Tributi

Il nucleo storico di questa Juventus


Di Buffon già si è detto e scritto tanto e il suo addio peserà emotivamente ancora a lungo. Ma oggi dedichiamo un pensiero agli altri eptacampioni (+ Asamoah). Alcuni non ci saranno più, altri resteranno per guidare ancora una volta il gruppo, ma a tutti va necessariamente il nostro grazie.


di Andrea Lapegna

Marchisio è forse il calciatore che più di tutti gli altri cristallizza il concetto di “rinascita” della Juventus. Da prodotto del vivaio e giovane di belle speranze negli anni bui, assurge a totem bianconero e idolo delle folle con Conte. In particolare, nel ruolo di centrocampista incursore partendo da posizione di mezz’ala sinistra, fa del primo scudetto un’annata memorabile anche dal punto di vista personale (nove gol e tre assist in Serie A, la sua stagione migliore). Pur patendo il dualismo con Pogba nei due anni successivi, si afferma come uno dei migliori nella trionfale cavalcata dei 102 punti. Allegri sparaglia un po’ le carte in tavola, soprattutto spostando Vidal più avanti. Questo libera una posizione a centrocampo, che Marchisio può occupare in pianta stabile fino alla finale di Berlino. Si parlava dei Fantastici 4, ricordate? Poi, nell’aprile 2016, il crack contro il Palermo che trasformerà i due anni successivi in un calvario dentro e fuori dal campo. Se da un lato aveva già cominciato a giocare di meno (1931 minuti quell’anno, contro i 2866 del precedente), l’infortunio accentua questo trend nel biennio successivo. Quest’anno, Marchisio è stato un jolly di centrocampo e poco più, ormai relegato al profilo di uomo immagine – per noi e per altri. Non sappiamo dove sarà l’anno prossimo, ma il suo numero 8 sarà indelebilmente associato ai sette scudetti consecutivi e alla prima Juve di Conte.


di Luca Rossi

Il numero 3 bianconero dalla prossima stagione sarà il capitano della Juventus. È una fascia meritata che andrà al giocatore che più di tutti ha incarnato e incarna la grinta, la ferocia di questa squadra. È rimasta nella mente di tutti noi la sua reazione emotiva dopo il tackle in salvataggio contro il Tottenham. Chiellini c’è stato nell’ultimo anno di Capello, e poi da titolare ha vissuto la Serie B, i settimi posti e infine una rinascita che sembrava non potesse arrivare mai. E invece poi è arrivata, eccome se è arrivata. In questi anni di vittorie il suo contributo è stato spesso sottovalutato: sia in campo dove, legittimamente, venivano perlopiù esaltate le qualità del suo collega Bonucci sia fuori. Eppure la sua grinta non è mai diminuita anche quando più volte lo si è dato per finito o per uno da panchinare. E invece Giorgio Chiellini, dopo l’addio di Bonucci, dopo 6 scudetti, dopo Cardiff a 33 anni ha tirato fuori forse la sua migliore stagione in maglia bianconera in cui si è dovuto sobbarcare anche il ruolo di regista difensivo. Difensivamente, se in forma, è ancora uno dei difensori più forti in circolazione e molto probabilmente nella top 3 nell’1vs1 e nella pura marcatura dell’attaccante. Le sue parole dopo la vittoria matematica dello scudetto certificano il suo ruolo di leader. E quindi è giusto che sia lui il prossimo capitano di questa squadra sperando di vedergli alzare ancora tanti trofei.


