Analisi tattica

1a Serie A: Juventus Fiorentina 2-1

12 min lettura

di Davide Terruzzi


L’analisi di Juventus-Fiorentina. La fluidità del gioco bianconero,il triangolo Khedira-Alves-Dybala, le difficoltà dei viola.


No, non è la Prima. E non solo perché non siamo alla Scala di Milano. L’inizio di campionato rappresenta spesso la fine dell’estate e la ripresa di un evento settimanale che scandisce la vita del tifoso di calcio. La gara d’esordio rompe un digiuno lungo mesi, tutti aspettano di rivedere la propria squadra del cuore in campo, ma le attese di spettacolo vengono spesso deluse. Perché il calcio non è come l’opera: le squadre si sono allenate per un mese e mezzo, ma sono ancora lontane da quella perfezione, se mai la raggiungeranno, che ci si aspetta da una Prima all’opera, e anzi, se potessero, metterebbero in bella mostra il cartello “lavori in corso”. E quindi conta, più di ogni altro aspetto, la vittoria: una sconfitta, dopo un periodo così prolungato d’attesa, è per il tifoso una disperazione, per l’allenatore e il giocatore una scocciatura notevole. Vincere, quindi, pensare al risultato, mandando in campo chi dà maggiori garanzie, senza pensare ai nuovi arrivi circondati da un’attesa a tratti spasmodica. Allegri riparte dal 3-5-2, sceglie la coppia di brasiliani sugli esterni, ma è costretto a rinunciare a Pjanic, sostituito in cabina di regia da Lemina, affiancato da Khedira e Asamoah; davanti il grande escluso è Higuain. Il mercato non ha portato novità in casa Fiorentina, ma Sousa sorprende tutti affidandosi dal primo minuto a Federico Chiesa, figlio d’arte, schierato come trequartista nel consueto 3-4-2-1 viola; è l’unico volto nuovo in un undici di partenza che dovrebbe quantomeno garantire la presenza di certi automatismi.

Che la Juventus sia un gigante intenzionato a togliersi dalle spalle, quasi scrollandole se potesse, il fastidioso ricordo della falsa partenza dello scorso anno, si capisce immediatamente dalle prime battute di gioco. Allegri intende contrastare la costruzione bassa avversaria, e per questo chiede d’alzarsi sulla linea degli attaccanti a uno degli interni, particolarmente Asamoah, per uguagliare numericamente il trio difensivo, mentre i due centrocampisti seguono la coppia di volanti di Sousa. Come sempre, è una Juventus fluida nelle diverse situazioni di gioco: se i primi dieci minuti sono estremamente aggressivi e feroci, portando all’occasione gol per Sami Khedira su recupero alto del pallone, ne seguono altri in cui i bianconeri alternano pressing alto a un posizionamento più basso. Il 3-5-2 di partenza diventa così spesso un 4-4-2, con Alves sulla linea dei centrocampisti e Barzagli terzino, pronto poi a trasformarsi in un 5-3-2 quando la squadra si difende nella propria trequarti; la presenza del trio difensivo consente inoltre transizioni negative forti grazie alle marcature preventive della BBC, abile, come sempre, a non concedere tempo e spazio agli avversari.

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La linea di pressione iniziale a 3 della Juventus, con Khedira-Lemina che si alzano sui due centrocampisti viola.


La Juventus riesce così a mantenere il controllo del campo, continuando a riciclare il possesso grazie al pressing offensivo; anche la Fiorentina, come sua consuetudine, prova a contrastare la costruzione bassa bianconera, forzando le giocate sugli esterni. Paulo Sousa studia un meccanismo d’uscite assimmetrico: sulla sinistra, Chiesa esce aggressivo su Barzagli con un angolo particolare per chiudere la linea di passaggio centrale, mentre sulla destra, Chiellini è lasciato libero di portare palla, con Bernardeschi più preoccupato a seguire i movimenti di Alex Sandro. In questa maniera, la Juventus riesce a prendere campo, nonostante le difficoltà di smarcamento di Lemina, non propriamente a proprio agio nella posizione di mediano davanti la difesa. I bianconeri, poi, hanno più soluzioni a uno stesso problema: per uscire dal pressing, si sono visti Khedira o Bonucci al fianco del gabonese, il lancio in profondità per la sponda di Mandžukić, la palla al terzo regista Dani Alves.

