Approfondimenti

I quattro anni di Dybala10 min lettura

L’incessante narrazione di mercato attorno alle sorti di Paulo Dybala costituisce una preziosa occasione per tracciare un’analisi del suo percorso in bianconero. Sbarcato al summum del trasporto per quella finale di Berlino scivolata via tra le dita, Dybala arriva con il peso di 32 milioni cash (più 8 di bonus), che ne fanno un acquisto dal sicuro potenziale tecnico ma anche un giocatore pronto a far storcere il naso a tutti coloro che avevano già pronto nel cassetto il più classico dei “visto, è costato troppo” (io nel 2015 dicevo agli amici che era un furto a “soli” 40 milioni).

Ma Paulo Dybala ha scritto la storia recente della Juventus, e sono i numeri a dirlo. A nemmeno 26 anni e con 78 gol all’attivo, è il migliore marcatore della Vecchia Signora da quando è ritornata in Serie A dalle macerie di Calciopoli. Ed è proprio sul suo rapporto col gol che poggia questa analisi. L’andamento della sua vena realizzativa è stata a lungo oggetto di discussione tra tifosi e addetti ai lavori, ma non sembra esserci correlazione che tenga per spiegarla in modo esaustivo ed incontrovertibile. Non lo farà neanche questo articolo, perché la verità non ce l’ha in tasca nessuno. Ma in realtà è comunque utile provarci, se non altro per mettere in relazione le continue evoluzioni tattiche (e tecniche) del calciatore con i dati più freddi dei numeri. 

Un disclaimer più che dovuto a quanto scritto qui sotto è che il quadro dipinto si riferisce solo e soltanto a fatti ed eventi verificabili (un gol, una consegna tattica). Non prende quindi in esame tutte le componenti psicologiche e motivazionali che costituiscono invece una parte non trascurabile  – eufemismo – delle performance di un atleta. Tuttavia, queste informazioni rimangono conoscibili solamente a chi sta intorno al ragazzo, e sarebbe intellettualmente disonesto trattarle alla stregua di dati statistici disponibili al grande pubblico. In mancanza di fatti comprovati e comprovabili, è quindi meglio tacerne. 

Cannoniere

Togliamoci allora subito il dente e andiamo a vedere quanto ha segnato Dybala in Serie A. 

Ogni prestazione è figlia del contesto, e quello della Juventus è cambiato senza sosta. Nel primo anno, nel 4-3-1-2 di Allegri (regredito poi al 3-5-2 di contiana memoria), Paulo svolge il ruolo di seconda punta affiancando l’altro neo-acquisto Mandžukić, o Morata. Dal primo raccoglie sponde, al secondo crea profondità. Ma la svolta di quella stagione è avvicinargli, per l’appunto col cambio del modulo, l’altro genio di quella squadra, Paul Pogba. Le loro interconnessioni faranno la fortuna della Juventus esattamente come aveva preconizzato Allegri, e ne propizieranno la grande rimonta. Nel primo anno in bianconero, quello del “deve ancora dimostrare tutto”, dell’“avrà bisogno di tempo per ambientarsi” (segna al debutto, in Supercoppa) e del più sciagurato “non vale quei soldi”, mette insieme in Serie A 19 gol da 15.13 xG. Un’overperformance: tipica degli one-season wonder dicono le malelingue, tipica dei fenomeni dicono i più estasiati. È il vice-capocannoniere della Serie A, dietro al mostruoso Higuain pimped by Sarri. Escluso da un infortunio muscolare, e non sarà il primo, è costretto a guardare dalla panchina la quasi rimonta contro il Bayern di Guardiola, alla quale contribuisce comunque svegliando la squadra nella partita di andata.

L’anno successivo, e per la seconda volta, il modulo su cui l’allenatore aveva costruito le fortune della scorsa stagione fa cilecca, vuoi perché mal recepito dai calciatori, vuoi per il rimescolamento imposto dal dio mercato. Il 3-5-2 non funziona più, a Dybala manca un omologo che capisca la sua lingua, e accanto si ritrova solo rabdomanti. E allora a dicembre Allegri chiama l’all in, o meglio l’everybody in, e gli affianca Cuadrado e Dani Alves, mettendogli Pjanić dietro. Lo allontana un po’ dalla porta, è vero (e infatti segna di meno), ma il 4-2-3-1 è stato correttamente interpretato come un 4-4-2 a tutti gli effetti, dal momento che non è esclusivamente Dybala a giostrare dietro Higuain, ma è verissimo anche il contrario. E come seconda punta sappiamo che Dybala funziona. Abbiamo negli occhi la partita con ill Barcellona, ma scordiamo spesso quelle con il Monaco o la Dynamo Zagreb, o quelle da semi-divinità al derby, con il Milan o con il Palermo.

