Sarri è un buon motivatore?4 min di lettura

Il ruolo dell’allenatore nel motivare lo spogliatoio non è quello del leader combattente


Dopo la dolorosa sconfitta di sabato è ripartito il solito processo mediatico contro l’allenatore. Ormai dovremmo essere abituati, è una sorte che ha subito Allegri e ora tocca Sarri. È la pancia piena, anni di titoli e vittorie hanno reso tutto scontato, quasi automatico e dovuto. Questo però, non significa che la Juventus non abbia problemi o che Sarri non commetta errori. Ma che – banalmente – vincere non è scontato; anche (e soprattutto) quando sei il più forte e vinci da otto anni, perché per continuare a vincere devi riuscire a trovare in te stesso le motivazioni per lottare in ogni singola partita, metro su metro, pallone su pallone.

Proprio la mancanza di motivazioni è un tema che torna ciclicamente nel dibattito bianconero, specialmente nelle ultime settimane dopo i frequenti riferimenti fatti da Sarri ai problemi mentali presenti in squadra. Così la discussione spesso si è focalizzata sul bisogno, quasi sulla presunta necessità di un sergente di ferro che possa tenere in pugno lo spogliatoio. Ma è qualcosa che davvero esiste? Davvero calciatori di livello mondiale che hanno scritto pagine memorabili della storia del gioco hanno bisogno di qualcuno che si arrabbi e che li punisca?

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Siamo sicuri sia questa la soluzione?

Io personalmente ho sempre considerato poco attendibile questa teoria. Credo infatti che nello sport, così come in ogni ambito di alto livello e professionalità, le motivazioni vadano trovate dentro l’atleta stesso. Ne discutevo con alcuni amici e, legittimamente, uno di loro mi ha chiesto:”Ok, ma se hai ragione tu, a cosa si riferiscono gli addetti ai lavori quando parlano di grinta, di garra o di mentalità vincente?”

Ho spiegato loro che secondo me un mister di alto livello non può motivare un gruppo top mondo semplicemente con un po’ di banale retorica stile Al Pacino in Ogni maledetta domenica. Quello che deve fare un allenatore in questo senso è convincere il gruppo della bontà delle proprie idee, ossia che queste possano – nel lungo periodo – portare a vittorie e titoli e, così,  a cascata, a benefici singoli, sia in termini di prestigio che di riconoscimento economico individuale. La motivazione e la stimolazione sono sì importanti, anzi fondamentali, ma sono input tecnici, tattici, anche psicologici, che spingono il singolo atleta ad esprimere il proprio potenziale. 

I miei compagni di discussione non sono sembrati persuasi da questa risposta, così, dopo una lunga discussione ho provato con un esempio:

“Voi vedete uno spogliatoio di alto livello come fosse una classe di prima elementare. Dove questi bambini/calciatori hanno bisogno di tutto, anche di un maestro/allenatore che gli dica quando sedersi, quando mangiare o quando andare in bagno e che si arrabbi dopo ogni minimo errore. Mentre, a mio avviso, il paragone più corretto è con una multinazionale. Una grande azienda piena di gente estremamente istruita e qualificata, con delle spiccate specificità che assieme al Capo Team/allenatore deve perseguire un obiettivo comune. 

Il Capo Team/allenatore gestisce le individualità, dà una visione, una strada comune da seguire e si lavora durante la settimana per l’obiettivo del team, diciamo la presentazione del progetto/partita. 

Tutto il gruppo sembra convinto della strada intrapresa e lavora in maniera coesa durante la settimana, ma, arrivati al progetto/partita i singoli calciatori/manager non performano nella maniera corretta: c’è chi si distrae durante la presentazione, chi non ha redatto la relazione richiesta, chi si addormenta davanti agli investitori. 

È evidente che il primo ad aver colpe è il capo/allenatore, ma i calciatori/manager non possono nascondersi dietro i genitori come fossero bambini/calciatori, così come la soluzione a questi problemi non può essere una ramanzina minacciosa. Il Capo team/allenatore, magari coadiuvato dell’amministratore delegato, dovrà confrontarsi con i manager/calciatori e capire in cosa si è sbagliato, cercando di risolvere i problemi in prima persona ma esigendo performances adeguate al livello dell’azienda”. 

Onestamente non credo sia l’assoluta verità, ma almeno ho convinto i miei interlocutori che non serve gridare in faccia ad un calciatore per avere risultati.