Sarri ha veramente bisogno di aiuto?7 min di lettura

Che qualsiasi sconfitta della Juventus venga vissuta come una tragedia non è certamente una novità, da tempo lo è anche un pareggio, e certamente tratti preoccupanti nel rendimento attuale della squadra bianconera esistono e vanno affrontati per poter essere superati, ma il risultato con l’Hellas Verona ha aperto scenari diversi che ci fanno interrogare sulla difficoltà nel cambiare mentalità.

Le parole dello stesso Sarri fotografano un notevole momento di difficoltà. Assai raro è infatti sentire un allenatore chiedere aiuto pubblicamente, una richiesta che è rivolta principalmente ai propri giocatori, specialmente a quelli più esperti, ma probabilmente anche alla stessa società. Antonio Corsa si è giustamente soffermato su questa affermazione, quasi un grido d’allarme che lascia intendere come la Juventus stia vivendo un momento cruciale della propria stagione.

Per comprendere questa richiesta, secondo me, è giusto partire dal passato. La squadra ereditata da Sarri ha dominato in Italia per otto anni, ha segnato un’epoca conquistando per quattro volte consecutive una epocale doppietta tra le mura domestiche, ritornando a essere protagonista assoluta in Italia. Lo ha fatto alla sua maniera, alla maniera cioè dei due allenatori: tranne il primo anno di Conte, la Juventus è stata una squadra che ha sempre gestito le partite, controllando gli spazi, applicando una magistrale difesa posizionale e alzando l’intensità nel momento in cui sentiva il sangue degli avversari. Un modo di giocare, una filosofia, che è stato vissuto alla perfezione, ma che ha lasciato i primi segni di crollo nelle precedenti due stagioni.

L’intensità e il ritmo sono stati anelli deboli nel recente passato, mentre sono sempre state delle caratteristiche forti delle formazioni di Sarri. Non possiamo sapere per quale ragione sia stato scelto l’allenatore toscano, ma certamente le sue idee e i suoi principi di gioco sono conosciuti e noti a tutti. Siamo arrivati a febbraio e la sua Juventus non ha ancora una identità definita, è un costante “vorrei ma non posso”. La squadra ha vissuto un inizio soddisfacente, trovando il picco con l’Inter, virando sempre più verso un modulo, il rombo, che ha dato alla squadra equilibrio difensivo, arrivando a subire unicamente 2 gol, ma che ha tolto qualcosa in fase di rifinitura. Il gioco interno, la fitta ragnatela di passaggi al centro, con giocatori stretti e vicini ha portato miglioramenti nel controllo del gioco, la distanza riavvicinata tra gli stessi ha aiutato il pressing alto e l’immediata riaggressione una volta perso il possesso, ma la difficoltà maggiore era la rifinitura. Come poterne uscire? Sarri ci ha provato inserendo Dybala al posto di Ramsey e Bernardeschi, ha impostato persino Douglas Costa nella posizione di trequartista, ma ha così squilibrato la fase di non possesso.

Oltre a questo, il vero problema della Juventus da inizio stagione è stato quello di non riuscire a triturare le partite. Perché? Perché la squadra non riusciva a stare sul pezzo, viveva più partite dentro la stessa, non riuscendo a essere mentalmente un rullo compressore. Gol subiti dopo essere andati in vantaggio, difficoltà a vincere con più di una rete di vantaggio, rappresentavano quello che è esploso con virulenza ora. Una squadra con la maggior parte dei giocatori abituata a vincere in una determinata maniera e quindi umanamente restia ad abbandonare le proprie certezze. Sarri non è però un rivoluzionario, non è un alieno: quello che propone è quanto il calcio manifesta in tutte le principali realtà, era la Juventus a giocare un calcio diverso, un calcio che è stato espresso magistralmente ma che non funzionava più e che necessitava un cambiamento che, come suggerisce la parola, implica anche un cambio di mentalità.

