile e Furino hanno già preso altre strade, mentre Rossi e Tardelli sono quasi ai saluti.

Il gruppo si regala l’ultima soddisfazione, ma quella vinta a Bruxelles sarà una coppa che segnerà la vita di tanti di quei protagonisti.

Verona, una nuova rivale

Per la stagione 1985/86, la Juventus deve aggiungere un’avversaria in più al lotto. Se 2 buone stagioni potevano farla partire dalle retrovie, senza peso del pronostico, lo Scudetto sul petto mette il Verona in pole position per il nuovo campionato. Come vuole la tradizione.

A Torino è stata un’estate di rivoluzione, come non succedeva da tempo. Oltre ai già citati Tardelli e Paolo Rossi, partono anche Boniek (il polacco non se ne darà pace!) e Vignola, che invece sentirà presto la nostalgia di casa e tornerà. Non prima di aver affrontato 5 volte gli ex compagni in appena un anno. Sì, perché Beniamino va proprio a indossare la maglia del Verona che sarà avversaria dei bianconeri ripetutamente.

Alla corte di Boniperti arriva di fatto mezza squadra nuova. Ai vari Tacconi, Cabrini, Brio, Favero, Scirea, Bonini e Platini, si affiancano Aldo Serena, Massimo Mauro, Lionello Manfredonia e Michael Laudrup. Oltre a Marco Pacione, che affianca Briaschi tra le seconde linee.

Di fatto tutto il reparto offensivo rivoluzionato. Anzi, una squadra quasi interamente da mettere in piedi, con tutti i rischi del caso. E alla prima uscita vera, non giungono buone risposte. Appena dopo Ferragosto, amichevole di lusso proprio in casa dei neo Campioni d’Italia. Vince di misura la squadra di Bagnoli con i gol degli ex Vignola e Galderisi. Vano nel finale il centro di Pacione.

Che partenza Madama, inizio della staffetta?

Quando parte il calcio vero, quello dei 2 punti (sì, perché allora era ancora quello!), la Juve vola letteralmente. Più ancora del Verona un anno prima. La squadra infila un filotto di 8 vittorie iniziali di fila che costituisce a quel momento un record per la Serie A. Tra cui anche successi di qualità, come quello ottenuto proprio in casa del Verona. È il 29 settembre, il Mago della Bovisa non ha il suo danese (Elkjaer è ko), Trap sì e Laudrup regala una magia togliendo le ragnatele dalla porta di Giuliani. È lui ora il numero uno dopo che Garella è andato al Napoli. Oltre a Vignola, in campo c’è anche un altro ex ragazzo del Combi: Vinicio Verza.

Sono passate appena 5 giornate, troppo presto per trarre giudizi. Ma 2 cose sembrano già certe. Intanto che la Juve non vivrà un altro campionato da 6° posto. E il Verona inizia a capire cosa vuol dire avere il fardello del favorito. Oltre al fatto di doversi dividere con l’altro obiettivo che è la Coppa dei Campioni. Caso vuol che il match del Bentegodi giunga a 3 giorni dal ritorno del primo turno. I bianconeri si apprestano a una seconda goleada con i lussemburghesi del Jeuness, mentre i veronesi sono attesi dalla più calda trasferta di Salonicco e il 3-1 dell’andata non rassicura del tutto.

Beffa dall’urna europea

Il Verona fa il suo dovere in Grecia (il minimo per chi si chiama Hellas!) e passa il turno. Le 2 italiane approdano agli ottavi ma non sanno cosa aspetta loro. Il sorteggio regala la beffa più atroce: sarà derby!

Altri 2 scontri diretti, tanto per gradire. Come in campionato, andata in Veneto, ritorno in Piemonte. Mercoledì 23 ottobre (35 anni fa!) ai punti meriterebbero di più i padroni di casa, che hanno recuperato Elkjaer e non hanno Vignola. La Juve perde invece Cabrini a fine primo tempo, ma non l’imbattibilità di Tacconi. Lo 0-0 è un buon risultato in vista del ritorno che si gioca mercoledì 6 novembre.

