Analisi tattica

8a Serie A: Juventus-Lazio 1-2

di Andrea Lapegna


Simone Inzaghi batte Max Allegri in una partita iniziata in sordina e terminata in débâcle. La serataccia di Torino mostra dubbi sulla capacità di questi interpreti a giocare un calcio più ragionato, e conferma allarmanti limiti caratteriali. 


Che poi, intendiamoci, per la Juventus non è mai veramente una “sosta”. Nel senso che di pause non ce ne sono. La Vecchia Signora è serbatoio inesauribile e imprescindibile di giocatori per le rispettive nazionali, e se tutto va male i titolari giocano due partite nella settimana di calcio internazionale. Altro che pausa, il conteggio dei chilometri di volo condisce una settimana ad alta intensità. Sia ben chiaro, non deve mai essere un alibi per le prestazioni in campo (e ad onor di cronaca scrivo questo incipit prima di conoscere il risultato del match di giornata), ma un allenatore accorto deve farci i conti.

Per di più, lo sguardo d’insieme sul match casalingo con la Lazio non può non scorgere, all’orizzonte, quello più pesante contro lo Sporting mercoledì. Con queste considerazioni a mente, e lo stato di forma dei propri giocatori davanti agli occhi, Allegri sceglie di dare continuità e minuti al 4-3-3 sperimentato in vari spezzoni di gare in questo inizio di stagione. Buffon prende possesso dei pali, la difesa con Lichtsteiner (De Sciglio e Höwedes devono ancora recuperare), Barzagli, Chiellini e Asamoah; Bentancur tra Khedira e Matuidi; Douglas Costa a destra, Higuaín al centro dell’attacco e Mario Mandžukić a sinistra.

Simone Inzaghi, che su questi lidi è stato a più riprese lodato per l’egregio lavoro svolto con mezzi molto modesti, sceglie invece la via della formazione più assimilata dai propri giocatori. Il 3-5-2 recita: Strakosha; Bastos, de Vrij, Radu; Marušić, Parolo, Leiva, Milinković-Savić, Lulić; Luis Alberto, Immobile. In realtà l’assetto biancoceleste non è dogmatico come siamo abituati a vedere noi juventini con questo modulo, ma assomiglia – curiosamente – al 3-5-2 con cui Allegri tornò a ridisegnare la Juve al suo secondo anno. L’idea è quella di avvicinare i due giocatori di maggior talento della squadra, che per una ragione o per l’altra in questo momento sono senza dubbio Milinković-Savić e Luis Alberto. Così, il serbo si prende il mezzo spazio di sinistra, ricercando con costanza la posizione alle spalle della mezz’ala avversaria; lo spagnolo, al contempo, si abbassa a rifinire l’azione, potendo contare sul supporto sia atletico che tecnico di Milinković-Savić. In molti lo chiamano 3-4-2-1, a me ricorda molto Pogba e Dybala versione 2015/2016.

In teoria, questo assetto dovrebbe creare qualche grattacapo alla struttura della Juventus, dal momento che la scelta di giocare con due mezz’ali così prone alla difesa in avanti è una dichiarazione d’intenti da parte di Allegri. Il rischio è quello che Khedira e Matuidi lascino uno spazio troppo grande da coprire per la corsa orizzontale di Bentancur; uno spazio in cui Lucas Leiva dovrebbe far arrivare il pallone con puntualità, manco fosse magnetico. Alla prova del campo invece, la Juventus ha mantenuto nel primo tempo posizioni molto prudenti, con Khedira prodigatosi in un pressing molto sporadico e allo stesso tempo ragionato. Matuidi è stato come al solito molto generoso, tanto che in fase di non possesso Allegri ha tenuto basse le due ali, disegnando la squadra con un 4-5-1 in cui spesso il francese affiancava Higuaín nella pressione.

