Analisi tattica

Ottavi di Champions League: Atlético Madrid – Juventus 2-0

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Nonostante fosse probabilmente l’ottavo più affascinante del lotto Champions, le due squadre affrontatesi ieri la Wanda Metropolitano non sono arrivate nella loro forma più smagliante. La Juventus, rullo compressore in Serie A, aveva dato segnali di scricchiolio nella tenuta atletica prima (Chievo e Lazio), e mentale e tattica poi (Atalanta e Parma). Allegri si presentava così a Madrid con i dubbi mai risolti di una circolazione bassa deficitaria, di un centrocampo che offuscava i propri limiti tecnici con polmoni da fondisti, e di una fase offensiva senza un canovaccio definito.

Simeone dal canto suo doveva dimostrare che, dopo un mercato estivo che aveva soddisfatto le esigenze della rosa, l’Atlético è ancora capace di dispiegare un’identità tattica precisa, cosa che è paradossalmente venuta meno per gran parte della stagione. I rojiblancos dal blocco basso e transizioni violente si erano un po’ persi, in favore di un maggior brio in attacco e da contraltare un’insolita fragilità alle transizioni difensive. L’assenza di Lucas Hernandez pesa ancor di più in questo contesto, anche in ragione della parabola discendente di Filipe Luis.

La formazione scelta da Allegri ha proposto, come largamente anticipato dai giornalisti, una novità di rilievo: l’impiego di De Sciglio al posto di Cancelo come terzino destro nell’ormai consolidato 4-3-1-2, una mossa dettata magari immaginando Griezmann a svariare sul proprio centro-sinistra. Bentancur riempie la casella di mezzala destra, unica posizione senza padrone dopo la defezione di Khedira (in bocca al lupo). Se Allegri ha scelto la via della prudenza, Simeone ha voluto invece impiegare tutti i suoi uomini migliori dall’inizio, nonostante alcuni fossero in condizioni più che precarie. Si spiega così la contemporanea presenza di Diego Costa, Koke e Saul dal primo minuto, in 4-4-2 molto flessibile che alcuni hanno dipinto a ragione con un 4-2-2-2.

La squadra di casa ha lasciato da subito il pallino del gioco alla Juventus, accontentandosi di difendere con un blocco medio-basso la propria trequarti. Costa e Griezmann si disponevano su linee sfalsate, con il primo a sciamare – raramente, peraltro – tra i centrali, e il secondo impegnato a controllare le opzioni di distribuzione di Pjanić. Il palleggio della Juventus si dimostrato blando e prevedibile, e questo per diverse ragioni. In primis, la struttura posizionale degli ospiti ha risentito della difesa bassa dell’Atlético: le limitazioni negli appoggi hanno costretto la manovra a sfogarsi tramite cambi di gioco neanche troppo improvvisi e certamente ben controllati dagli avversari. Simeone ha interpretato correttamente il piano gara della Juventus limitando l’accesso alla fasce e evitando che la Juventus trovasse il cross con costanza, frustrando le ambizioni e il piano gara monodimensionale di Allegri.

Inoltre, le capacità tecniche di palleggio della Juventus hanno palesato tutti i limiti di un ritmo blando. Scolastici e compassati, difensori e centrocampisti si sono accontentati di una circolazione a due tocchi come fosse un esercizio in allenamento, senza provare mai a forzare un filtrante o ad abbandonare la propria posizione. In questo la Juventus ha sofferto terribilmente l’assenza di un giocatore capace di dare verticalità alla manovra attraverso una corsa progressiva o uno ‘strappo palla al piede’.

Il 4-4-2 di Simeone non è affatto esente da difetti. Qui, preoccupato di chiudere le fasce, lascia tanto spazio al centro del campo. Un half space che nessun giocatore bianconero è andato a riempire.

Alcuni difetti endemici della rosa sono stati ulteriormente esacerbati dal piano gara. La tendenza di Matuidi a scappare dietro il centrocampo avversario è stata accentuata da un’idea di gioco che voleva – cervelloticamente – gli attaccanti abbassarsi e i centrocampisti alzarsi. È mancata sincronia nei movimenti, Matuidi si è trascinato dietro anche Bentancur e il risultato è stato una povertà disarmante di soluzioni già a partire dal cerchio di centrocampo. Oltretutto, i movimenti verso l’interno del campo di Koke hanno messo in grande difficoltà Bentancur, che ormai sappiamo non essere a suo agio nel dover guardare costantemente dietro di sé. Infine, alzare il pallone su Mandžukić è successo poco e male, confinando il croato ad un ruolo da comprimario che si è rivelato deleterio in una partita del genere (ha vinto 6 duelli aerei, quasi tutti nella propria metà campo).