di Elena Chiara Mitrani

Ho dovuto riguardare il replay diverse volte per capire chi fosse il giocatore che, esultando, calcia forte in rete il pallone, dopo il gol di Higuain contro l’Inter a San Siro. È Andrea Barzagli, che con fare liberatorio scaccia la paura di aver gettato via un campionato a causa di una partita giocata male da tutta la squadra ma anche, nello specifico, di un suo sfortunato autogol. In questo gesto, che è un misto di gioia sfrenata e di rabbia, c’è la voglia di Barzagli di vincere, di scacciare via i fantasmi, le accuse e le polemiche, ancora una volta. Meno esposto ai riflettori e meno incline a dichiarazioni forti rispetto ai propri compagni di reparto, Barzagli è stato un eroe silenzioso e una presenza costante in questi sette anni di successi. Al di là delle prestazioni, il numero 15 bianconero si è fatto apprezzare per la sua umiltà, per il suo equilibrio, e per il suo essere un esempio per i nuovi arrivati. Arrivato nel gennaio 2011 per rilanciarsi, Barzagli ci è riuscito ottimamente, contribuendo da protagonista al ciclo vincente.


di Alessandra Roversi

Era la prima partita ufficiale dello Juventus Stadium, quella che tutti ci auguravamo fosse l’inizio di un nuovo ciclo. Proprio un suo gol dopo appena 16 minuti ci fece intuire che la storia bianconera stava subendo una brusca sterzata dopo cinque anni piuttosto bui. E così fu: Stephen Lichtsteiner inaugurava ufficialmente il MI7O. Se scorriamo nella memoria alcuni momento chiave di questi sette anni, in quasi tutti c’è sempre lo svizzero – sempre a urlare, arrabbiato con il mondo. Il primo, ad esempio è nel pareggio 3-3 a Napoli proprio quella stagione, la primissima gara con la difesa a tre, con ‘Licht’ che finisce accasciato a terra senza fiato dopo aver fatto 90 minuti pazzeschi da esterno destro. Da uomo semplicemente insostituibile (fino all’arrivo di Dani Alves), Lichtsteiner è passato a essere un esempio di professionalità: lasciato per ben due volte fuori dalla lista Champions, non ha mai fatto storie al di là dei pettegolezzii raccontati dai giornali per il mancato passaggio all’Inter. Purtoppo bisogna anche ricordare il bruttissimo problema di salute che ha avuto, che per fortuna è finito senza conseguenze, ma anche lì forse la vita ha voluto premiare un uomo che persino nella sua ultima gara, a campionato vinto, con partita 2-1 per la Juve a due minuto dalla fine urlava imbufalito a un compagno per un passaggio sbagliato. Perché questo è sempre stato Lichtsteiner: un ragazzo che arrivò alla Juventus a 27 anni e che abbiamo visto toccare il punto più alto della sua carriera e iniziare la sua decadenza, ma che non si è mai risparmiato (che fosse un’amichevole con il Mezzocorona o una finale di Champions). Peccato per quel rigore sbagliato nella sua partita di addio. In fondo, nessuna storia è perfetta. Buona fortuna Licht, e grazie di tutto.


di Antonio Corsa

Asamoah di Scudetti consecutivi ne ha vinti “solo” sei, ma un pensiero e un saluto lo merita altrettanto. Certo, per il suo saper fare gruppo, per la professionalità, per la simpatia, per quello che volete. Ma io ce lo inserirei soprattutto perché è riuscito, e non era affatto facile, a trasformare il suo acquisto sbagliato (lo prendemmo come mezz’ala, ma a centrocampo ha finito per giocare solo il 10% dei suoi minuti in bianconero, 1330′ su 12.151′) in un’operazione che, col senno di poi, rifaremmo probabilmente tutti lo stesso. Merito di Conte che gli ha cambiato ruolo facendolo giocare ala sinistra, e poi di Allegri che l’ha definitivamente lanciato come terzino sinistro anche in una difesa a 4. Ha finito, quest’anno, specializzandosi come terzino bloccato, addirittura come terzo centrale in un sistema ibrido con Cuadrado iper offensivo dall’altra parte, completando definitivamente la metamorfosi da trequartista (è stato spesso impiegato lì, in Nazionale) a baluardo della difesa migliore d’Italia. Non ha e non avrà mai la classe e il tocco di palla di Alex Sandro, ma anche quando il brasiliano ha deluso, lui c’è stato sempre. Andrà all’Inter, da svincolato. Per me è un rimpianto. Tanto vi basti.