Il piano della Lazio prevedeva il sabotaggio sistematico della costruzione bassa della Juventus, con Immobile e Luis Alberto. I due attaccanti, in fase di possesso avversario consolidato, si stagliano su linee sfalzate per cercare uno (Immobile) di inserirsi tra i due centrali e indirizzare il possesso sui lati e l’altro (Luis Alberto) di schermare le ricezioni di Bentancur. In realtà il piano ha funzionato a metà, perché se all’inizio questo ha lasciato spesso Barzagli col cerino in mano, d’altro canto il centrale azzurro si è ritrovato libero di lanciare lungo, con ottima precisione, verso Higuaín. Il numero 9 ha avuto vita abbastanza facile contro i centrali avversari, dal momento che de Vrij – forse ancora acciaccato – raramente cercava l’anticipo e lasciava all’argentino il gioco spalle alla porta. Il risultato è stato aver trovato un modo semplice ed efficace di risalire il campo.

I primi 15 minuti di gioco regalano un buon possesso da parte della Juventus, anche se la circolazione è apparsa più lenta delle attese. Senza il pallone, Inzaghi ha sistemato i suoi con un 4-4-2 d’ordinanza, dove era Radu a scalare di lato, lasciando Parolo esterno. In questo disegno, Milinković-Savić si sovrapponeva a Lulić e si allargava sulla fascia di Lichtsteiner, forse ritenuto preda più semplice di Barzagli. Qui lo svizzero ha manifestato da subito un atteggiamento molto fisico, dal momento che la battaglia sarebbe stata impari atleticamente e tecnicamente.

A Barzagli viene lasciata grande libertà, e può lanciare lungo con buona precisione. Notare il 4-4-2 della Lazio, con Sergej sempre pronto ad uscire sul portatore

Non è chiaro se Allegri avesse preparato la partita per cercare rotazioni del pallone, o per giocare fasi di gioco verticali, o per difendersi col blocco basso (improbabile). Fatto sta che la squadra non era di certo pronta a dominare il pallone. Allora la Lazio ha scientemente concesso campo e metri agli avversari, il cui giro palla è stato fin troppo scolastico per creare pericoli alla retroguardia biancoceleste. Le soluzioni migliori continuavano ad essere i lanci lunghi, con i terzini (entrambi) troppo bloccati perché la squadra potesse esplorare soluzioni in ampiezza, come forse sarebbe stato opportuno col senno di poi.

In effetti la Lazio faceva molta densità in mezzo al campo, sperando forse di incastrare la produzione offensiva della Juventus sulle fasce. Inzaghi in questo ha avuto gioco facile, dal momento che la Juve si intestardiva con i cavalli Khedira e Matuidi a cercare fortuna nei corridoi interni, senza nemmeno provare ad aprire gli alfieri (in questa metafora le ali) o ad avanzare le torri (i terzini). Sarebbe stata peraltro un’idea tutt’altro che peregrina, per sfruttare appieno le qualità sull’out di Douglas Costa, apparso per l’intera partita un corpo estraneo alle idee di gioco della squadra.

Dopo i primi minuti di possesso (forzato) della Juventus, la Lazio ha ripreso con insistenza a cercare i propri uomini migliori tra le linee. E ci è riuscita, soprattutto con Luis Alberto, che per scappare dalle grinfie di Chiellini è emigrato nella zona di sinistra dell’attacco laziale, pur spingendo Milinković-Savić sempre più ai margini del campo. Il nostro centrocampo è stato desolantemente lento nel correre ai ripari, ma per sua fortuna Barzagli e Chiellini sono stati egregi nel chiudere la profondità ad Immobile nella prima frazione.

A riposo comunque su un confortante uno a zero.

La ripresa cambia il giro della giostra, ma lo fa con una repentinità talmente brusca, che dà la sensazione di un evento irreversibile ed impossibile da controllare. La prima segnatura materializza tutte le paure degli juventini, con la ricezione tra le linee, la triangolazione nello stretto, e sia Barzagli che Chiellini a perdere lucidità stile giocatori NBA in Space Jam.

Il gol della Lazio nasce da qui. A Leiva non viene opposta resistenza, e quando Khedira si stacca troppo tardi c’è una voragine dietro di lui. Il regista biancoceleste pesca Immobile, abile a galleggiare tra i due centrali.
Palla dentro, palla immediatamente fuori per Milinkivic che ha una prateria accanto e può imbeccare Luis Alberto Chiellini non sa se assecondarne il movimento o provare a fermarlo e l’esitazione favorisce il gioco dello spagnolo. Scarico in diagonale per Immobile, che aveva bruciato Barzagli, e comoda rete.