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La trappola del pressing della Fiorentina. La palla arriva ad Alves, contrastato da Alonso, Kalinic è su Bonucci, mentre Ilicic si abbassa su Lemina.


Una delle principali eredità della scorsa stagione è rappresentata dal triangolo composto da Dybala, Khedira e l’altro interno di centrocampo; la Juventus riesce a palleggiare prendendo campo sfruttando l’ampiezza garantita dagli esterni, ma soprattutto è in grado di sviluppare un pericoloso gioco interno. Contro una Fiorentina che cercava di proteggere lo spazio centrale con il centrocampo a 4 posizionato a ferro di cavallo, i bianconeri hanno messo in mostra il calcio antidogmatico del proprio allenatore; Dybala era libero di muoversi lungo il campo, aprendosi anche sugli esterni, con Khedira che regolava di conseguenza il proprio movimento. Asamoah, con i suoi movimenti fuori-dentro-fuori e dentro-fuori-dentro, riusciva a posizionarsi correttamente negli half-spaces e a inserirsi nel cuore della difesa viola. Come l’anno scorso, quindi, il 3-5-2 bianconero diventava un 3-5-1-1 o un 3-4-2-1, grazie al triangolo composto dai due interni e Dybala; i due centrocampisti potevano così aprirsi sulle fasce combinando con gli esterni, attaccare gli spazi liberati dal movimento dell’argentino e di Mandžukić, sempre bravo a creare varchi per i compagni, o posizionarsi negli half-spaces. In queste situazioni di gioco, gli interni sono stati aiutati dalle caratteristiche peculiari dei due esterni; sia Alex Sandro che Dani Alves, con l’ex Barça chiaramente più funzionale in questa situazione, sono infatti portati a tagliare dentro il campo, e non solamente ad andare sul fondo per crossare. Specialmente sulla destra, dove si sono trovati  Alves-Khedira-Dybala, si sono viste delle combinazioni squisite tecnicamente e tatticamente, con una continua strutturazione e destrutturazione del triangolo.

La Fiorentina non è riuscita a trovare una soluzione a questo problema posto dalla Juventus. Ne è un esempio il primo gol, quando il movimento di Dybala a sganciarsi dall’area di rigore permette la creazione dello spazio puntualmente sfruttato da Sami Khedira. La coppia di mediani viola, Badelj e Vecino, perde colpevolmente la propria posizione, attratti fortemente dall’avversario e dal pallone e non protegge la difesa; il movimento del tedesco dovrebbe essere assorbito da Chiesa, ma è francamente troppo chiedere a un’ala, debuttante per lo più, di svolgere questo delicato compito difensivo.


Gol a parte,  la difesa posizionale della Fiorentina ha lasciato particolarmente a desiderare, non riuscendo né a controllare e occupare gli spazi, né a essere aggressiva sull’uomo; la squadra di Sousa ha confermato le enormi difficoltà a difendersi nella propria trequarti d’area, limiti strutturali, concettuali e umani (la qualità dei giocatori non è propriamente eccelsa) che dovrebbero essere limati per essere maggiormente competitivi. I viola, infatti, evidenziano problemi quando gli avversari riescono ad aprire velocemente il gioco sugli esterni per poi passare al centro, trovando puntualmente uomini alle spalle della linea di centrocampo; una situazione ovviamente conosciuta dalla Juventus, che ne ha approfittato più volte.


