Analisi tattica

4a Champions League: Sporting – Juventus 1-1

6 min lettura

di Andrea Lapegna


La Juventus rimane a Torino per 70′ minuti buoni e dà vita alla peggior prestazione stagionale. Il ritorno con lo Sporting lascia colpevolmente due punti per strada e conferma che la squadra, ad ottobre, non gira.


Che in campionato corrano tutti è un dato di fatto; che in Champions serva farlo per archiviare il prima possibile la matematica qualificazione è una necessità. Così, nonostante un terribile ciclo di 7 partite in 21 giorni, in campo a Lisbona Allegri sceglie i titolari (o quasi). In campo Allegri scegli Buffon; De Sciglio (bentornato), Barzagli, Chiellini, Alex Sandro; Pjanić, Khedira; Cuadrado, Dybala, Mandžukić; Higuaín. Nello Sporting non ci sono né Fábio Coentrão né William Carvalho, entrambi ai box, così il 4-4-2 si declina con Rui Patrício; Ristovski, André Pinto, Coates, Silva; Bruno César, Battaglia, Bruno Fernandes, Gelson Martins; Acuña, Dost.

Come già nella gara d’andata, lo Sporting scopre le carte in tavola sin dai primi istanti di gioco. Il 4-4-2 senza palla dei lusitani è scolastico: le ali si abbassano e Dost scala accanto ad Acuña. Tuttavia, i portoghesi tengono il campo molto stretto e compatto, e al contempo Jorge Jesus è ben attento acché i suoi non abbassino troppo il baricentro. Da evitare, per lo Sporting, di rimanere schiacciati nella propria metà campo. Così la strategia migliore per cercare di tenere la linea difensiva ai 30 metri è quella di farle seguire un blando pressing, iniziato comunque dagli avanti.

In realtà, la maniera scelta per disturbare la costruzione bianconera è degna della miglior narrativa passivo-aggressiva. Gli attaccanti non portano sui difensori, ma preferiscono piuttosto ostruire le linee di passaggio verso i centrocampisti. In questo modo, Barzagli e Chiellini si trovano con il pallone in mano, il primo avversario a 20 metri, ma nessuna opzione praticabile davanti a sé. Per questo non è stato inusuale vedere Barzagli forzare passaggi taglia-linee verso Dybala e Higuaín. Ma sia Pinto che Coates si prodigavano in uscite aggressive sui filtranti dalla difesa, cui è fisiologicamente più semplice prendere il tempo.

Qui sopra Pjanić riesce a ricevere basso, ma ha tutte le opzioni chiuse. Cerca e trova un buon flitrante per Higuaín, ma Khedira non segue a rimorchio e Dybala è troppo lontano. Forse era lecito aspettarsi una maggiore mobilità da parte dei due bianconeri, sia proattivamente su Pjanić che in reazione alla sponda.

In fase di possesso, lo Sporting si rilassa e dispiega un classico 4-4-2. Gelson Martins agisce da ala classica, ed accentra il gioco su di sé – un po’ per caratteristiche e un po’ per scelta tattica. Spesso però lo si ritrovava anche sull’altra fascia a puntare De Sciglio, e insieme a Silva costringeva Cuadrado ad ampi ripiegamenti difensivi. Per nostra fortuna, le uscite laterali di Barzagli hanno contenuto la minaccia. Al 20’ circa, è passato stabilmente sull’altra fascia. Il gioco sulle fasce liberava Bruno Fernandes, che al pari del nostro numero 10 è la vera chiave di volta dei portoghesi per imbeccare i due attaccanti.

Così, lo Sporting ha imbrigliato i campioni d’Italia, dimostrando che l’organizzazione tattica può, in partita secca, sopperire ad un minor tasso tecnico. Al contempo, ha anche provato che il 4-4-2 è un modulo tutt’altro che morto.

 

Il gol segnato da Bruno César è una serie di brutti errori da parte di praticamente tutti gli effettivi che fa male anche commentare. Il tutto nasce da una banale combinazione sull’out destro dello Sporting, dove i nostri sono posizionati male: i giocatori subiscono l’effetto valanga di cattive spaziature. Alex Sandro è attirato fuori posizione dall’esterno, e non può intervenire. Gelson Martins, per l’occasione già passato a destra, punta Chiellini e lo supera con facilità. Sul tiro è bravo Buffon, ma il buco in mezzo all’area di rigore è troppo grande per non meritare menzione: Pjanić è in ritardo, Cuadrado prova ad intervenire alla disperata, ma sorprende su tutti l’assenza di Khedira, addirittura fuori dall’azione, in quello che dovrebbe essere un pallone suo di diritto.

La rimessa laterale incriminata

Subìto lo svantaggio, la Juventus riprende lo stesso copione, ma gli attacchi sui fianchi sono troppo blandi e prevedibili. De Sciglio supporta poco Cuadrado (che spesso si trova a dover mettere in mezzo traversoni alla sper’iddio). In questo contesto desta perplessità la costanza nel ricercare la profondità in corsia destra, quando per smuovere la struttura posizionale dello Sporting sarebbe forse stata opportuna una circolazione più rapida del pallone. Oltretutto, da quella parte, De Sciglio ha preso la traccia interna più d’una volta, pestandosi i piedi con Dybala e lasciando al contempo Cuadrado con una sola opzione a disposizione: il fondo.

