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La Juventus di Simone Inzaghi8 min lettura

In questi giorni sui giornali e sul web si sono letti numerosi nomi di possibili successori di Allegri per la panchina della Juventus: dai top, Klopp e Guardiola, passando per Sarri e Conte, Mourinho e Pochettino fino agli insospettabili Gasperini e Mihajlović. Uno dei nomi più rincorrenti è però quello di Simone Inzaghi che pare essere giunto al termine della sua avventura triennale sulla panchina della Lazio. Con i biancocelesti il tecnico piacentino ha sempre portato la squadra, seppur per vie diverse, alla qualificazione in Europa League mentre non ha mai centrato il quarto posto valido per la Champions League. Pesano sensibilmente sul piatto positivo della bilancia i due trofei conquistati: Supercoppa nel 2017 e Coppa Italia quest’anno in finale contro l’Atalanta.

Il Profilo

Simone Inzaghi non può essere sicuramente definito un integralista tattico che porta avanti, perfeziona ed esaspera solo la sua filosofia di gioco. Anzi, ci troviamo di fronte un allenatore che ha dimostrato di essere abile nell’adattarsi al contesto e alle caratteristiche dei propri giocatori o ai periodi di forma degli stessi. In questi tre anni ha saputo costruire e ridisegnare la Lazio più volte, anche all’interno della stessa stagione, portando a casa sempre i risultati minimi richiesti. Un altro aspetto positivo è la gestione della rosa e delle individualità. Se Sarri, più volte, nel corso dell’esperienza napoletana, è stato accusato di non sapere utilizzare a fondo la rosa, Inzaghi ha tratto vantaggio dalla sua flessibilità anche in relazione ai singoli ottenendo l’esplosione di alcuni (Luis Alberto, Milinković-Savić, Correa) o la conferma ad alti livelli di altri (Immobile, Lucas Leiva). Un esempio è l’inizio di questa stagione in cui Inzaghi ha saputo modificare l’assetto che tanto bene aveva fatto l’anno scorso andando a schierare Immobile, Correa, Luis Alberto e Milinković-Savić risolvendo alcuni problemi difensivi e offensivi. La flessibilità e la giovane età (43 anni) lo rendono il classico profilo su cui la Juventus può scommettere per “farlo diventare un grande allenatore” secondo il principio per cui è la Juventus a renderti grande. Un po’ come accaduto per Allegri, anche se il tecnico toscano veniva già dall’esperienza al Milan. Ovviamente il momento e il contesto in cui Inzaghi arriverebbe è completamente differente rispetto a Luglio 2014. Approderebbe in una squadra in cui l’obiettivo minimo, non sindacabile, è lo scudetto con delle aspettative non indifferenti e non prorogabili sulla Champions League. Il tempo per sbagliare è pressoché inesistente e Inzaghi ha fatto intravedere delle pecche mentali nella gestione dei momenti clou della stagione: il finale dell’annata 2017-2018 con la lotta per un posto in Champions contro l’Inter, i punti buttati nel finale di questa stagione che hanno condotto all’ottavo posto, le singole scelte tattiche all’interno di una partita decisiva (ultima contro l’Inter nella stagione 2017/2018). Simone Inzaghi costituirebbe con ogni probabilità un piano B o C rispetto ai top coach e sarebbe una scommessa dalla ricompensa non troppo certa.

La sua Juventus

Simone Inzaghi è con ogni probabilità l’allenatore che si pone meno in discontinuità con l’esperienza di Massimiliano Allegri per principi di gioco, per approccio alla partita, per la già citata flessibilità e probabilmente anche per il modo di intendere il calcio. Sicuramente non si verificherebbe uno shock “tattico” o un sensibile cambio di direzione, evenienza probabile invece con Sarri e Guardiola.  La sua Lazio negli ultimi due anni ha utilizzato come modulo base il 3-5-2. Il tecnico piacentino potrebbe riproporre la difesa a tre magari abbassando Emre Can sulla linea dei difensori con un giocatore come Pjanić davanti alla difesa in modo da formare un rombo che garantisce una circolazione sicura del pallone. La Lazio ha sempre avuto davanti alla difesa un giocatore dai piedi buoni, dotato di intelligenti letture e in grado di dettare i tempi.(Biglia prima, Lucas Leiva e Badelj ora).

Ben visibile il rombo di costruzione: i tre centrali e il mediano

Con Inzaghi è plausibile l’arrivo di Milinković-Savić di cui si è già vociferato in queste settimane che svolgerebbe il ruolo di mezz’ala. Il serbo verrebbe utilizzato come terminale di lanci lunghi per consolidare il possesso, per rifinire e palleggiare, per concludere dalla distanza o chiudere l’azione con un inserimento. Insomma da giocatore totale quale ha dimostrato di poter essere. L’altra mezz’ala potrebbe essere lo stesso Matuidi, giocatore in grado di dare qualche strappo e con ottime capacità di inserimento. Rispetto ad Allegri Inzaghi darebbe maggior verticalità alla manovra prediligendo meno il possesso palla e cercando di far scoprire l’avversario per poi colpirlo rapidamente in transizione con i tagli delle punte alle spalle della difesa.

Azione risalente alla finale di Coppa Italia nel 2017. Qui Keita viene messo nelle condizioni di fare quello in cui è bravo: attaccare lo spazio.