Sousa, nell’intervallo, sostituisce un positivo e guizzante Chiesa, inserendo al suo posto Tello; la Fiorentina adotta un sistema tra il 3-4-2-1 di partenza e il 4-2-3-1 estremamente poco rigido: il nuovo ingresso si posiziona alto sulla destra, Bernardeschi stringe la propria posizione e si sistema al fianco di Ilicic alle spalle di Kalinic, mentre Tomovic, in fase di avvio della manovra, continua a comporre il trio difensivo, per successivamente aprirsi notevolmente quando la costruzione è stata effettuata. Il principale adottamento viola è una fluidità di gioco maggiore, con scambi di posizioni più marcati: i due esterni restano larghi e alti, i trequartisti si defilano e arretrano il proprio raggio d’azione, Vecino si alza dietro l’unica punta. Questa soluzione consente alla viola di superare meglio la pressione bianconera, notevolmente diminuita come era lecito e ovvio aspettarsi, visto che siamo a inizio campionato, ma si rivela infruttifera nello scalfire la difesa juventina; se è vero, e lo è, che la Juventus riesce con grande efficacia a difendersi col 5-3-2 negando profondità e pericolosità nel cuore dell’area di rigore, era lecito aspettarsi qualcosa in più in fase di possesso da parte della Fiorentina.

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La Juventus si difende col 5-3-2, i movimenti in profondità di Kalinic vengono tranquillamente assorbiti dalla BBC.


Il gol arriva da una palla inattiva: i bianconeri difendono a uomo in queste situazioni, e come sempre capita è la disattenzione di un singolo a causare l’errore che costa caro; in questo caso è Alex Sandro che compie due passi di troppo verso il centro dell’area, attratto dal movimento di Rodriguez, per aiutare Chiellini, un aiuto non necessario, e che soprattutto gli fa perdere il contatto con Kalinic, bravo poi a insaccare. Come ha poi avuto occasione di affermare Allegri, è importante sulle palle inattive concentrarsi sulla marcatura dell’uomo, con l’intento di non far prendere la palla all’avversario, più che respingerla.


La reazione della Juventus è tipicamente da grande squadra. Se nei primi venticinque minuti della ripresa aveva abbassato il proprio baricentro non riuscendo a mantenere il possesso nella metà campo avversaria, evidenziando in questa occasione la mancanza di due giocatori come Pjanic e Marchisio, fondamentali in fase di costruzione, così come qualche forzatura di troppo da parte dei difensori, dopo il pareggio della Fiorentina, la squadra ritorna a essere aggressiva, recuperando palloni, prendendo campo e schiacciando nuovamente gli avversari.

Ancora una volta, risulta decisiva la fluidità delle posizioni tra Khedira e Dybala, unita alle combinazioni sulla destra con Dani Alves; l’argentino si defila sulla fascia, apre il gioco sulla sinistra, Chiellini è abile a prolungare per Sandro; un passaggio che rompe il pressing viola, aprendo per la Juventus la situazione tattica in cui ha brillato per tutta la partita. Asamoah si posiziona correttamente nel corridoio centrale, ma la difesa della Fiorentina commette una serie incredibile di errori individuali e collettivi: Tomovic non stringe, permettendo all’interno juventino di ricevere alle spalle del centrocampo, mentre sulla sinistra Alonso e Bernardeschi, precedentemente usciti aggressivi su Dybala e Alves, sono in ritardo perdendosi l’inserimento di Khedira, liberato grazie anche al fondamentale taglio verso l’esterno di Higuain. Il grande acquisto dell’estate, poi, dimostra il proprio istinto da puro centravanti d’area di rigore, bruciando tutti i difensori sulla respinta del difensore, insaccando in porta con un tiro dalla non facile realizzazione, riuscendo a far passare la palla tra il palo e il portiere. Una rete alla Gerd Müller, un gol che la Juventus non sarebbe riuscita a realizzare la scorsa stagione.


Gli ultimi minuti sono di relativa gestione da parte della Juventus, brava a non abbassarsi eccessivamente: Sousa inserisce Rossi per Kalinic, e apre ancora di più la posizione dei due difensori centrali esterni; Allegri risponde inserendo Evra al posto di Dybala, passando al 5-4-1 finale, segnale che la vittoria va blindata. Non succederà più niente, e i bianconeri ottengono i tre punti all’esordio, grazie al gol del grande escluso di partenza.