Nel 2017/2018 Allegri esaspera il 4-2-3-1, forte del mercato che ha rimpolpato la batteria di esterni, ma la squadra disobbedisce: è lunga, spaccata, difende male. Eppure attacca bene, in campo più largo e con una riconquista palla frizzantina. Nella seconda metà di stagione Allegri passa al 4-3-3, che in questa fase embrionale dove tira la coperta è quasi un 4-5-1 con la palla (e il solito 4-4-2 senza). Ma il baricentro si abbassa pericolosamente. Se questo giova a centometristi come Douglas Costa o Cuadrado, Dybala ne soffre, perché vede progressivamente allontanarsi la porta. E tuttavia è proprio nei momenti di difficoltà che la Joya prende per mano la Signora. 

Se Higuain si tiene i gol solamente per i match più importanti (Napoli, Inter), Dybala segna sempre. Chiude con 22 gol su 13.17 xG prodotti. Ancora un’overperformance, ma stavolta non può essere più quella di una stagione ebbasta, dato che è la terza di fila. È anche grazie ai suoi gol (e ai suoi assist, per esempio per il gol-scudetto di Higuain a San Siro) che la Juventus è uscita dall’apnea cui l’aveva costretta il Napoli di Sarri. 

L’anno appena trascorso ha invece registrato un calo drammatico, drastico, disastroso. Il 4-3-3 con cui Allegri ha iniziato e concluso la stagione (una novità), ha preteso di piantare le tende nella metà campo avversaria, ma lo ha fatto senza picchetti adeguati. La squadra ha subito alcuni scompensi, e Dybala si è trasformato in un tuttocampista, almeno a parole. Ad opinione di chi scrive, la categoria di tuttocampista è fuorviante se applicata a Dybala nella sua accezione italiana di box-to-box (poteva calzare a Vidal, semmai) ed è invece una foglia di fico per mascherare il compito assegnatogli: quello di mezz’ala di possesso. A titolo esemplificativo, la heatmap di una partita dominata contro il Frosinone (in cui per giunta segna anche). 

La grande novità rispetto agli anni passati è che non ha overperformato. Dybala realizza 5 reti da 5.02 xG (2 centesimi di gol al di sotto dei gol attesi). Questo perché, allontanandosi dalla porta, è costretto a procurarsi tiri che “valgono” di meno, che difficilmente saranno convertiti in gol. Non solo, ma cala anche vistosamente il numero di tiri tentati a partita. 

Non è un caso che il miglior Dybala si sia visto quando ha giocato centravanti nella “Juve di Manchester”; e quello fu anche il solo Dybala ad essere stato effettivamente tale, giocatore brillante e risolutivo (oltretutto, che abbia giocato divinamente a un certo punto della stagione dovrebbe togliere argomenti a chi sostiene che il calo sia principalmente psicologico, ma questa è un’altra storia).

A questo punto è utile chiedersi che incidenza abbia la qualità dei tiri tentati. Per questo chiediamo aiuto all’indice xGpSh, ossia all’indice che ci dice quanta probabilità ha avuto ogni suo singolo tiro (badate bene, in media) di convertirsi in gol. Attraverso l’analisi dei dati gentilmente pubblicati da Understat e digeriti dal sottoscritto, questa è la rappresentazione grafica della flessione nella qualità dei tiri. 

In Serie A, nel 2015/2016 ogni suo tiro aveva oltre il 14% di trasformarsi in rete. Nel 2018/2019 meno dell’8%. Quasi la metà, un’enormità. Oltretutto, Dybala prende sempre meno tiri: nei quattro anni la sequenza è: 107, 88, 114 e solo 65 l’anno scorso. Quindi non solo tira di meno (con l’evidente possibilità di segnare di meno: calano i tentativi, caleranno anche i successi) ma i tiri che prende sono anche complicati, defilati, lontani o con molti avversari intorno: impossibile cavare buoni numeri da queste situazioni. Ma d’altra parte questo è coerente con la collocazione spaziale sul rettangolo di gioco, che confina il 10 argentino lontano dalla porta. E cosa succede ad un attaccante che viene allontanato dalla porta? Smette di far gol. 

Assist-man

Allegri ha più o meno giustificato questo spostamento di Dybala partendo da alcuni principi tattici, tanto cari all’ex tecnico della Juventus.

