Gli ultimi metri4 min di lettura

Non sono il tipo che si mette a dare patenti di juventinità e trovo anzi sbagliato farlo: ognuno tifa come gli pare, vive il calcio come preferisce ed è libero di avere l’approccio che più gli aggrada riguardo il calcio e riguardo al momento particolare che stiamo vivendo. Partiamo da questa premessa.

Vi parlo di me, di come li vivo io cercando di rispondere alla domanda delle domande che mi sento ripetere spesso: “Ma tu non sei incazzato? Come fai a non mandarli a quel paese?”.

Il fatto è che non credo di subire un torto inaccettabile se una squadra che tifo va in difficoltà. Non mi sento un perdente agli occhi di amici milanisti, interisti o colleghi di lavoro se la mia squadra perde, così come non lo sono loro ai miei occhi se la loro squadra – e avviene molto più spesso – arriva dietro la mia. La mia vita non è influenzata dai risultati della Juve. Non mi rovino le giornate per una partita di pallone. Ma soprattutto: non credo mi sia dovuto qualcosa, a prescindere dal fatto che paghi per vedere giocare una partita in tv o allo stadio. E su questo, probabilmente, la penso in maniera differente da tanti.

Io parto sempre dal presupposto che questi siano giocatori che hanno più voglia di me e di noi tutti di vincere le partite, sia per non buttare nel cesso una intera stagione di “lavoro” (loro, non mio), sia per orgoglio personale, sia per soldi (breaking news: ne beccano un sacco in caso di vittoria).

Quando sento i vari “Solo noi vogliamo vincere” o “Perché non ci mettono voglia di vincere?” mi cadono le braccia a terra. Questa “personalizzazione” del calcio l’ho sempre trovata un po’ fuori dal mondo, forse perché da piccolo ho vissuto lo sport, seppur il basket, dall’interno e non solo dall’esterno.

Vogliono vincere pure loro, dicevo, ma sono evidentemente (e come si faccia a non capirlo mi risulta un mistero) in difficoltà. Immaginatevi una maratona, con quello che è davanti di 500 metri che comincia ad avere crampi assurdi e a sbandare a 10 metri dall’arrivo, privo di energie, mentre da dietro un paio di outsider marciano spediti. Dinanzi ad uno scenario del genere, si possono fare sostanzialmente due cose: passare le giornate a distribuire colpe al preparatore, alle scarpette, alle calze, allo sponsor, al clima, al vento, all’avversario che ha tagliato la strada, alla sfiga o al telecronista, oppure tifare e sperare che quei 10 metri diventino 0 con il tuo beniamino davanti. Parlo proprio come approccio: io in questo momento sono lì che aspetto arrivi a 0, capisco il momento, vedo la sofferenza, vedo la frustrazione, soffro a mia volta per la situazione ma capisco faccia parte dello sport e sia anzi non solo parte integrante dello sport, ma anche la cosa più affascinante probabilmente dello sport stesso.

Soffro, come tutti. Ma, pur restandoci male sul momento e pur se avrei preferito fare un podcast celebrativo già nel week end, con le tante iconcine tricolori che avevamo preparato da tempo, alla fine – proprio perché la sofferenza fa parte dello sport e proprio perché queste cose succedono (anche se nel mondo perfetto che non esiste non dovrebbero) – aspetto. Aspetto la prossima, sperando sia quella buona.

Direte voi: ma così ci impedisci di analizzare le cause della difficoltà. Macchè. Come potrei, proprio io che ho un sito, una chat Telegram, un podcast e di analisi ne faccio e ospito decine a settimana impedire si discuta dei problemi! Scindevo l’aspetto “razionale”, quello da commentatore di cose juventine, con l’approccio che ho come tifoso.

Non ne parlo mai, ma farò un’eccezione. Dopo la sconfitta in Coppa Italia, ho mandato un Whatsapp ad Andrea Agnelli. Il succo era “Questo 17mo trofeo vinto si sta facendo desiderare, ma sarà ancora più bello festeggiarlo”. Diciassettesimo nel senso di trofeo vinto sotto la sua presidenza, che sancirebbe il sorpasso nei confronti di Boniperti e Chiusano e lo porterebbe – tra le altre cose – ad essere il più vincente dirigente della storia bianconera.

Messaggio inviato proprio dopo una sconfitta, perché la sconfitta, come detto, è parte di un percorso. La odiamo, la ripugniamo, da Juventini non la accettiamo e non la accetteremo mai (a tutti i livelli, ve lo assicuro, anche e soprattutto a quelli alti), ma è lì, ed è un ostacolo che si frappone fra noi e la prossima vittoria.

Questo sono le ultime sconfitte di campionato, per me. Mi incazzo, certo, ma per come la vedo io è un fatto di mettersi nella prospettiva giusta per poter apprezzare ancora di più qualcosa che scontato non è mai, nello sport e che, se lo fosse, ti toglierebbe completamente il gusto di amarlo.