Il modo di difendere non muterebbe in maniera sensibile. Una buona fase di difesa posizionale senza l’adozione di un pressing o gegenpressing particolarmente esasperato alla quale seguirebbe una risalita più rapida e diretta rispetto a quanto accaduto con la Juve di Allegri. Interessante  è ipotizzare quale partner il tecnico piacentino vedrebbe insieme a Ronaldo. Se una punta in grado di attaccare la profondità come Kean, un punta più mobile ma meno tecnica come Mandžukić, giocatori come Dybala o Bernardeschi da inserire come mezza punta per duettare nei mezzi spazi con Milinković-Savić alla stregua di quanto accaduto con Luis Alberto. Va specificato però che quest’ultimo ha delle doti in rifinitura superiori rispetto ai due bianconeri. Sugli esterni potrebbero trovare perfetta collocazione gli attuali terzini bianconeri (Sandro, Spinazzola, Cancelo, Cuadrado) che garantirebbero ovviamente più qualità e più pericolosità rispetto a Marusic o Lulic. Difficilmente potrebbe trovare posto Douglas Costa la cui dimensione potrebbe essere relegata a uomo spacca-partita come già successo a Felipe Anderson.

In conclusione possiamo affermare che Inzaghi non porterebbe a uno stravolgimento dei principi che questa squadra conosce bensì a un’interpretazione ed attuazione differente. Principi che però quest’anno, quantomeno per come sono stati messi in pratica, non si sono sposati con la rosa a disposizione. È opportuno chiedersi quale direzione vuole prendere la Juventus nelle prossime stagioni e se, in tal senso, sia opportuno optare per una rottura in direzione di un gioco più produttivo, offensivo e magari spettacolare, anche magari per una questione di brand.

In cosa deve migliorare Inzaghi?

Il primo tratto in cui Inzaghi dovrebbe migliorare, a maggior ragione arrivando alla corte della vecchia signora, è la gestione dei momenti clou della stagione. Troppe volte la sua squadra si è sciolta da un punto di vista mentale probabilmente anche avvertendo l’incertezza e la tensione del proprio allenatore. Giocare bene, vivere ottimi periodi per poi crollare o gettare alle ortiche in due o tre partite il buon lavoro precedentemente svolto alla Juventus non sarebbe accettabile. Si potrebbe porre quindi un problema di costanza e di capacità di stare al vertice con una continuità alla quale lui non era (tenuto ad essere) abituato. Tatticamente non si manifestano controindicazioni particolarmente evidenti, anche perché le previsioni vanno poi verificate e testate sul campo. La questione tattica al limite può giocarsi sulle necessità di questa squadra: se questa rosa nutre bisogno di un allenatore strettamente di campo alla Sarri o alla Guardiola che, con posizioni differenti, insistono moltissimo su smarcamento, tecnica, tempi di gioco, meccanismi o se possa funzionare anche più un “gestore” come Inzaghi. Non è detto poi che quest’ultimo non si dimostri  un fine tattico facendo risaltare aspetti finora emersi o sottolineati meno. Un ulteriore limite, strettamente connesso al primo già citato, può essere la gestione delle pressioni e delle aspettative avendo già manifestato nervosismo in alcuni momenti di questi tre anni. In quest’ottica si innesta però un’ulteriore domanda: quanto la Juventus può far crescere Inzaghi? Una società forte alle spalle, quale è quella della Juve e la rosa più forte della Serie A sono elementi che potrebbero metaforicamente prendere per mano Inzaghi e portarlo a limare le sue pecche. Vincendo si impara e ci si abitua a vincere come è accaduto a tantissimi allenatori nella storia di questo sport. Inoltre la pletora di campioni di cui dispone la Juventus e che sono in grado di vincere le partite da soli potrebbe  di fatto aiutare Inzaghi i cui eventuali iniziali passi falsi verrebbero nascosti o mascherati da vittorie sul campo. Non può non essere analizzato anche il problema dell’esperienza: in questo momento il passaggio da una qualsiasi squadra di serie A (tranne l’Inter, forse) alla Juventus è un salto di numerosissimi scalini essendoci un enorme abisso tra la Vecchia signora e il resto del calcio italiano. Anche qui Inzaghi dovrebbe dimostrarsi bravo nell’assorbire in fretta dallo spogliatoio cosa voglia dire scendere in campo ogni Domenica per la Juventus.

Le similitudini (?) con Allegri

In riferimento a Inzaghi, in molti tendono a sottolinearne le somiglianze con Allegri, allenatore che aveva fatto bene in Italia ma che poteva risultare una scommessa alla Juventus. I due tecnici vengono accostati perché per Inzaghi si presume possa accadere quello che è successo con Allegri: è la Juventus a renderti grande. I contesti però, va specificato, sono differenti: in primis Allegri aveva vinto uno scudetto al Milan, aveva retto le pressioni e le aspettative di una Big del calcio italiano e aveva  avuto a che fare già con grandi campioni: Ibrahimović, Thiago Silva, Pirlo, Nesta per dirne alcuni. Non sempre con risultati positivi, va detto. Inoltre aveva già giocato partite di cartello in Champions League. In tutto questo Inzaghi non regge il passo, non per sua colpa ovviamente. Allegri poi era arrivato in una Juventus con aspettative inferiori tanto che la finale di Champions League al primo anno fu salutata come un successo incredibile. Vi è però un’altra importante differenza: quella Juventus aveva dei meccanismi tattici molto ben oliati, era una squadra già costruita (molto bene) sulla quale andava fatto un intelligente labor limae. Questa Juventus, invece, al netto di una rosa più forte e molto più completa, ha palesato nelle ultime due stagioni degli equivoci tattici significativi che andranno risolti.

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Luca Rossi

Classe 1996, di Novara, aspirante magistrato, allenatore alle prime armi, appassionato (anche) di tennis e tifoso juventino fin da piccolo.