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L’abdicazione del Principino

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Perché Marchisio ci resterà nel cuore


Lo ricordo, quel primo gol al Milan in una fredda sera d’autunno. O meglio, ricordo una delle esultanze più sentite della mia età adulta. Ricordo i due triangoli a un tocco che ha disegnato in campo, ricevendo palla da Pirlo e duettando prima con Vidal e poi con Vučinić. Ricordo quel gol come fosse stata la spada di una dea della giustizia, calata sullo stadio e sui comuni mortali per far infine vincere la squadra che tanto avrebbe meritato. Ricordo anche di aver scoperto solo il giorno successivo che in realtà l’ultimo tocco fu di Bonera. Va beh.

Se la Juventus riaprisse le candidature per aggiungere stelle sul perimetro del secondo anello dell’Allianz Stadium, Claudio Marchisio rientrerebbe di diritto tra i favoriti per il primo posto. Ed avrebbe uno stuolo di giovani e giovanissimi pronti a comprare le ministelline per affiggere il proprio nome accanto al suo. Come scritto altrove, Marchisio è forse il calciatore che più di tutti cristallizza il concetto di rinascita, quella rinascita che altrimenti in panchina avrebbe avuto il volto di Antonio Conte. Nel 2011/2012, ci si poteva crogiolare con le giocate di Pirlo, le sgroppate di Lichtsteiner, o la genesi del mito della BBC, ma è innegabile che l’esaltazione dei tifosi – in mancanza di un attacco che fagocitasse le emozioni come quello attuale – fosse dedicata a quel centrocampista goleador.

Lo stesso Marchisio aveva peraltro rispecchiato la mesta Juventus degli anni precedenti, come in una metafora di un talento fulgido e vivissimo, ma disorientato da annate oscure. E di metafore se ne possono ancora tirar fuori a non finire, rispolverando per esempio quella della Fenice che rinasce dalle ceneri di Calciopoli, e dal quel contesto trova terreno fertile per emergere (un talento come il suo potrebbe venir fuori nell’organico odierno?). O ancora, perché non riappropriarsi dell’immagine di capitano in campo – con Buffon lontano nella sua porta – e di leader silenzioso che mostra ai nuovi la via senza sgridare? Ricordiamocela, quella prima impressione di Dybala – uno dei saluti più particolari è stato proprio il suo – in cui diceva di aver appreso tutto della juventinità parlando con Marchisio dopo la finale di Berlino.

La memoria del cammino di Marchisio in bianconero è giocoforza tinta dai colori della riconoscenza, laddove la sensazione è che sia stato lui a dare alla Juve più di quanto non abbia ricevuto. La regalità e il sobrio portamento, ancor più del brillante e aristocratico talento, gli hanno conferito dapprima il soprannome con cui è invocato, e in seguito l’ascensione a perfetta rappresentazione della juventinità sabauda. Bandiere più o meno recenti hanno saputo incarnare le caratteristiche della propria città e sono riuscite a far collimare la propria immagine con quella del tifo(so) cittadino. Basta far andare la mente a Daniele De Rossi, così viscerale, passionale e sanguigno come i romani, o a Paolo Maldini, altero ed elegante come Castello Sforzesco. A Marchisio, è venuto naturale ergersi a significato della sobrietà piemontese, quella che in bianconero si declina da Boniperti agli Agnelli.

Marchisio ha saputo farsi simbolo della Juventus nel bene e nel male. È stato grinta con Conte, cervello con Allegri, jolly con Lippi e tuttofare con Prandelli, ma anche agnellino smarrito con Zaccheroni e Del Neri. Non è stato il miglior centrocampista della Juventus in generale e nemmeno in quella recentissima degli eptacampioni. Non è stato il giocatore più forte in nessuna delle Juventus di cui ha fatto parte. Non è stato nemmeno il capitano più importante (non lo è neanche veramente stato, capitano!), né la bandiera più acclamata, incastrato com’era tra due titani come Del Piero e Buffon. E ciononostante, è rimasto simbolo.

Quel concetto di rinascita rimarrà indelebilmente associato a Marchisio nella simbologia bianconera del post-Calciopoli; una rinascita che a lui, proprio a lui, non è riuscita in pieno dopo l’infortunio di Palermo. Buona fortuna Claudio, grazie di averci fatti riscoprire juventini.

Andrea Lapegna

Vive a Bruxelles, dove cerca di sopravvivere all'assenza di sole come una margherita tra le crepe dell'asfalto. Scribacchia per Aspen Institute e Sphera Sports, è tra gli sto(r)ici di AterAlbus per parlare di calcio giocato e per correggere la punteggiatura nei nostri articoli.