Quest’anno, il problema principale è che ad ogni scricchiolio segue lo sprofondamento. Non ci sono avvertimenti, ci si scioglie anche agli ultimi colpi di coda dell’estate. Così, per chi si fosse perso il primo gol, 8 minuti dopo c’è stato il replay. Le distanze tra giocatori e tra reparti sono sballate, la Lazio sfonda tra le linee in posizione centrale, Bentancur è preso in mezzo, i terzini sono tagliati fuori e Barzagli e Chiellini non sanno se uscire sull’uomo, seguirlo in profondità, o prendere la linea del passaggio. Buffon deve uscire a valanga, e Immobile è lesto ad approfittarne.

Situazione speculare sull’azione che porta al rigore. Senza pressione, Matuidi si stacca tardi, e Milinkovic può ricevere tra le linee. Girata in diagonale, centrali fermi, e Immobile davanti a Buffon.

La Juventus non sa reagire al doppio colpo incassato, e il secondo tempo diventa un lento supplizio, in cui la squadra non riesce a far girare propriamente il pallone, non smuove mai la struttura avversaria, non trova mai uomini tra le linee e non crea mai superiorità numerica. Semmai, subisce più di un contropiede pericoloso, per il ripetersi incessante degli stessi errori di posizione (largamente imputabili alle due mezz’ali). In questi spazi gargantueschi, l’intelligenza calcistica di Milinković-Savić ha costretto i difensori della Juventus a rincorrere palla e uomo al tempo stesso.

Credo che la maggior parte dei tifosi quest’anno si sia messa l’anima in pace nel concedere qualcosa di più in difesa, dietro corrispettivo di una più copiosa ed ariosa produzione offensiva. Giocare diversamente, insomma. Ma la cosa peggiore del pomeriggio torinese è stata che – con questi interpreti – nulla di quello che era preventibabile si è visto poi in campo. Alcuni (Khedira, Mandžukić, Higuaín) sono apparsi fuori condizione, mentre altri (Lichtsteiner, Asamoah) addirittura inadeguati al contesto tecnico e tattico. Semmai, è stato allarmante vedere Chiellini affiancare Asamoah nell’eterno sforzo di mettere dentro cross a casaccio, a 30 metri dalla linea di fondo.

La Juventus è sembrata riflettere lo stato d’animo del suo centravanti. Higuaín, istintivo e passionale, si abbatte in un circolo vizioso di autolesionismo quando le cose non girano. Ieri ha commesso errori tecnici banali per uno come lui, è apparso contratto, conservativo e timoroso nel decision-making. Come afflitto dalla più classica delle scimmie sulla spalla, l’argentino si è ritrovato nel brodo di un’auto-imposta paura. Il rigore sbagliato da Dybala non è che il passaggio della scimmia da compagno a compagno. Così la Juventus non ha saputo opporre né la propria tecnica né un’adeguata scelta nelle soluzioni offensive: né carne né pesce. Né il grande pressing in avanti – con i centrali che faticavano ad accorciare sul centrocampo – né la difesa posizionale – con i centrocampisti che se ne scappavano in avanti allungando insostenibilmente la squadra.

Quando la realtà lo impone, ci tocca dirlo. In questa sconfitta c’è molto di Allegri. Pensava probabilmente di poter giocare il suo calcio tecnico con interpreti diversi, ma la realtà dei fatti ha mostrato giocatori inadatti alle sue idee, o fuori condizione. Un campanello d’allarme non indifferente, se pensiamo che delle 4 partite “toste” in stagione (supercoppa, Barça, Atalanta e Lazio) pur per motivi molto diversi, ne abbiamo perse tre e pareggiata una.

Vive a Bruxelles, dove cerca di sopravvivere all'assenza di sole come una margherita tra le crepe dell'asfalto. Scribacchia per Aspen Institute e Sphera Sports, è tra gli sto(r)ici di AterAlbus per parlare di calcio giocato e per correggere la punteggiatura nei nostri articoli.