Così, il primo tempo se n’è andato via tra un fallo e l’altro, tra una palla spazzata via e un gioco frammentato e snervante al solo fine di guadagnare qualche metro.

Si affrontavano anche due allenatori che hanno plasmato le proprie squadre per leggere al meglio i momenti della partita. Curiosamente, hanno avuto atteggiamenti diametralmente opposti nella ripresa. L’Atlético ha cominciato il secondo tempo con un atteggiamento più sbarazzino, puntando la porta con insistenza, abbandonando ogni orizzontalità e sfruttando le incertezze in fase di costruzione della Juventus: se i bianconeri avevano difficoltà ad impostare senza esser pressati, cosa potrà succedere spingendo in avanti la difesa? Griezmann e Costa sono stati messi entrambi davanti a Szczęsny con una facilità disarmante. Simeone, dopo averli provocati, ha saputo cavalcare questi episodi e ha effettuato tutte e tre le sostituzioni nel giro di dieci minuti. La squadra di casa, a cui per giunta sarebbe andato benissimo uno scialbo 0-0 in vista del ritorno, ha assunto un atteggiamento aggressivo inserendo Lemar e Correa – due ali ‘vere’ in guisa di quei centrocampisti adattati. Morata al posto di Costa esasperava la dimensione verticale dell’Atlético, ed ha scoperto definitivamente le carte.

L’inerzia della partita era cambiata da 20 minuti abbondanti, quando l’Atlético è passato in vantaggio con Giménez e ha assestato poi il colpo del K.O. con Godín poi. I gol sono conseguenza del contesto: saranno anche figli di episodi ed arrivati in situazioni di calcio piazzato, ma sarebbero potuti esser segnati in transizione offensiva come in azione manovrata. Se non fossero entrati i due tiri dei due difensori, sarebbero entrati quelli di Costa e Griezmann, o se ne sarebbero provocati altri. Nel secondo tempo Simeone ha manipolato la difesa della Juventus a piacimento, mandando in bambola ogni vellaità di gestione della partita e sfruttando la struttura della Juventus come un tuffatore sfrutta il trampolino.

Lemar ci ha fatto ancor più male di Koke come esterno sinistro. A causa della sua posizione centrale, la difesa si è sentita al sicuro ed è collassata sul lato forte, compattandosi troppo. Lo spazio sulla propria destra è stato fatale per il gol di Morata, poi annullato.

Le sostituzioni di Allegri sono anch’esse sintomatiche della confusione che regnava in campo, ed hanno anzi contribuito a rafforzare quel sentimento di approssimazione e pressapochismo che noi tifosi abbiamo percepito così chiaro. Non possiamo sapere se Emre Can è stato inserito perché Pjanić era effettivamente febbricitante o perché il tedesco avrebbe dovuto offrire maggior protezione alla difesa. In ogni caso non ha funzionato, perché Can si è trovato in un contesto senza linee guida, catapultato in mezzo alla tempesta senza nemmeno un ombrellino. Dybala, dopo aver svolto compiti che sono un’umiliazione alle sue qualità tecniche, ha lasciato il posto ad un Bernardeschi che forse avrebbe dovuto cercare con più costanza i buchi del centrocampo a due dell’Atlético. Senza successo, per colpe chiaramente non sue. Cancelo, che era stato additato ad ago della bilancia prima dell’incontro, è subentrato a dieci minuti dalla fine senza un ruolo chiaro né una posizione da coprire, una mossa disperata per aggiungere quel necessario ancorché mancato senso di brillantezza agli ultimi sconclusionati attacchi.

Il risultato è difficile, eppure non impossibile, da ribaltare. Ma il problema non è la montagna che ci si staglia davanti, quanto piuttosto che stiamo scambiando il nostro Land Rover con un triciclo: buona fortuna a scalarla con questi mezzi. E difatti quello che preoccupa di più è il cambiamento, profondissimo, di cui c’è bisogno per riuscire ad approdare ai quarti; un cambiamento che non si è riusciti ad avere negli ultimi due mesi (qualcuno dice addirittura due anni). Basteranno 20 giorni?

Andrea Lapegna

Sopravvive a Bruxelles, scribacchia per Aspen Institute e Sphera Sports; è tra gli sto(r)ici di AterAlbus per parlare di calcio giocato, curare la community e correggere la punteggiatura negli articoli.