Il primo è la necessità di riempire l’area, motivo per cui un ariete come Mandžukić ha più facilità di guadagnarsi il campo. Il secondo è quello ostentato a più riprese di garantirsi un collante tra centrocampo e attacco; e siccome Pjanić è stato dirottato “in basso”, e le altre mezz’ali non fanno del gioco corto la loro arma migliore, Dybala era stato ritenuto (a torto o a ragione) come l’unico in grado di svolgere questo compito; con conseguente nuovo arretramento. Il terzo, corollario del secondo, è stato la necessità di ritrovare un po’ di rifinitura in zona centrale. Ma alla prova dei fatti questo terzo motivo è stato smentito precisamente dall’attuazione dei primi due. Il depauperamento tecnico al centro del campo ha costretto la manovra verso gli esterni, in un circolo vizioso che svuotava ancor di più le zone nevralgiche costringendo di fatto la squadra a trovare soluzioni che riposassero unicamente tra i piedi delle (vere) ali. Questo, unitamente al conservatorismo dell’ultimo Allegri che non tentava mai una giocata arrischiata ma sempre il passaggio laterale o all’indietro, ha definitivamente tagliato le gambe a chi giocava sulla trequarti. Non è un caso che tutti i centrocampisti avanzati o di inserimento, da Dybala a Khedira e da Matuidi a Bernardeschi, abbiano raccolto prestazioni insufficienti lungo tutto il corso dell’anno. 

Per di più, questo terzo principio era anche sbagliato nella sua essenza, oltre che nella sua applicazione: Dybala non ha mai avuto l’assist nelle sue corde. 

Non è un giocatore riflessivo, non ha una grande visione periferica, né una grande visione di gioco. Dybala preferisce l’assit corto, di lato, da dentro l’area. Predilige l’assistenza ad un compagno vicino, in spazi ristretti, senza andare a cercare costruzioni meno intuitive che a lui risultano complesse. Non è Iniesta che taglia a fette la linea difensiva dieci volte a partita, non è Neymar che scavetta dietro a tutti gli altri. È il compagno che ne mette a sedere due al limite e poi ti scarica sul rimorchio dopo aver attirato i difensori, è quello che fa finta di calciare e ti lascia comodo comodo il tiro. È uno da assist negli ultimi 16 metri, non da imbeccata oltre la linea sul filo del fuorigioco. E, con buona pace di chi lo vede trequartista, a 25 anni non lo sarà mai. 

Sono quindi calati sia gli xA, che – di pari passo – i key passes (ovvero i passaggi che portano il compagno al tiro). Il progressivo allontanamento dalla porta ha portato anche a una riduzione del numero di passaggi decisivi che Dybala è in grado di offrire ai compagni. 

Rinunciare o rilanciare?

In definitiva, e da un punto di vista puramente numerico Dybala hanno toccato un picco prestativo nel 2017/2018, quando invece a memoria d’uomo era già in declino. Invece ciò su cui mente umana e freddo numero concordano è il calo dell’anno scorso, condito ovviamente da prestazioni in picchiata. 

A chi vede un Dybala nel ruolo e con i compiti che furono di Mertens nel Napoli di Sarri, occorre rispondere che “sì, magari si potesse vedere”, ma bisogna anche ricordare che Dybala non ha la lunga mobilità orizzontale del belga (perlomeno non su tutti i 70 metri di campo). Per rispondere alla domanda che chiede, impaziente, dove Sarri dovrebbe schierarlo, serve innanzitutto prendere in considerazione i compagni, inclusi i centrocampisti, e poi ovviamente le idee del nuovo tecnico. Se mai avremo la fortuna di vederlo allenato da Sarri.

Perché quel che vale davvero la pena chiedersi, prima di privarsi di Dybala, sarebbe se la Juventus è in grado di rinunciare a questi numeri. O, dal punto di vista opposto, se con la mutata situazione tecnica – i.e. con l’arrivo di Cristiano Ronaldo – se ne possa fare a meno. Di converso, vale altresì domandarsi se la Juventus non abbia bisogno dell’assist-man che Dybala non è mai stato e mai potrà essere invece di un cannoniere (e allora serve sì rifugiarsi nel mercato). D’altra parte, quante volte è stato sottolineato che Cristiano non è stato servito a dovere l’anno scorso? Per fortuna però, non siamo noi nella difficile posizione di dover dare una risposta a queste domande e a dover poi prendere le conseguenti e sofferte azioni.

Ti suggeriamo anche
Danilo Luiz da Silva, meglio conosciuto semplicemente come Danilo, nasce a Bicas nello stato del
Al di là dell’eccitazione generale e anatomicamente generalizzata che l’acquisto del giovane olandese mi ha
L'arrivo di de Ligt pone problemi di abbondanza a Maurtizio Sarri; ma il giovane oranje
Lo scambio di mercato lampo, a ridosso della “scadenza contabile” del 30 giugno e quindi
Andrea Lapegna

È il responsabile del sito e della community di AterAlbus.it. Vive a Bruxelles ed è stato cooptato in AterAlbus per correggere la punteggiatura nei nostri articoli.