La Juve ha appena visto interrompersi la striscia, battuta a Napoli da una magia di Maradona, ma il vantaggio è ancora cospicuo per essere appena trascorse 9 giornate. Si gioca alle 14.30, tanto non c’è rischio di ordine pubblico: il Comunale non apre i cancelli: c’è da pagare la seconda delle 2 gare a porte chiuse che la Uefa ha comminato al club dopo i fatti dell’Heysel. Ci sarebbe da dire “dopo il danno anche la beffa”, ma il prezzo pagato quella sera in Belgio fu così elevato che passa anche la voglia di polemizzare.

Nel silenzio di Torino succede un po’ di tutto. La Juve passa con un rigore trasformato da Platini (fallo di mano di Briegel), il Verona attacca e Tacconi è ancora protagonista. Nella ripresa il fatto che, a distanza di tanti anni, fa ancora discutere: in area bianconera, vanno a staccare Serena e Fontolan, il pallone finisce sul braccio dell’attaccante, probabilmente sbilanciato. L’arbitro, il francese Wurtz, non fischia né il rigore e neppure il fallo in attacco dando vita a una polemica infinita. Che la sua nazionalità, la stessa di Platini, non aiuta.

Il Verona non ha neppure il tempo di protestare che, sul ribaltamento di fronte, Serena dimostra che in area avversaria sa cavarsela meglio e pizzica di testa il gol del 2-0 che chiude match e qualificazione. Non tutto il resto, che è giunto ai giorni nostri ed esce puntualmente prima di ogni Juventus-Verona.

Ripartire dal Verona

Se ne parla 35 anni dopo, figurarsi a distanza di settimane. Il match di coppa non è l’ultimo tra le 2 rivali, c’è ancora quello di ritorno in campionato, in calendario il 26 gennaio. Sempre al Comunale, questa volta di nuovo aperto. Anche ai veronesi, i cui ultras minacciano di mettere a fuoco e fiamme la città.

Un passo indietro. La Juventus che arriva alla sfida numero 5 con gli scaligeri non sembra più quella dell’andata. Evidentemente lo sforzo profuso per arrivare al top a inizio dicembre, per l’appuntamento con la Coppa Intercontinentale, lascia qualche tossina di troppo.

Sta di fatto che appena i calendari passano dal 1985 al 1986, sembra che si spenga la lampadina. Tutto il netto vantaggio accumulato nel girone d’andata inizia a sgretolarsi e la Roma si fa minacciosa.

Singolare come, all’appuntamento di domenica 26, i Campioni del Mondo (ora lo sono di fatto!) non hanno ancora vinto una partita nell’anno nuovo, ottenendo 3 pareggi striminziti con Avellino, Como e Pisa. Anche i gialloblu non se la passano bene e sono a metà classifica, tagliati fuori da tutto. In più Bagnoli arriva a Torino senza alcune pedine come Fontolan, Di Gennaro, Sacchetti e Volpati, appena compensate dalla squalifica che ferma Manfredonia.

C’è tensione in campo, nonostante i proclami distensivi della vigilia tra Boniperti e il presidente veronese Chiampan. La gara non decolla e prima dell’intervallo il pericolo più grosso lo creano gli ospiti con un colpo di testa di Galbagini che si stampa sulla traversa a Tacconi battuto.

Scampato il pericolo, i bianconeri vivono un secondo tempo di tutt’altra natura. Sui quotidiani di quei giorni, capeggiano le foto del pianeta Urano trasmesse direttamente dalla sonda Voyager. E dal Comunale parte un altro missile, un destro di Platini da 30 metri che va infilarsi imparabile nella porta ospite. Uno di quei gol che passano sempre in rassegna quando si parla di Le Roi.

La prodezza manda in orbita il pubblico del Comunale e dissolve ogni paura della capolista che chiude la pratica. Prima con Serena (che con Platini e Rummenigge divide la prima piazza della classifica marcatori) e poi con Laudrup che vince il derby tutto danese con Elkjaer.