Una prima partita di campionato che testimonia il potenziale esplosivo di questa Juventus, formazione diversa rispetto alla versione precedente e ancora in divenire, ma che parte dalla fluidità difensiva e offensiva della scorsa stagione; per Allegri sarà più facile inserire i nuovi acquisti all’interno di un’idea di gioco chiara, netta e identificabile, una concezione antidogmatica, basata sulle connessioni tecniche e tattiche che ci creano tra gli interpreti. Particolarmente promettente è parso il triangolo Khedira-Dybala-Dani Alves, ma sono la fluidità della manovra juventina, la pericolosità del gioco interno, la qualità degli esterni (nonostante Alex Sandro non abbia particolarmente brillato, e non per l’errore in occasione del pari) a rappresentare una certezza tattica da cui ripartire e da affinare continuamente. I due interni hanno svolto una notevole prestazione: Khedira, come ammesso da Allegri stesso nella conferenza pre partita, è ancora lontano dalla condizione atletica ottimale, ma è un giocatore talmente intelligente tatticamente da sapersi gestire, e che distilla calcio con i suoi movimenti; Asamoah, invece, può davvero rappresentare il sesto acquisto di quest’estate, un calciatore talvolta confusionario, ma con una progressione palla al piede fondamentale per ribaltare il campo, bravo a muoversi correttamente, perpetuo nella corsa, garantendo così protezione alla difesa. Quello che impressiona della Juventus è la forza mentale di una squadra che ha ancora un’incredibile voglia di vincere. Dovrà migliorare nella gestione della palla una volta in vantaggio per sfruttare al meglio le qualità tecniche dei propri giocatori, ma è difficile che la prestazione dell’esordio rappresenti un fuoco fatuo destinato a spegnersi con l’abbassarsi della temperatura e l’arrivo dell’autunno. La Fiorentina, invece, conferma le difficoltà della seconda fase dello scorso campionato; se il mercato non aiuterà, toccherà a Sousa cercare di dare nuova propulsione alla propria squadra, sebbene la qualità globale non lo aiuterà.



di Michele Tossani


Breve approfondimento sulla prestazione della Fiorentina di Paulo Sousa.


La Fiorentina esce sconfitta sul piano del risultato e anche del gioco. Paulo Sousa schiera i viola con il classico 3-4-2-1, già visto la scorsa stagione, con la novità del giovane Chiesa come uno dei trequartisti alle spalle di Kalinic. I viola cercano di stare alti sull’inizio dell’azione dei bianconeri ma, in generale, optano per un atteggiamento prudente, volto a cercare di colpire la Juventus in contropiede, con verticalizzazioni alla ricerca di Kalinic. In fase di possesso palla, la Fiorentina muove il pallone nella propria metà campo, per far salire la Juve e trovare spazi per rapide imbucate. Tuttavia, il palleggio viola non è qualitativo e lo scarso movimento degli avanti impedisce alla squadra di Sousa di rendersi pericolosa. In fase difensiva, i viola si difendono con un 4-4-1-1: Bernardeschi e Alonso si devono occupare di Alex Sandro e Alves, mentre Chiesa difende il mezzo spazio sinistro, ballando fra Khedira e Barzagli. Nel secondo tempo, il tecnico portoghese cambia sistema: toglie Chiesa spostando Bernardeschi sulla sinistra, inserendo Tello a destra nel nuovo 4-2-3-1. La squadra avanza il baricentro e, complice il calo fisico e forse di attenzione della Juve, chiude i Bianconeri nella loro metà campo. Ancora una volta però, ai viola manca qualità e velocità nel palleggio. Il gol del momentaneo pareggio è frutto di una giocata a palla ferma, ma sul gioco aperto gli uomini di Sousa non sono mai pericolosi. Alla fine della partita, il risultato è giusto: i viola hanno palesato diverse difficoltà, inclusa quella di non riuscire a contenere i movimenti di Khedira e Asamoah in mezzo al campo e sono mancati in uomini chiave come Bernardeschi e Ilicic. La palla verticale sul taglio di Kalinic, per altro quasi mai accompagnato, è sembrata l’unica arma tattica della serata. Troppo poco.



di Andrea Lapegna


Luci su Dani Alves: il focus sulla prestazione del brasiliano.


Chissà quanti tentativi ci sono voluti, prima di aprire una bottiglia di birra con una sforbiciata al volo. Quante take, quanti calci sulla mano del fido amico reggitore-di-birra, quante bottiglie volate ad inondare il prato con la preziosa ambra. Facile provare fino alla perfezione, senza nessuno a giudicare gl’inevitabili esiti negativi. Molto più difficile è l’esordio in un teatro che non si conosce, copione nuovo, attorniati da colleghi tutti da scoprire, con il ciak che recita single take, ripresa unica. Eppure, i grandi attori sanno come si fa.