Abbandonare le proprie certezze è complicato soprattutto se si ha l’impressione di non essere in grado di superare le difficoltà grazie alle nuove idee. Un ragionamento umano, perché la mente funziona così, e un gruppo di calciatori è formato da essere umani. Dopo la sconfitta con la Lazio, Sarri ha sperimentato diverse soluzioni, dando l’impressione di non sapere quale strada percorrere con convinzione, parlando troppe volte di equilibrio, che è fondamentale, ma soprattutto facendo intravedere un allenatore che ha paura di non vincere e quindi fa dei passi indietro sulle proprie idee. Questa incertezza può essere letale, per questo qualche giorno fa scrivevo di un Sarri che deve essere Sarri, perché la Juventus ha bisogno di questo. Così sì è arrivato allo scempio di Verona, quando una squadra incapace di affrontare l’intensità avversaria, scollegata, distante, che si rifugia nel calcio lungo per costruire il gioco non è stata capace di difendere il gol del vantaggio e di stare mentalmente sul pezzo. Così i giocatori si rifugiano e si stanno rifugiando nella coperta di Linus, come dimostrano le parole di Szczesny:

“Bisogna ritrovare la capacità di sacrificarsi quando dobbiamo difendere il risultato, saper soffrire un po’ sul campo. In trasferta, se si va in vantaggio, è chiaro che la squadra avversaria ti attacca con più aggressività e devi essere bravo a non prendere gol”.

Una banalità, se vogliamo, ma è l’opposto del pensiero dell’allenatore per cui difendersi significa non abbassarsi, ma mantenere il possesso, alzare ulteriormente il pressing.

Una coperta di Linus è la certezza che ognuno di noi si porta dietro: brutta, sporca, bucherellata, ma è la nostra comfort zone, dove mentalmente ci troviamo a nostro agio. Questo è un grave problema, perché significa non essere riuscito a entrare in sintonia col proprio gruppo, perciò si chiede aiuto alla società e ai giocatori più esperti. Per Sarri è arrivato il momento delle scelte forti, dando fiducia e certezza, portando avanti le proprie idee, affidandosi a giocatori che dimostrano sul campo di seguirlo. Non è rivoluzionario, lo ripeto, il suo calcio. Nei momenti delicati è però facile rifugiarsi nel passato e si arriva persino a chiedere a Sarri di essere Allegri, come fa un ottimo commentatore come Paolo Rossi quando scrive:

Praticamente si dice a Sarri di abiurare il suo calcio, sposare quello rivoluzionario della difesa posizionale, lo stesso calcio che negli ultimi due anni ha faticato enormemente con chi gioca con ritmi alti, possesso veloce. No, questa non può essere la strada. Sarebbe unicamente un travestimento che non durerebbe, che porterebbe l’allenatore a non essere credibile, una via di mezzo che non funziona. L’eterno vecchio presente che ritorna, come la DC ai tempi. Non raccontiamoci nemmeno la favola della squadra che non è adatta per il gioco di Sarri: nessuno chiede, mi ripeto come nel mio precedente articolo, ai giocatori continue triangolazioni nello stretto, ma se i giocatori non riescono a smarcarsi non è questione di caratteristiche ma di applicazione e volontà e lo stesso vale quando si vedono calciatori distanti uno dall’altro, coi reparti sfilacciati e lunghi. Guardate questa immagine (grazie a Massimo Maccarone per averla pescata):

Al quarto minuto di gioco…

Siamo al terzo minuto, quindi non esiste la scusante “stanchezza”. Dove è Pjanic? E Douglas Costa? E Higuain? E Rabiot? E Bentancur statico? Ripensiamo alle parole di Sarri, quelle in cui afferma che cura particolarmente il posizionamento nei primi 70 metri per poi concedere maggiore libertà ai calciatori negli ultimi 20: vi sembra che questa squadra stia rispettando quelle che sono le idee note del proprio tecnico? Le stesse idee che applicava, o provava a farlo, a inizio stagione, non stiamo parlando di qualcosa di nuovo, quei concetti che è presumibile pensare con certezza vengano provate più volte in allenamento. Ecco perché fare dei passi indietro ora, tornare alla sofferenza, lettura dei momenti, difendersi, rappresenterebbe per Sarri una autentica sconfitta e lo porterebbe a perdere credibilità nei confronti dei giocatori. Serve ora il supporto della società, una presa di posizione forte da parte della dirigenza al fianco dell’allenatore per dare nuova forza e vedrete che i calciatori lo seguiranno. Sarri, però, deve essere Sarri e dare le certezze che possiede. Il tempo è poco, ma serve cambiare altrimenti i rischi sono elevati.