È un 3-0 che finisce per punire oltremodo un Verona che già da tempo ha iniziato a staccarsi il tricolore dalle maglie. Ma per la Juve non è ancora tempo per prendere il testimone. Il successo sui Campioni d’Italia è di fatto un brodino di stagione che non cura i malanni di un gruppo che non riesce a riprendersi. Nelle settimane successive arriveranno, nell’ordine: eliminazione in Coppa Italia per mano del Como, eliminazione in Coppa Campioni per mano del Barcellona, rimonta portata a termine dalla Roma che piazza l’aggancio a 180 minuti dalla fine. Prima che il fattore Lecce rimetta tutto a posto. Per Giovanni Trapattoni, da tempo promesso sposo dell’Inter, è un’ultima stagione da archiviare con l’ennesimo Scudetto e con quella Coppa Intercontinentale che era l’ultimo pezzo mancante nella collezione di trofei vinti da tecnico.

Quanti eventi in quei giorni di Juventus-Verona

Quegli ultimi giorni di gennaio del 1986 regalano tanti altri eventi. Nello sport, spiccano la vittoria di Maurilio De Zolt nella Marcialonga e della Lancia nel rally di Montecarlo.

In Italia sanità ancora in primo piano per uno sciopero dei medici che mette in difficoltà un paese già alle prese con il rischio crisi di governo, allora presieduto da Bettino Craxi.

Aria di distensione nel mondo. Il 1989 è ancora lontano, ma Reagan e Gorbaciov fanno prove di distensione tra Usa e URSS. Proprio mentre il pericolo maggiore è costituito dalla Libia del colonnello Gheddafi.

Tra calcio e tribunali

Anche nel 1986 i problemi giudiziari entrano a gamba tesa sul mondo del calcio. La Roma tira un sospiro di sollievo. Il caso di tentata corruzione in riferimento alla gara con il Dundee, nel cammino verso la finale di Coppa Campioni del 1984, non è punibile in quanto andato in prescrizione. Segnatevi questa parola “prescrizione”, la sentirete nominare qualche anno dopo…

Acque agitate anche in casa Milan. Accuse pesanti per l’allora presidente Farina. Il club rossonero vede nubi scure all’orizzonte per il suo futuro, spazzate poi da una ventata di novità portate da Silvio Berlusconi.

In attesa di diventare presidente e portare la squadra sul tetto del mondo (e di lasciare per anni la Juve alla periferia del calcio italiano), Berlusconi è alle prese con affari legati alle sue emittenti, che si stanno facendo sempre più conoscere. La tv commerciale è pronta a prendere a spallate il monopolio Rai, ma alla fine di gennaio del 1986 deve vedersela con il giovane pretore di Torino che fa spegnere i ripetitori che trasmettono Canale 5, Italia 1 e Rete 4. Per la cronaca, quel pretore era Giuseppe Casalbore e a difendere Berlusconi in quella vertenza c’era l’avvocato Zaccone. Nomi che vi dicono qualcosa?

In ricordi di Gianfranco De Laurentiis

Pochi giorni fa abbiamo pianto la scomparsa di Gianfranco De Laurentiis. Soprattutto quelli della mia generazione che sono cresciuti ammirandolo in tv. Solo a carriera finita ha confessato di essere sempre stato tifoso juventino. Ma a quei tempi funzionava così: si era prima giornalisti e poi tifosi e non il contrario come succede troppo spesso oggi.

Gianfranco De Laurentiis (specifico sempre il nome per evitare che qualcuno si confonda con l’altro…) è stato uno di quelli che ci ha fatto conoscere il calcio internazionale, in anni in cui certe squadre facevano tremare solo pronunciando il loro nome. Tra le tante trasmissioni che ha condotto, ce n’è stata una che si chiamava “Numero Dieci” in onore del suo compagno di avventura, un certo Michel Platini a suo agio nelle vesti di giornalista. Altra cosa impensabile oggi.

Nei giorni scorsi ho trovato in rete un frammento della puntata trasmessa dopo quel Juventus-Verona di Coppa Campioni. E in onda Le Roi non negò il fatto che Tacconi era stato il migliore in campo, che il Verona avrebbe meritato di più e che il fallo di mano di Serena avrebbe meritato il rigore. Cosa sarebbe successo oggi con i social?

Ma la frase più bella la disse sulle partite a porte chiuse a cui oggi ci stiamo abituando. Per Michel non era calcio quello, i calciatori giocano per il pubblico. E, soprattutto, le urla del pubblico servono a cancellare gli insulti che i giocatori si dicono durante la gara.

Fuoriclasse assoluto Michel. In campo e fuori!