Lavagna tattica: Spezia-Juventus, luci e ombre6 min di lettura

Nel giorno del suo 123esimo compleanno, la Juventus cambia ancora pelle e si regala la prima vittoria contro Lo Spezia in oltre un secolo di incontri (di cui l’ultimo in Serie B). Dopo una serie di prestazioni eufemisticamente poco brillanti, Pirlo cambia ancora uomini, ma non rinuncia ad oscillare tra un 325 e un 442 a seconda del possesso.

McKennie ago della bilancia

Se con il Barcellona le posizioni di Dybala e Kulusevski erano molto, troppo simili, contro lo Spezia Pirlo sceglie il dinamismo di McKennie per ovviare a questo problema. E difatti è l’americano il vero e proprio fulcro della manovra bianconera. Schierato nominalmente con il ruolo che fu dello svedese in Champions League, l’americano in realtà ha offerto una prestazione molto più marcata nel sapersi rendere complementare a Dybala. Se l’argentino scendeva ad aiutare la circolazione, lui saliva per tenere basso Pobega; se Dybala rimaneva alto a ridosso della linea difensiva avversaria, lui si accomodava in prossimità di Cuadrado

McKennie ha occupato molto bene il mezzo spazio destro del nostro attacco

Occupazione dinamica dei mezzi spazi

Tutta la manovra offensiva della Juventus ha beneficiato di maggiore fluidità rispetto alle ultime uscite. In particolare, aiutata anche da uno Spezia abbastanza rinunciatario senza il pallone, ha alzato consistentemente il baricentro per schiacciare gli avversari nella propria meta campo. Senza collassare da un lato, la Juventus ha saputo manovrare abbastanza bene la struttura avversaria, variando bene le soluzioni.

Inizialmente, Bonucci e i due mediano hanno cercato con insistenza i cambi campo (soprattutto verso Cuadrado a dire il vero). In un secondo momento invece, e con gli avversari più corti, la squadra ha cambiato lato palleggiando a terra, invadendo i mezzi spazi con più giocatori e cercando giocate alle spalle delle linee avversarie. A destra, sia McKennie che Dybala hanno spesso impensierito Chabot e Bastoni, autori di una prestazione disarmonica e confusa. 

Qui, ad esempio, dopo una circolazione insistita a sinistra, la Juve si apre verso destra e McKennie ha spazio per provare il filtrante tra centrale e terzino. Doserà male il passaggio, ma l’intuizione era corretta

In occasione del gol che apre l’incontro, invece, sarà l’occupazione dell’half space sinistro a risultare decisiva. Con l’asimmetria che contraddistingue questo inizio di stagione, è Danilo a salire indisturbato: Bartolomei è occupato, Terzi non esce. 

Ennesima scelta di qualità nella metà campo avversaria nella stagione di Danilo. L’intesa con McKennie poi è ottima

Va sottolineato in questo senso il magnifico lavoro di Morata spalle alla porta. Lo spagnolo ha ripulito un gran numero di palloni, e soprattutto è stato autore di una grande prova in distribuzione. Nell’occasione di Chiesa nel primo tempo, è lui a raccogliere il suggerimento di McKennie chiamando fuori posizione Terzi, e aprendo quello spazio per la corsa dell’ex Viola. 

Senza palla son dolori

Se con il pallone tra i piedi non si possono non registrare miglioramenti sostanziali nella proposta di gioco (al netto del livello dell’avversario), senza palla la Juventus sembra quasi esser regredita. La squadra insiste nel rimanere lunga, occupando 50 metri di campo senza cercare attivamente il recupero del pallone. Un binomio del genere non è assolutamente sostenibile, in Serie A o tantomeno in Europa; per gli avversari è sin troppo facile aggirare gli uomini bianconeri e superarne le linee.

30 metri tra centrocampo e attacco, senza recupero attivo. Terzini e mezzi spazi aperti.

D’altra parte, la facilità con cui Lo Spezia ha aggirato le prime due linee bianconere ha generato dapprima una grossa occasione, e infine il gol del momentaneo pareggio. 

In questo senso non si può non menzionare il passo indietro nell’applicazione dei concetti di riaggressione, tanto cari a Pirlo. La Juventus ha provato a recuperare il pallone solamente quando era Lo Spezia a portarlo in prossimità dei giocatori bianconeri, non c’era alcuna proattività nel recupero palla. Non è chiaro se questo sia frutto di contingenze (sempre più frequenti e marcate) o di un compromesso che porta i giocatori ad occupare – male – le linee di passaggio. 

Questo genera una serie di problemi a cascata, tra cui il più notevole è la costanza con cui gli avversari (qualsiasi avversario) sono in grado di puntare la nostra linea portando palla fronte alla porta. A tal proposito, Pirlo e Bonucci devono sedersi e risolvere questo annoso dilemma: o si sta alti (tutti) o si scappa (tutti), ma questa gestione approssimativa delle transizioni è inammissibile in Serie A. 

Squadre lunghe

Complice un inizio di ripresa quantomeno turbolento, l’ambizione dello Spezia è cresciuta, sino a portare la squadra stabilmente nella metà campo della Juventus. Questo ha generato immancabilmente ancora più spazi da attaccare per la Juventus. In questo senso, i cambi hanno certamente dato una grossa mano a portare a casa la vittoria: al di là di Ronaldo, autore di una doppietta, gli ingressi di Rabiot e di Kulusevski hanno aiutato la squadra a coprire meglio quegli spazi supplementari.

Va anche fatta menzione del lavoro molto più preciso di Chiesa sulla sinistra: rispetto al primo tempo, senza Dybala che fagocitava (va detto, confusionariamente) buona parte della manovra della Juve il centrocampo è stato più “libero” di esplorare soluzioni da quel lato. Con squadra così lunghe, due volte Rabiot e Chiesa hanno combinato ad elastico: un gol e un rigore procurato.

Se possibile, questa partita è stata epitomatica di cosa è la Juventus in questo momento. Una squadra con tantissima volontà di potenza, con un elevato spirito offensivo, grandi pecche di scelte tecniche (tattica individuale) e grandi scompensi senza palla (tattica collettiva). La Juventus è una squadra fondamentalmente ancora incompiuta, ma non possiamo che rallegrarci di almeno tre fattori oggi: 1) il fatto che Pirlo abbia saputo risolvere alla svelta il dilemma del mezzo spazio destro; 2) la sua lettura della partita, chiaramente migliorata ed esemplificata dall’efficacia dei cambi; 3) il non aver fatto passi indietro circa i principi di gioco, cercando soluzioni endogene.

Tempo serve, e tempo va concesso. Sperando che nel frattempo i risultati tengano su la squadra e la convincano della bontà delle idee dell’allenatore.