La sorprendente povertà tecnica della partita bianconera è racchiusa nell’incapacità di imprimere ritmo alla circolazione della palla. Il possesso ha risentito sia dell’imprecisione tecnica, sia del piano gara di Jorge Jesus che ha cercato in tutti i modi di chiudere il centro del campo a doppia mandata (peraltro riuscendoci innegabilmente). Così, nel primo tempo, la Juventus non ha trovato nulla di meglio da fare che riempire l’area avversaria di improbabili cross da altrettanto improbabili distanze. D’altra parte una simile strategia è stata dimostrata inefficace in questo sport, e nelle parole di un santone come Guardiola giusto ieri: “passaggi di 10 metri o più sono sbagliati. Sono le squadre che giocano corto ad essere pericolose”.

Il secondo tempo comincia da dove era terminato il primo. Tuttavia, piano piano iniziano a venir fuori barlumi di speranza, quasi che i giocatori abbiamo racquistato nuova consapevolezza nei propri mezzi. Quasi a dire “hey, ma se giocassimo in questo modo non saremmo poi così male”. Il primo segnale lo dà Cuadrado. Il colombiano, incoraggiato finalmente dalle sovrapposizioni di De Sciglio, ha capito che è meglio puntare verso l’interno dell’area piuttosto che cercare il fondo. Così nei primi 10 minuti della ripresa è riuscito ad impensierire costantemente il terzino avversario, puntandolo a ripetizione e abbassando di conseguenza tutta la linea difensiva.

Un’altra sveglia è arrivata dal centrocampo. Su input di Pjanić (ma più probabilmente su ramanzina di Allegri) la squadra ha preso a palleggiare di più; questo con la doppia utilità di isolare Cuadrado e anche di cercare con più insistenza il terzo uomo tra le linee.  Secondo tempo palleggiando di più quindi, ma la Juventus non ha saputo farlo senza allungare le distanze tra i reparti, segno di una cattiva disposizione in campo. La squadra ha preso tre contropiedi potenzialmente clamorosi in 15 minuti, a conferma di quanto sia corta la coperta psicologica in questo momento. Un po’ per errori tecnici (chi se li scorda i due nello spazio di mezzo secondo di Alex Sandro e Chiellini?), un po’ per distrazione (quante volte Khedira è stato pescato colpevolmente troppo alto?).

L’uscita di De Sciglio per Costa significa Cuadrado terzino

Duole dirlo, ma l’uscita di Khedira ha dato nuova linfa alla squadra. Con Matuidi il centrocampo è riuscito a dare più punti di riferimento agli attaccanti, e anche più verticalità – il francese si è paradossalmente (ma non troppo) preso anche talune responsabilità di impostazione da Pjanić. Con lui e Douglas Costa siamo riusciti a trovare con molta facilità Dybala tra le linee, oltre allo stesso brasiliano; la squadra ha cominciato a giocare a uno e due tocchi, cosa che molti nemmeno speravano più.

Se per la mole di gioco creato, il gol di Higuaín poteva essere nell’area, sfido a trovare tifosi che abbiano genuinamente esultato. D’altronde, è stato irritante veder la squadra rallentare il ritmo negli ultimi 10 minuti, proprio quando lo Sporting era calato fisicamente ed aveva subìto la botta psicologica del pareggio (e che comunque non aveva fatto letteralmente niente dopo il gol).

Se riusciamo ad estraniarci dalla partita, il gol è bellissimo

Johan Crujff, quando allenava il Barcellona, era solito interessarsi dell’andamento della squadra giovanile. Ma non chiedeva “quanto abbiamo fatto”, chiedeva “come abbiamo giocato”. Doveste farmi questa domanda, non potrei che rispondere: male, è stata di gran lunga la peggior Juventus della stagione (e per qualche strana ragione quando giochiamo male le analisi toccano sempre a me). Il risultato non è stato una sconfitta solo perché l’avversario è modesto, ma una squadra con il potenziale della Juventus – anche a mezzo servizio – non può permettersi queste prestazioni.

Nella notte delle streghe, i nostri stessi mostri sono venuti a prenderci. Abbiamo trovato una squadra organizzata, combattiva, e impavida. I nostri, forse sorpresi, forse troppo convinti dei propri mezzi, si sono sciolti dopo i pochi minuti passati a rendersi conto che l’avversario sarebbe stato un problema. A giudicare dalle urla di Allegri parrebbe un problema di testa, ma (oltre ad essere compito dell’allenatore lavorare su questo) troppi giocatori erano fuori dal match. Un campanello d’allarme che siamo sicuri non verrà sottovalutato:

Andrea Lapegna

Vive a Bruxelles ed è ancora all'alba della sua carriera da commentatore di Juve. Scribacchia per Aspen Institute e Sphera Sports, ora è in AterAlbus per parlare di calcio giocato e per correggere la punteggiatura nei nostri articoli.