Inquadrare Daniel Alves da Silva nella metafora è esercizio semplice, lui che si è specializzato nel ruolo di miglior attore non protagonista in film con cast d’eccezione. Per la prima allo J Stadium, il brasiliano viene schierato esterno a tutto campo nel 3-5-2 di mister Allegri. La sua partita è un crescendo di tecnica, un innuendo di consapevolezza, tanto per rispondere alla nostra morbosa curiosità nel vedere un marziano con il nostro vestito.

Parte frenato, Dani, sornione. Allegri chiede a tutti, sin dall’inizio, un pressing orientato al pallone: Mandžukić è il trigger, e allora Gonzalo Rodríguez è costretto spesso a scaricare su Alonso, sempre ben tallonato dall’ex Barça. I due saranno protagonisti di un duetto protrattosi sino al triplice fischio, in cui il copione ha lasciato spesso spazio alla caotica improvvisazione. All’inizio chi si aspettava una locomotiva a destra avrà storto un po’ il naso: Dani sembrava avere ancora i lenti tempi spagnoli nei piedi, ha sradicato diversi palloni dai piedi degli avversari, ma ne ha persi anche di più (a fine partita saranno rispettivamente 4, il migliore in campo dopo Alex Sandro, e 5). Buono score anche per quanto riguarda gli intercetti, 2.

In fase di possesso, la catena di destra è stata per forza di cose la più cercata; l’elevato tasso tecnico e la notevole intelligenza tattica degli interpreti hanno di fatto sovraccaricato il lato destro del campo. Oltretutto, quella è la zona in cui si abbassa Dybala quando fa da raccordo tra reparti, oggi più presente del solito nelle zone basse per sopperire forse alle carenze creative di un centrocampo muscolare. Così, i triangoli tra Khedira, Alves e il nostro numero 21 si sono venuti a creare naturalmente, mettendo in costante imbarazzo Alonso, preso in mezzo. A me vengono ancora gli occhi a cuoricino quando rivedo i dai e vai con Dybala, come mostrano frammenti della sua partita qui sotto. Nell’ordine: recupero difensivo su Chiesa; gli scambi con Dybala, che speriamo saranno un teaser dell’intera stagione; due recuperi cristallini su Bernardeschi, il quale probabilmente si sta ancora chiedendo dove sia il pallone che aveva tra i piedi.


Una delle novità portate da Alves è il movimento dentro-fuori ai 25 metri, chiaro retaggio guardiolano. Se la fascia offre solo 1vs1 – oppure addirittura inferiorità numerica – anziché cercare uno scialbo scarico all’indietro, Alves può avventurarsi dentro il campo e dialogare con la punta (Dybala). In generale, il brasiliano ha la tendenza a svariare moltissimo, e non è stato inusuale vederlo prender palla centralmente, o comunque mai con i piedi che pestano la linea laterale. L’ampiezza non è un valore assoluto nel calcio spagnolo, ancor meno in quello carioca. Questo set di movimenti infittisce le trame di passaggio, le accorcia e le moltiplica, e crea i presupposti per scambi veloci. Da qui gli ottimi numeri sui passaggi totali, 68, di cui completa con successo il 76%. Nei suoi 8 anni al Barça, Alves si era guadagnato la fama di “regista occulto”, per l’alto numero di palloni toccati: ieri sera sono stati addirittura 102, almeno 12 in più di qualsiasi altro giocatore in campo, che lo confermano cervello della manovra. La sua proiezione offensiva è impreziosita anche da 2 key passes – entrambi per Paulo – e un tiro, sbilenco.

Che Alves fosse uno degli esterni più intelligenti di questo sport era risaputo, ma adesso che può confrontarsi con il calcio italiano sembra ancora più lampante. D’altra parte, nelle parole di Allegri, Dani Alves è «un campione, e coi campioni è tutto più facile».

Davide Terruzzi

Allenatore di calcio nel settore giovanile. Blogger per diletto.