Questione di fiducia4 min di lettura

Le cattive prestazioni dipendono da un numero significativo di cause, ma dobbiamo ricordarci che i calciatori sono esseri umani e, dunque, certi meccanismi vanno tenuti in debita considerazione.


Le impressioni che si lascia dietro la Juventus di febbraio non sono positive. Le tre trasferte di Napoli, Verona e Milano (ma anche la vittoria interna col Brescia) hanno fatto cadere le braccia anche al più ottimistico dei tifosi, ed ogni partita ha avuto delle ragioni peculiari per le prestazioni negative. Alcuni hanno puntato il dito contro l’allenatore, altri contro i giocatori, altri ancora verso la società e il mercato, e c’è persino chi si è detto rassegnato perché “questa è sempre stata la Juve”. Probabilmente tutte le posizioni hanno una dose di ragione, ma c’è secondo me un fil rouge dietro tutte le brutte partite dell’ultimo periodo, ed è un’enorme mancanza di fiducia. 

Cercare di interpretare le fluttuazioni dell’umore in campo è esercizio pericoloso, perché non abbiamo modo di conoscere lo stato emotivo dei giocatori. Chi commenta le partite – inclusi noi di AterAlbus – si limita in effetti ad analizzare ciò che è strettamente osservabile, come la disposizione in campo, il numero di cross, gli expected assit, e via dicendo. Va però lasciata la porta aperta ad influenze più pesanti, talvolta decisive, che accompagnano, invisibili, i giocatori in campo. 

Non voglio offrire semplificazioni ad una materia già oltremodo complessa o ridurre le tante concause delle ultime prestazioni insufficienti. Tuttavia, è bene ricordare che i giocatori non sono automi, hanno emozioni e sentimenti che influiscono sulle prestazioni come e più dei dettami tattici dell’allenatore. 

In particolare, dicevo, secondo me i giocatori della Juventus hanno interiorizzato fin troppo le sconfitte patite con Napoli e Verona, che stanno così contribuendo ad una spirale negativa. Negli spogliatoi di tutto il mondo (e presumo in tutti gli sport) esiste un’emotività collettiva, di cui i componenti avvertono la presenza, e ne subiscono gli effetti. Lo stesso vale, ovviamente, quando una squadra viaggia sulle ali dell’euforia, tritando tutto ciò che le capita davanti in barba ai valori “sulla carta”. Nel nostro caso, i giocatori sono consapevoli di aver commesso degli errori, sanno bene che la squadra gira male (per mille e una ragioni) e ne subiscono gli effetti in un circolo vizioso autolesionante. 

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Senza fiducia in se stessi o nei compagni, i calciatori effettueranno solo scelte conservative – un passaggio all’indietro, un tocco di palla in più, un controllo anziché uno smistamento di prima, una spazzata anziché tentare un’uscita palla a terra. Si tratta, com’è evidente, di scelte che magari risolveranno un problema negli istanti successivi al gesto tecnico, ma che causeranno effetti deleteri nel proseguo dell’azione. Facendo così cadere l’intero castello e disattendendo le direttive dell’allenatore. 

È un po’ come negli sport individuali, come il tennis, quando da spettatori esterni capiamo se un tennista perde contatto con il match, rimugina su una palla a rete sbagliata o su un servizio poco preciso. Con l’umore sbagliato, i risultati saranno una discesa a rete ancora più lenta ed un servizio ancora meno preciso.

Nel calcio è ancora più difficile rendersene conto perché questa sensazione viene esercitata sul collettivo ed è poi filtrata dagli stati d’animo dei singoli, con risultati magari variegati e certamente diversi. Ma chi ha frequentato un qualsiasi spogliatoio in difficoltà sa che esistono pensieri negativi collettivi che è molto complicato scrollarsi di dosso. Ed ecco che allora ogni problemi tecnico o tattico viene amplificato, ed il gruppo torna ad essere una somma di individualità che scendono in campo con la scimmia sulla spalla. 

La riprova, a mio avviso, è stato il secondo tempo contro il Brescia, e specialmente il periodo immediatamente successivo al secondo gol. Quando la squadra, in superiorità numerica e con un gol di vantaggio, ha capito che la partita la stava portando a casa, i ragazzi si sono scrollati di dosso la pressione, la negatività, e hanno ripreso a far circolare il pallone più velocemente, hanno trovato più spazi, sono andati al tiro più spesso (ben 16 volte in 45 minuti, contro le 11 volte del primo tempo) e hanno creato di più (1.25 xG negli ultimi 40 minuti vs 1.00 nei primi 50). La squadra tutta è stata più intraprendente, più convinta, “migliore”. Perché i singoli si sono scrollati vicendevolmente i problemi di dosso e il migliore stato d’animo individuale ha influenzato a catena quello dei compagni in un circolo – stavolta sì – virtuoso. 

I problemi della Juventus non dipendono esclusivamente da questioni mentali, sarebbe risibile affermarlo. Ma nel tenere in conto le numerose ragioni di un rendimento al di sotto delle aspettative bisogna secondo me considerare uno spettro di ragioni più ampio.